Gianmario lucini

                     Dis-sentire e (è) de-viare

 

                                 AA.VV. Poesia del dissenso

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             Gianmario lucini

                     Dis-sentire e (è) de-viare

 

                                 AA.VV. Poesia del dissenso

                                 Troubador Publishing Ldt, Leicester (UK), 2004

 

 

 

Presentazione

 

L’artista dei tempi moderni è per sua natura un “deviante”, perché non segue la via (quella che tutti seguono), ma cerca altrove.  Per questo possiamo dire che è in perenne dis-sentire non tanto per decisione razionale, ma per una ragione istintiva, che viene prima della riflessione, dal sentire (o dal sentimento).  E il sentimento appartiene a qualcosa che viene prima della cultura, e affonda le sue ragioni nella natura e dunque nell’ontologia dell’uomo.

Il dis-senso fa da contraltare al senso, ma non nell’ordine dell’in-sensatezza (che è tutt’altro che infrequente nell’arte contemporanea), ma nell’ottica di una diversa sensatezza.  L’insensatezza infatti non si pone in contrapposizione al senso (comune), ma ne è al di fuori, a volte fungendo da refugium, o pausa, o sospensione che implica un ritorno al senso comune.  Il dis-senso invece si propone come alternativo al senso comune, come suo stimolo dialettico, in una dimensione comunicazionale.  Senza il senso comune non può esserci dissenso, ma il senso comune stesso non può trovare una identità descrivibile se si prescinde dal dissenso.  La relazione non è di esclusione o di mera contrapposizione ma di antinomia.  La contrapposizione infatti mira a distruggere l’entità alla quale si contrappone, mentre l’antinomia è in una posizione di scambio, pur su posizioni diverse.  Chi si contrappone, inoltre, in qualche modo rientra nella stessa logica, pur da un’opposta polarità, ma non se ne discosta.  Chi si mette in posizione antinomica invece riconosce i meriti e cerca di evitare demeriti.  I futuristi ad esempio, dichiaravano (spesso) la necessità di una tabula rasa nella cultura, dimenticando che questa esigenza, questa contrapposizione, non poteva che essere nata all’interno della stessa cultura contestata e quindi, tutto sommato, vegetare in quell’orizzonte.

Si direbbe che, il filo rosso che unisce questi quattro poeti, diversi per stile, per verso, per cultura, per età, sia qualcosa che ha a che fare con questo dis-sentire, questo sentire de-viante, che indaga e contesta una certa via nota ai più e che è caratterizzata da logiche normali e normate, nelle quali il poeta è condannato al ruolo attribuitogli da una concezione estetica massificata – se vuole sopravvivere.  Si cerca insomma di forzare l’orizzonte, senza dimenticarsi che si è – malgrado tutto – dentro quell’orizzonte.  Non basta infatti dire “siamo diversi” per cambiare: più profonda è la dimensione del cambiamento e per vie che non sono logiche e prevedibili – e in ogni caso non teorizzabili a tavolino.  Chi conosce un poco la psicologia del cambiamento, può intuire di cosa stia parlando.

Io credo – e con me anche Ciofi, Astremo, Passannanti – che la poesia oggi debba cercare un ruolo, uno statuto che non gli venga dal mercato (del danaro o del narcisismo, poco importa) ma venga da lei stessa, e quindi dalla profondità ontologica dell’essere-umano-artista. 

Credo che il compito della poesia, oggi, sia quello di difendere se stessa dall’impoetico.  E che cosa sarebbe, questo “impoetico”?  Tutto ciò che è contro la poesia – e fin qui siamo nel banale.  E la poesia, che cos’è?  Nessuno lo sa dire, ma se spostiamo un attimo il bersaglio della domanda e ragioniamo sull’essenza della poesia in termini non astratti, possiamo dire con ragionevolezza che la poesia è l’uomo, così come l’impoetico è l’uomo.  L’essere umano è, ontologicamente, il poetico e l’impoetico.  Non faccio un’affermazione paradossale, ma un’affermazione logica: siamo noi e non altre creatura a creare la poesia (e l’arte) e a distruggerla, non altri.  La poesia non sta nella montagna, ma nello sguardo che vede poeticamente la montagna.  Dunque il poetico e l’impoetico sono stati ontologici che si esprimono ovviamente in atteggiamenti e in comportamenti valutabili da un senso morale - che è la prerogativa di distinguere il buono da non buono, così come il senso estetico è la prerogativa di distinguere (krinèin) il bello e il non bello. 

Nell’ontologia dell’uomo queste due dimensioni (etica ed estetica) sono due modi di rapportarsi alla realtà che scaturiscono da una medesima istanza comunicativa.  Queste due modalità possono essere in equilibrio fra loro, possono essere in sinergia e in accordo, oppure possono essere in disaccordo.  Io acquisto l’auto perché mi serve (etica) ma poi mi accorgo che l’auto sporca (estetica) che il rumore non è bello né buono, ecc. ecc.  Insomma, acquisto l’auto ma sono in conflitto con me stesso: sono scisso.  Perciò, se voglio vivere senza subire lo stress di questa scissione, che mi procurerebbe qualcosa di male, cerco di rimuovere il problema, di non pensarci.  Ho fatto l’esempio dell’auto, ma potrei fare altri esempi ben più laceranti, come quello della guerra ad esempio (e in qual caso la rimozione ha conseguenze etiche molto più disastrose).  E’ solo attraverso la rimozione che noi riusciamo a conciliare una religione che insegna l’amore universale o un’ideologia che insegna la fraternità fra i popoli con la pratica della guerra.  Per vivere insomma, dobbiamo essere scissi, per non impazzire.

L’arte del ‘900 registra ampiamente questa scissione, la tematizza.  Ma l’arte del ‘900 è anche l’arte che rimuove i conflitti e li risolve altrove, in altre dimensioni, con l’allontanamento dalla realtà.  Non si sporca spesso le mani l’arte del ‘900 anche se dobbiamo riconoscere che, tutto sommato, proprio il ‘900 lo fa fatto più degli altri secoli; proprio il ‘900, a partire dal verismo e dal naturalismo, comincia a porsi un problema di un ruolo diverso dell’arte nella società.

 

In questi quattro poeti – mi perdoni il lettore se uso la terza persona parlando anche di me stesso, ma è pura economia del discorso – direi che balza subito all’occhio che l’estetica è l’ultima delle cure, o meglio, che l’estetica viene coniugata a una dimensione dalla quale la cultura moderna, nella sua smania schizoide, l’ha separata: la dimensione dell’etica.  Un’etica che ha sfumature religiose in Lucini, mistiche in Passannanti, di sostanziale umanesimo in Ciofi e con gli accenti della sfiducia Astremo (che, paradossalmente, è il più giovane dei quattro), ma che tuttavia si radica essa stessa un una visione antropologica comune, che è poi ancora quella degli antichi, sulla quale si fondano la stesse etiche cristiana, umanista, illuminista... Un ritorno quindi, un tentativo di integrare ciò che è dis-integrato, di rimettere insieme il bello e il buono, di cercare una ipotesi di integrazione.  Ma questo è appunto la de-vianza, è l’atto poetico che esprime il dis-senso, dove il termine “senso” può essere inteso anche come “significato” e non solo come “sentire”.

Altri in passato hanno tentato questa strada, e sicuramente con altri strumenti, in altre temperie culturali più segnate dall’ideologia forse (si pensi ai poeti del “Gruppo ‘63”, a Pierpaolo Pasolini, al Fortini di Solvantur, a Testori, per certi versi anche a Turoldo, a Nelo Risi...), per i quali proprio il macigno dell’idelologia (che a volte li influenzava forse anche nelle scelte poetiche) si frapponeva fra artista e arte, condizionando in qualche modo il ruolo dell’arte e dell’artista, rendendo tutto più difficile e più problematico.  E’ infatti ammirevole e commovente lo sforzo che questi artisti hanno fatto per ridare all’arte quello che è dell’arte, sottraendola alla banalità del con-sentire, all’impoetico.  Oggi questo macigno sembrerebbe rimosso, ma non è così.  Anche se l’ideologia (apparentemente) non segna più, almeno come elemento manifesto, le scelte artistiche, non per questo il pericolo per la libertà dell’arte è venuta meno.  L’ideologia infatti non è morta, ma soltanto nascosta, mascherata, mischiata al rimosso collettivo.  E’ un’ideologia che non ha ideologi, ma affonda le sue radici in una de-regolamentazione dello spirito seguita alla crisi dei sistemi etici filosofici, alla fine delle certezze metafisiche, a ciò che Nietzsche chiamava “la morte di Dio”.  E, paradossalmente, proprio questa totale libertà in campo etico ed estetico, si rivela per l’arte la più pericolosa delle condizioni, perché a questo punto è come essere in quel racconto della torre di Babele: gli uomini non hanno più un linguaggio condiviso (nell’arte in questo caso) e l’arte invece di essere com-unicazione e re-lazione dello spirito diventa un “oggetto” di scambio quasi meramente fisico (il libro che si tocca, il dipinto che si vede, la musica che si sente, ecc.).  Ossia, l’arte per essere socialmente riconosciuta deve servire (in ogni senso) a una dimensione economica, deve avere un valore misurabile con parametri concreti.  Non è più (ormai da molto tempo) l’arte che esprime liberamente il mondo, ma è il mondo che de-finisce l’arte e l’artista per mezzo di un sistema delle attese, che ne stabilisce il valore con l’unico parametro del consenso (che ovviamente significa danaro o prestigio o potere o aspetti analoghi, che ben si accordano alla via tracciata dal senso comune).  Perciò è tempo, è urgente, è indispensabile de-viare e dis-sentire, per trovare l’unica via possibile all’arte – nel nostro caso alla poesia – che è la fedeltà alla poesia stessa, alle sue istanze che si esprimono in una visione poetica del mondo, che è una visione valutativa, non neutra, anche se – e in questi testi mi sembra evidente, l’ideologia che pure è presente in queste visioni del mondo non diventa mai interpretazione ideologica del mondo.  E per non essere ideologici basta affidarsi al proprio sentimento, anche in senso fisico, del disgusto, della ribellione verso l’osceno e il male, verso l’orrenda meccanizzazione e cosificazione del mondo ad opera della evidente barbarie tecnologica che ci procura solo guerre, miserie, mancanza di senso, nevrosi, disastri ecologici, odio, umiliazione della mente e del corpo...

In tutti questi testi è forte questa preoccupazione umanistica, che certo può avere anche colori ideologici o religiosi o filosofici ma solo in seconda battuta, perché sono sentiti “di pelle”, mero disagio del corpo e della mente che si traduce in un verso teso e sofferto in tutti e quattro i poeti.  Credo che un ritorno a questa poesia sia necessario, per evitare di scrivere, come generazioni che abitano un tempo del mondo, una poesia dimentica del mondo, che a furia di ripetersi rischia di diventare astratta, inetta, morta dentro.

Pertanto questo volume, che contiene quattro sillogi di 12 / 13 testi per ogni poeta, non ha certo la pretesa di essere un “manifesto”, anzi, è proprio l’opposto: è una presa di parte per “la” poesia (il poetico) e non per “una certa” poesia scritta secondo imperativi dettati da ragioni esterne alla poesia stessa.  E’ scritta da poeti di quattro generazioni diverse: Astremo che è vicino ai 25 anni, Ciofi ai 35, Passannanti che è sulla quarantina, Lucini che ha passato solennemente i cinquanta: tutti però accomunati, come si diceva, da questo “sentire” la poesia che si traduce in una difesa della poesia, ciascuno con i suoi strumenti culturali, con diverse concezioni estetiche, con diverse tematiche, ma tutti nella convinzione che la poesia non è con-senso ma ricerca senza sapere dove porterà questa ricerca, al buio – se la metafora è pertinente – in dialogo e in dialettica con la cultura, con gli altri esseri umani, col “mondo” – wittgensteinianamente - con la propria concezione etica ed estetica.

 

Il volume è stato pubblicato in Gran Bretagna (siamo ormai in piena globalizzazione e lo si vede).  La copertina, molto suggestiva e intonata con lo spirito del libro, è opera del bravo fotografo francese, Philippe Fichot, del quale voglio segnalare il sito internet:  www.dieform.net che contiene un bel repertorio di immagini.  Il libro si caratterizza inoltre per lo spessore degli interventi critici, affidati alla penna del prof. Florian Mussgnug che insegna a Londra e a Pisa (l’introduzione al volume, intitolata Resistere ancora), dell’ottimo poeta Luigi Nacci del gruppo degli Ammutinati di Trieste che commenta con molto acume i testi di Lucini, del sottoscritto stesso che cerca di inquadrare la poesia di Fabio Ciofi, di Luciano Pagano che si sofferma sulla poesia di Astremo, e di Laura McLoughlin che insegna lingua e letteratura italiana alla National University of Ireland di Galway e commenta i versi di Passannanti.  In appendice il lettore troverà inoltre alcuni brevi profili biografici, sia degli autori che dei critici.  Si è fatta questa scelta, proprio perché si ritiene che un testo poetico debba sempre essere adeguatamente inquadrato nel suo orizzonte critico, affinché il lettore possa leggerlo con miglior profitto e con riferimenti che possano ampliare i significati di ciò che legge, proprio nello spirito e nella convinzione che la poesia è anche, o forse soprattutto, una forma di comunicazione, pur particolare perché ha regole particolari e giochi linguistici che debbono essere messi in evidenza; in questo modo il testo offre al lettore le sue migliori potenzialità.