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Dis-sentire e (è) de-viare
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AA.VV. Poesia del dissenso
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Dis-sentire e (è) de-viare
AA.VV. Poesia del dissenso
Troubador Publishing Ldt, Leicester (UK), 2004
Presentazione
L’artista dei tempi moderni è per sua natura
un “deviante”, perché non segue la via (quella che tutti seguono), ma
cerca altrove. Per questo possiamo dire che è in perenne dis-sentire
non tanto per decisione razionale, ma per una ragione istintiva, che viene
prima della riflessione, dal sentire (o dal sentimento).
E il sentimento appartiene a qualcosa che viene prima della cultura, e
affonda le sue ragioni nella natura e dunque nell’ontologia
dell’uomo.
Il dis-senso fa da contraltare al senso,
ma non nell’ordine dell’in-sensatezza (che è tutt’altro che
infrequente nell’arte contemporanea), ma nell’ottica di una d
Si direbbe che, il filo rosso che unisce
questi quattro poeti, diversi per stile, per verso, per cultura, per età,
sia qualcosa che ha a che fare con questo dis-sentire,
questo sentire de-viante, che indaga e contesta una certa via nota
ai più e che è caratterizzata da logiche normali e normate,
nelle quali il poeta è condannato al ruolo attribuitogli da una concezione
estetica massificata – se vuole sopravvivere. Si cerca insomma di forzare
l’orizzonte, senza dimenticarsi che si è – malgrado tutto –
dentro quell’orizzonte. Non basta infatti dire “siamo diversi” per
cambiare: più profonda è la dimensione del cambiamento e per vie che non
sono logiche e prevedibili – e in ogni caso non teorizzabili a tavolino.
Chi conosce un poco la psicologia del cambiamento, può intuire di cosa
stia parlando.
Io credo – e con me anche
Ciofi,
Astremo,
Passannanti – che la poesia oggi debba cercare un ruolo, uno
statuto che non gli venga dal mercato (del danaro o del narcisismo, poco
importa) ma venga da lei stessa, e quindi dalla profondità ontologica
dell’essere-umano-artista.
Credo che il compito della poesia, oggi, sia
quello di difendere se stessa dall’impoetico. E che cosa sarebbe, questo
“impoetico”? Tutto ciò che è contro la poesia – e fin qui siamo nel
banale. E la poesia, che cos’è? Nessuno lo sa dire, ma se spostiamo un
attimo il bersaglio della domanda e ragioniamo sull’essenza della poesia
in termini non astratti, possiamo dire con ragionevolezza che la poesia è
l’uomo, così come l’impoetico è l’uomo. L’essere umano è, ontologicamente,
il poetico e l’impoetico. Non faccio un’affermazione paradossale, ma
un’affermazione logica: siamo noi e non altre creatura a creare la poesia
(e l’arte) e a distruggerla, non altri. La poesia non sta nella montagna,
ma nello sguardo che vede poeticamente la montagna. Dunque il poetico e
l’impoetico sono stati ontologici che si esprimono ovviamente in
atteggiamenti e in comportamenti valutabili da un senso morale - che è la
prerogativa di distinguere il buono da non buono, così come il senso
estetico è la prerogativa di distinguere (krinèin) il bello e il non
bello.
Nell’ontologia dell’uomo queste due
dimensioni (etica ed estetica) sono due modi di rapportarsi alla realtà
che scaturiscono da una medesima istanza comunicativa. Queste due
modalità possono essere in equilibrio fra loro, possono essere in sinergia
e in accordo, oppure possono essere in disaccordo. Io acquisto l’auto
perché mi serve (etica) ma poi mi accorgo che l’auto sporca (estetica) che
il rumore non è bello né buono, ecc. ecc. Insomma, acquisto l’auto ma
sono in conflitto con me stesso: sono scisso. Perciò, se voglio
vivere senza subire lo stress di questa scissione, che mi procurerebbe
qualcosa di male, cerco di rimuovere il problema, di non pensarci.
Ho fatto l’esempio dell’auto, ma potrei fare altri esempi ben più
laceranti, come quello della guerra ad esempio (e in qual caso la
rimozione ha conseguenze etiche molto più disastrose). E’ solo attraverso
la rimozione che noi riusciamo a conciliare una religione che insegna
l’amore universale o un’ideologia che insegna la fraternità fra i popoli
con la pratica della guerra. Per vivere insomma, dobbiamo essere
scissi, per non impazzire.
L’arte del ‘900 registra ampiamente questa
scissione, la tematizza. Ma l’arte del ‘900 è anche l’arte che rimuove i
conflitti e li risolve altrove, in altre dimensioni, con l’allontanamento
dalla realtà. Non si sporca spesso le mani l’arte del ‘900 anche se
dobbiamo riconoscere che, tutto sommato, proprio il ‘900 lo fa fatto più
degli altri secoli; proprio il ‘900, a partire dal verismo e dal
naturalismo, comincia a porsi un problema di un ruolo diverso dell’arte
nella società.
In questi quattro poeti – mi perdoni il
lettore se uso la terza persona parlando anche di me stesso, ma è pura
economia del discorso – direi che balza subito all’occhio che l’estetica è
l’ultima delle cure, o meglio, che l’estetica viene coniugata a una
dimensione dalla quale la cultura moderna, nella sua smania schizoide,
l’ha separata: la dimensione dell’etica. Un’etica che ha sfumature
religiose in Lucini, mistiche in Passannanti, di sostanziale umanesimo in
Ciofi e con gli accenti della sfiducia Astremo (che, paradossalmente, è il
più giovane dei quattro), ma che tuttavia si radica essa stessa un una
visione antropologica comune, che è poi ancora quella degli antichi, sulla
quale si fondano la stesse etiche cristiana, umanista, illuminista... Un
ritorno quindi, un tentativo di integrare ciò che è dis-integrato, di
rimettere insieme il bello e il buono, di cercare una ipotesi di
integrazione. Ma questo è appunto la de-vianza, è l’atto poetico che
esprime il dis-senso, dove il termine “senso” può essere inteso
anche come “significato” e non solo come “sentire”.
Altri in passato hanno tentato questa
strada, e sicuramente con altri strumenti, in altre temperie culturali più
segnate dall’ideologia forse (si pensi ai poeti del “Gruppo ‘63”, a
Pierpaolo Pasolini, al Fortini di Solvantur, a Testori, per certi
versi anche a Turoldo, a Nelo Risi...), per i quali proprio il macigno
dell’idelologia (che a volte li influenzava forse anche nelle scelte
poetiche) si frapponeva fra artista e arte, condizionando in qualche modo
il ruolo dell’arte e dell’artista, rendendo tutto più difficile e
più problematico. E’ infatti ammirevole e commovente lo sforzo che questi
artisti hanno fatto per ridare all’arte quello che è dell’arte,
sottraendola alla banalità del con-sentire, all’impoetico. Oggi questo
macigno sembrerebbe rimosso, ma non è così. Anche se l’ideologia
(apparentemente) non segna più, almeno come elemento manifesto, le scelte
artistiche, non per questo il pericolo per la libertà dell’arte è venuta
meno. L’ideologia infatti non è morta, ma soltanto nascosta, mascherata,
mischiata al rimosso collettivo. E’ un’ideologia che non ha ideologi, ma
affonda le sue radici in una de-regolamentazione dello spirito seguita
alla crisi dei sistemi etici filosofici, alla fine delle certezze
metafisiche, a ciò che Nietzsche chiamava “la morte di Dio”. E,
paradossalmente, proprio questa totale libertà in campo etico ed estetico,
si rivela per l’arte la più pericolosa delle condizioni, perché a questo
punto è come essere in quel racconto della torre di Babele: gli uomini non
hanno più un linguaggio condiviso (nell’arte in questo caso) e l’arte
invece di essere com-unicazione e re-lazione dello spirito diventa un
“oggetto” di scambio quasi meramente fisico (il libro che si tocca, il
dipinto che si vede, la musica che si sente, ecc.). Ossia, l’arte per
essere socialmente riconosciuta deve servire (in ogni senso) a una
dimensione economica, deve avere un valore misurabile con parametri
concreti. Non è più (ormai da molto tempo) l’arte che esprime liberamente
il mondo, ma è il mondo che de-finisce l’arte e l’artista per mezzo di un
sistema delle attese, che ne stabilisce il valore con
l’unico parametro del consenso (che ovviamente significa danaro o
prestigio o potere o aspetti analoghi, che ben si accordano alla via
tracciata dal senso comune). Perciò è tempo, è urgente, è
indispensabile de-viare e dis-sentire, per trovare l’unica via possibile
all’arte – nel nostro caso alla poesia – che è la fedeltà alla poesia
stessa, alle sue istanze che si esprimono in una visione poetica del
mondo, che è una visione valutativa, non neutra, anche se – e in questi
testi mi sembra evidente, l’ideologia che pure è presente in queste
visioni del mondo non diventa mai interpretazione ideologica del
mondo. E per non essere ideologici basta affidarsi al proprio sentimento,
anche in senso fisico, del disgusto, della ribellione verso l’osceno e il
male, verso l’orrenda meccanizzazione e cosificazione del mondo ad opera
della evidente barbarie tecnologica che ci procura solo guerre, miserie,
mancanza di senso, nevrosi, disastri ecologici, odio, umiliazione della
mente e del corpo...
In tutti questi testi è forte questa
preoccupazione umanistica, che certo può avere anche colori ideologici o
religiosi o filosofici ma solo in seconda battuta, perché sono sentiti “di
pelle”, mero disagio del corpo e della mente che si traduce in un verso
teso e sofferto in tutti e quattro i poeti. Credo che un ritorno a questa
poesia sia necessario, per evitare di scrivere, come generazioni che
abitano un tempo del mondo, una poesia dimentica del mondo, che a furia di
ripetersi rischia di diventare astratta, inetta, morta dentro.
Pertanto questo volume, che contiene quattro
sillogi di 12 / 13 testi per ogni poeta, non ha certo la pretesa di essere
un “manifesto”, anzi, è proprio l’opposto: è una presa di parte per “la”
poesia (il poetico) e non per “una certa” poesia scritta secondo
imperativi dettati da ragioni esterne alla poesia stessa. E’ scritta da
poeti di quattro generazioni diverse: Astremo che è vicino ai 25 anni,
Ciofi ai 35, Passannanti che è sulla quarantina, Lucini che ha passato
solennemente i cinquanta: tutti però accomunati, come si diceva, da questo
“sentire” la poesia che si traduce in una difesa della poesia, ciascuno
con i suoi strumenti culturali, con diverse concezioni estetiche, con
diverse tematiche, ma tutti nella convinzione che la poesia non è
con-senso ma ricerca senza sapere dove porterà questa ricerca, al buio –
se la metafora è pertinente – in dialogo e in dialettica con la cultura,
con gli altri esseri umani, col “mondo” – wittgensteinianamente - con la
propria concezione etica ed estetica.
Il volume è stato pubblicato in Gran
Bretagna
(siamo ormai in piena globalizzazione e lo si vede). La copertina, molto
suggestiva e intonata con lo spirito del libro, è opera del bravo
fotografo francese, Philippe Fichot, del quale voglio segnalare il sito
internet:
www.dieform.net che contiene un bel repertorio di immagini. Il libro
si caratterizza inoltre per lo spessore degli interventi critici, affidati
alla penna del prof. Florian Mussgnug che insegna a Londra e a Pisa
(l’introduzione al volume, intitolata Resistere ancora),
dell’ottimo poeta Luigi Nacci del gruppo degli Ammutinati di Trieste che
commenta con molto acume i testi di Lucini, del sottoscritto stesso che
cerca di inquadrare la poesia di
Fabio Ciofi, di Luciano Pagano che si
sofferma sulla poesia di Astremo, e di Laura McLoughlin che insegna lingua
e letteratura italiana alla National University of Ireland di Galway e
commenta i versi di Passannanti. In appendice il lettore troverà inoltre
alcuni brevi profili biografici, sia degli autori che dei critici. Si è
fatta questa scelta, proprio perché si ritiene che un testo poetico debba
sempre essere adeguatamente inquadrato nel suo orizzonte critico, affinché
il lettore possa leggerlo con miglior profitto e con riferimenti che
possano ampliare i significati di ciò che legge, proprio nello spirito e
nella convinzione che la poesia è anche, o forse soprattutto, una forma di
comunicazione, pur particolare perché ha regole particolari e giochi
linguistici che debbono essere messi in evidenza; in questo modo il testo
offre al lettore le sue migliori potenzialità.
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