Anna Antolisei

                      L'altra faccia della luna

 

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               Anna Antolisei

                      L'altra faccia della luna

 

                                Fògola editore, Torino, 2004

 

 

 nota di G. Lucini

 

 

Scrivere un libro di cinquecento pagine per imastire un racconto che si svolge nell’arco temporale di diciotto giorni non è un’impresa leggera, anche se si tratta i un racconto giallo, un genere che di per sé necessita di molte pagine perché non è possibile spiegare un intrigo machiavellico in poche righe e non è possibile permettere al lettore di seguire il filo logico, fin alle catarsi finale che è la soluzione del caso, se non si rende conto degli indizi, delle riflessioni, delle induzioni e delle deduzioni.  Anna Antolisei è probabilmente abituata a narrare, poiché proviene dal giornalismo – il giornalista infatti ha come compito deontologico quello di narrare una “verità” così come egli la percepisce, nel modo più obiettivo che gli è possibile – ma la sua narrazione giornalistica non ha nulla a che fare con le esigenze che impone un genere letterario come il giallo.  Qui la vicenda infatti, parte da un evento e risale alla sua genesi, ma dalla genesi al fatto ci sta tutto il possibile, e si tratta peraltro di un possibile che l’assassino vuole ovviamente tenere nascosto; ma fin qui siamo vicini al giornalismo.  La diversità sta nel fatto che il giornalista racconta qualcosa che raccoglie dalla realtà, mentre lo scrittore di gialli costruisce l’evento immaginandolo come reale.  Ci sono personaggi che si incontrano, che hanno un vissuto alle spalle, che interagiscono con i loro diversi obiettivi che non sempre sono concordi.  Il giallo insomma è un genere letterario molto vicino al ludolinguismo, per alcuni aspetti, ma molto vicino anche alla narrazione tout court, alla psicologia, alla sociologia, persino alla filosofia.  Un buon autore di gialli assomiglia a un filosofo della scienza che procede, popperianamente, per tentativi ed errori, sapendo che sono errori ma facendo in modo che il lettore si renda conto della dinamica di questo errare, per argomentazioni rigorosamente logiche.  Non approderà alla confutazione di una ipotesi scientifica ma alla evidenziazione di una realtà fenomenica che, al di là di ogni ragionevole dubbio, è la soluzione del caso.  Per immaginare un giallo insomma, bisogna essere una mente insieme logica e insieme portata  all’immaginazione, alla verifica, alla costruzione di una realtà immaginata che abbia le caratteristiche rigorose della verosimiglianza, e costruirne la dimostrazione che non consenta al lettore dubbio alcuno.  L’arsenale del giallista è inoltre una serie di espedienti (dai colpi di scena, alle situazioni scabrose e ambigue, ai doppisensi, ecc. ecc.) che anch’essi devono essere rinnovati ed adeguati al gusto sempre esigente dei lettori di gialli.  Scrivere un giallo insomma è un fatto che a me personalmente fa tremare i polsi, ma non così, sembra, alla nostra Anna Antolisei, che già conosciamo dalle pagine di Poiein per tutt’altra scrittura.  E se il pregio di un giallista è quello di farsi leggere con avidità e desiderio dopo che le prime, diciamo 20 o 25 pagine che servono ad introdurre il romanzo sono state assimilate, credo che Anna abbia superato degnamente la prova.  E’ indubbio che la sua verve non lasci tregua, che non si fa nessuna fatica a preferire la lettura del libro al solito relax rincagniti davanti al televisore (soprattutto di questi tempi, che vedono l’idiozia dei palinsesti televisivi sempre più crescere senza dare segno di volersi assestare ad un apice – o su un fondo, fa lo stesso).  E se lo dice uno come me, che da decenni non legge più un giallo dopo averne divorati a quintali nel corso dell’adolescenza (non perché non mi piaccia il genere, ma perché non posso più permettermi questo genere di relax, che ovviamente necessita di molto tempo ed ha natura insaziabile, come mangiare ciliegie fresche – prezzi permettendo), può essere, da lettore a lettore, una specie di garanzia sulla bontà del prodotto.  anche perché, lo dico da critico ora e non da lettore, mi pare che all’interno della sua scrittura, che a volte certo si avvale dei cliché tipici di questo genere letterario, Anna Antolisei mette a grandi manate del suo: osservazioni, situazioni, stati d’animo, considerazioni, ecc. ecc. che appartengono a un genere narrativo che va ben oltre il “solito” giallo e spazia in ambiti speculativi e introspettivi, arricchendo la scrittura di una personalità ben marcata.

Notevole anche la conoscenza che Anna dimostra delle competenze alcune particolari figure istituzionali: il procuratore, l’investigatore (pubblico e non privato: è lì il difficile...), l’agente dei servizi segreti, descritti nello svolgimento delle loro mansioni, in un preciso quadro di competenze che è normato da leggi e regolamenti dello Stato (italiano).  Possiamo arguire che questa particolare conoscenza derivi alla nostra scrittrice dalla sua attività giornalistica, fatto sta che, anche da questo punto di vista, non è da poco la mole di informazioni che il lettore ne può ricavare, informazioni che gli possono servire per orizzontarsi anche come cittadino nell’approccio con il potere giudiziario - sperando ovviamente di non avere mai bisogno di rivolgersi a giudici o poliziotti per far valere le proprie ragioni.

Per gli appassionati del genere, ecco pertanto un libro scritto con impegno e con passione, con notevoli risorse di mestiere ma anche un linguaggio scorrevole e sicuro (mai sciatto, come capita troppo spesso nei generi di lettura d’evasione), scritto da una persona che dimostra di avere salde competenze e conoscenze del genere letterario che ha trattato.  E i nostri complimenti all’autrice.