|
Il senso di non appartenenza
|
||
|
Nota di lettura di G. Lucini
Eva di Betta è una giovane poeta siciliana
che ha partecipato nel 2003 alla seconda edizione del Premio Turoldo e che
oggi ci invia questo volume di 80 pagine (dal quale sono state tratte le
tre poesie inviate al concorso)">
Il senso di non appartenenza
Nota di lettura di
G. Lucini
Eva di Betta è una giovane poeta siciliana
che ha partecipato nel 2003 alla seconda edizione del Premio Turoldo e che
oggi ci invia questo volume di 80 pagine (dal quale sono state tratte le
tre poesie inviate al concorso), edito anch’esso nell’anno 2003, che ha
tutta l’aria di essere un’opera prima. Noi vogliamo commentare questo
lavoro, che Eva pubblicò a 23 anni, considerandolo una prima tappa
importante della sua poetica, e cercando nel contempo di capire in che
direzione questa poetica possa evolversi (e qui andremo un po’ a intuito,
perché non abbiamo altri elementi successivi di confronto).
Mi sembra di poter dire, dopo la lettura dei
testi, che Eva ha il merito di affrontare con coraggio e forse con un po’
di impeto delle tematiche molto impegnative e che, globalmente, la sua
poetica regge all’impatto. L’Io poetico qui regista una distinzione da un
“mondo” che è percepito come incomprensibile, deludente, alienante. La
reazione psicologica con è certo di scoramento o di depressione: la poeta
reagisce con trasporto e con spirit
Libro complesso dunque, che tocca temi che
in qualche modo sono rappresentativi del disagio della gioventù
contemporanea, la sua disillusione per una cultura che insegue il mito
della felicità a tutti i costi e non riesce più a trovare senso e
significato nel dolore, così che il dolore diventa male, la parte della
vita che deve essere tagliata da sé per poter dire di essere vivi. Ma
forse senza dolore si perde di più che trovando un senso nel dolore e la
poesia di Eva di Betta si dibatte entro questi rovelli in maniera
profondamente sentita e vera.
Nel complesso il linguaggio di Eva,
nonostante questa velleità di rifiuto e di distacco, è pur sempre un
linguaggio colloquiale, rivolto a un “Tu” ipotetico che è lo stesso
lettore o un interlocutore immaginario. Questa evidenza sottolinea ancor
più la sofferenza psicologica, perché è molto facile e probabilmente non
impegnativo sotto il profilo del “mettersi in discussione” un linguaggio
che invece del “Tu” alluda a un “loro” o un ”essi” o si rifugi in un “si”
impersonale. Eva prende invece coraggiosamente di petto il dialogo,
denunciando sì durezza e a volte perentorietà, ma mettendosi ampiamente e
coraggiosamente in gioco in prima persona.
Per questo possiamo vedere in lei,
nonostante qualche screziatura nello stile e qualche vetustà nel
linguaggio, un vento di novità e sincerità che avrà modo di farsi forte
nel futuro e proporci una visione del mondo sempre più acuta e critica,
come ella annuncia in questo generoso libro.
|