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Napoli di ieri - Penna d'Autore">
Racconti
Napoli di ieri - Penna d'Autore, 2004
Racconti e Fiabe - Penna D'Autore, 2004
Nota di
G. lucini
Nel segno della madre, recentemente
scomparsa, Francesca Santucci pubblica questi due libri, l’uno di pochi
racconti, l’altro più corposo e ambedue editi da Penna d’Autore nel 2004.
Chi ha seguito sulle pagine di questo sito
le opere di questa scrittrice, saprà che essa vede nel periodo del
decadentismo l’età più consona al suo modo di intendere la scrittura
Un narrare dunque che è al tempo stesso uno
spaccato della Napoli di alcuni decenni or sono, con le sue figure
caratteristiche e magari anche i suoi figuri, le sue abitudini, quell’atmosfera
un po’ caotica, un po’ creativa e un po’ fatalista che è l’anima segreta
di questa straordinaria città. Gusto popolare e insieme stile vivido e
mosso del racconto decadentista, con il suo gusto per il misterioso,
l’ambiguo, l’ambivalente, il colpo di scena, il quadretto tipico, ecc.
ecc., che Francesca padroneggia con molta competenza scrittoria, da
profonda conoscitrice di quel periodo storico e di quella letteratura. E’
dunque, insieme a un omaggio alla madre, anche un omaggio alla sua Napoli
(Francesca infatti vive a Dalmine, in provincia di Bergamo, e soffre la
lontananza dalla sua terra natìa – come, credo, la maggior parte dei
napoletani emigrati: anche questa è una caratteristica della gente
partenopea).
La lettura dei due testi è dunque anche un
ottimo strumento per capire la mentalità del napoletano, proprio perché
Francesca Santucci lo sa incarnare molto bene e con la scrittura di questi
testi spontanei e per nulla costruiti ma solo riportati (ricordati e
tradotti in scrittura) riesce a “far parlare” qualcosa che non sta nei
racconti e non sta – forse – nelle sue stesse intenzioni, che è appunto
quell’anima profonda della gente napoletana che da secoli è diversa e
caratteristica, che definisce l’identità, la peculiarità di una cultura.
C’è insomma un carattere particolare che lega una sonata di Scarlatti a
una rappresentazione teatrale di Eduardo De Filippo: è l’essenza della
gente napoletana che si trova pari pari anche nei racconti della Santucci.
Non vogliamo con questo dire che i racconti della Santucci siano un’opera
di sociologia, ma piuttosto che un sociologo ne ricaverebbe molto
leggendoli.
Infine, la caratteristica di questi racconti
sta nella linearità, nella assoluta semplicità della “verve”; tutto si
dipana poco a poco come in un racconto del Boccaccio, senza complicazione
di trama, senza ricercatezza di effetti, ma in una forma che rammenta
l’oralità, la stessa oralità del nonno che racconta una storia al nipotino
(curiosa, proprio nei primi racconti se non il primo di Napoli di ieri,
questo accenno alle donne che intrattengono i bambini con questo rito del
racconto di storie, che man mano che vengono raccontate si accrescono
sempre più di particolari fantastici). C’è in tutto questo, oltre che una
nostalgia, anche il sentimento di qualcosa che è definitivamente passato
non tanto nella propria vita ma nel modo stesso di trasmettere la cultura
alle giovani generazioni – cosa della quale oggi si occupano non i nonni o
ma la televisione, a suo modo ovviamente. C’è il senso di una perdita, un
qualcosa che fa sprofondare il racconti in una dimensione senza tempo,
perché il tempo al qual i due libri alludono, pur essendo relativamente
vicino ai giorni nostri, non ci sarà più.
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