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Prigioniero del nero
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Prigioniero del nero
Lepisma, Roma, 2004 - pp. 170
Nota critica di
G. Lucini
Una certa sorpresa il
trovarmi fra la posta il libro dell’amico (si fa per dire: non ci siamo
mai visti anche se ci siamo scambiati diversi messaggi, sin dal lontano
1999) Giuseppe D’Onofrio, che scopro essere un pezzo grosso della clinica
universitaria Gemelli, un professore insomma – direttore del servizio di
trasfusione all’istituto di Ematologia. E io che ingenuamente pensavo che
ormai la poesia non sia cosa che per umili impiegati e che un professore
di scienze naturali, quale lo studio dell’uomo, non abbia un granché a
fare con la poesia. Ben ricorda
Dante Maffia nella prefazione al volume
che la poesia ormai, col ‘900, è largamente uscita dall’ambito letterario
e che i “poeti laureati” – in letteratura, almeno - per dirla con Montale,
sono ormai una minoranza: ma i luoghi comuni dell’immaginario, si sa, sono
i più duri a morire.
Maffia nella sua
introduzione, da fine critico qual è (lo abbiamo presentato tempo fa
su questo sito) cerca di
inquadrare il volume di D’Onofrio nel panorama
Ma a mio avviso altri
elementi entrano, questa volta dalla tradizione della poesia colta
romanesca (il Trilussa, il Belli), che forse si possono riscontrare meglio
nella seconda parte – dove D’Onofrio inserisce addirittura alcuni sonetti,
-uno strano, in novenari, e altri in endecasillabi (fra i quali il
bellissimo I morti, Gina, scritto quattro o cinque anni or sono e
che già conoscevo). Nella seconda parte, intitolata Pelle di scimmia,
credo che D’Onofrio si si ispiri di più alla poesia romanesca classica e
cerchi di attingervi un modo di sentire, uno spleen quasi, tutto
romano eterno e insieme sottilissimo, misto al sorriso sornione tipico
dell'atteggiarsi della gente di Roma, che caratterizza anche il linguaggio
romanesco (anche se qui non vi sono poesie in vernacolo).
E dunque giungiamo al tema
fondamentale, più che un tema un basso continuo, una campitura nella quale
si muove il libro, un orizzonte visivo e concettuale: la vanità, la
morte. La morte che, nella letteratura contemporanea, trova poco spazio,
è invece da questo poeta tenuta costantemente alla ribalta: temuta,
dileggiata, blandita, minacciata. Prigioniero del nero, appunto. Tutta
una gradazione di sentimenti ambivalenti verso di lei, che però come un
chiodo fisso rimane l’evento celebrato nel libro. Persino inconsciamente
D'Onofrio - sembra buffo - rievoca la morte, come quando scrive: "un
po' per sbaglio / un po' perché ci credi", che è poi una ripresa della
Butterfly di Puccini (mi pare il testo sia di Giacosa) che invece
recita: "un po' per celia / un po' per non morire"...
E non solo la morte dell’uomo ci parla, ma anche della provvisarietà delle
cose, del divenire, della “vanità” come ebbe a scrivere il Qohélet.
Ecco dunque che il
leggerissimo tono, spesso o quasi sempre ironico di D’Onofrio, assume un
valore scaramantico e in qualche modo camuffa un terrore, agisce da
elemento controfobico di una paura non ancora risolta, che affonda le
radici nella gioventù più lontana, nel pascoliano "fanciullino". Questo,
a mio avviso, è il tratto umanissimo del libro, quello che ce lo fa
apprezzare maggiormente al di là di tutto quello che di buono si potrebbe
dirne sul piano della scrittura e del valore poetico. La morte vista da
un poeta-uomo-occidentale che ama le tinte azzurre, la leggerezza, il
gioco, la vita in sé: questo il racconto del libro. Ed è un racconto
insieme leggero e straziante, che rammenta alcune delle ultime
composizioni mozartiane.
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Parte prima: Ipogrammi
Vivere
è zampettare di piccioni
tra sputi e deiezioni
di cani e di padroni
sull’asfalto.
Morire
è invece un salto.
***
Noi siamo omoni
soffici e forti
così buoni
da imbalsamare e esoporre
appena morti
***
Sere da pizza a taglio
due o tre alla settimana.
Aria di festa buona,
tirata per i piedi
un po’ per sbaglio
un po’ perché ci credi.
***
Primavera.
Ancora un giorno perso
verso il sorriso terso
della sera.
***
Conosco la meta
ma ho perso correndo la via.
L’ansia che sento
e m’inquieta
è di non arrivare in tempo
o di sfuggire
all’inseguimento?
***
Corteggiare Atropo
perché il suo filo
lo tagli dopo
***
Ma che paura morte
morte mia!
Forse un rimpianto
forte una nostalgia
***
Morte improvvisa
non sarai mica
fra tanti mali
la vera amica?
***
America retorica
allegoria barbarica
parodia del consenso e
dell’assenza
consumi, ori et labori
e giunta al fin della licenza
spari
***
Non c’è peggior silenzio
di mille voci insieme
senza senso
***
Di me c’è un angolino
che non conosco ancora
se lo trovo ci urino
e tutti alla malora.
***
Parteseconda: Pelle di scimmia
Comprare
un vestito a un bambino
***
Ad ogni nuova sera
***
Baghdad 2003
***
Anima di troppo
***
I morti, Gina
***
Prigioniero del nero
***
Epitaffio |