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A un passo da Cézanne
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A un passo da Cézanne
Edizioni Tracce, 2004
nota di
G. lucini
Mostra di possedere un'ottima cultura e di
aver affrontato attente letture l'autore di quest’opera prima, Francesco
Giusti, ventunenne aquilano, che è studente universitario. In
considerazione dell’età (ma non solo, ovviamente) diremo che quest’opera
ci pare un ottimo inizio.
Giusti infatti prende le mosse dalla poesia
del ‘900, dalla tradizione, quella tradizione però che si sofferma sul
senso e sul linguaggio che l’autore vuole piano ed espressivo, alieno da
ricerche sperimentali di dubbio esito, preferendolo solido, controllato e
fluido. Il titolo suggerisce già qualcosa dello stile del nostro giovane
poeta, ossia la predilezione per le immagini, la visività nello scrivere,
che non significa descrizione ma evocazione attraverso immagini e
accostamenti visivi.
E’ vero, ci sono alcuni motivi di
perplessità nell’insieme: un certo intimismo delle poesie iniziali che
fatica a staccarsi da stilemi di un petrarchismo logoro nella poesia
italiana; una certa fragilità di alcune liriche, che non escono o faticano
ad uscire da motivi e riprese di una “letterarietà” un po’ lisa, ma questo
accade non sempre e soltanto nella prima parte del libro, pur nulla
eccependo sulla prosodia del verso, le scelte lessicali e stilistiche, la
“bontà” insomma della scrittura. Questo fino a pagina 48. Con la poesia
“1922” e le successive però, la musica cambia. I riferimenti dell’autore
diventano altri, più profondi, più personali, più vissuti - anche se meno
comprensibili e impregnati di simbolismi. Anche l’intimismo, che pure qua
e là fa ancora capolino, lascia il posto a una poesia più comunicativa, a
un messaggio che man mano acquista sempre più spessore, in un crescendo
che si conclude con la silloge “Nonostante tutto”: il canto si allarga, si
fa corale, prende dentro di sé un orizzonte anche sociale, si fa canto
collettivo e, dunque, il poeta si fa poeta davvero. C’è un abisso, a mio
modo di vedere, fra le prime poesie e l’ultima silloge. Ignoro in quale
scansione temporale siano state scritte queste liriche e dove collocare le
ultime poesie: immagino che siano state scritte molto dopo e, soprattutto,
in seguito a qualche esperienza significativa dell’autore. Ma se le cose
stanno così come ci pare di intuirle, se cioè l’autore è ancora in questa
progressione della quale ho detto, mi vien da dire che la prossima opera
di Giusti ci riserverà una lettura completa, di un poeta giovanissimo ma –
come ci pare di capire dalle ultime 20 pagine di questo libro, già molto
dotato, pronto a entrare con una forte personalità poetica nel panorama
della nostra poesia più giovane. La strada che egli ha scelto e
seguito è dunque la strada della tradizione, individuata come punto fermo
col quale confrontarsi. Il passo successivo, di conseguenza, è
quello di decidere che cosa fare di tutto questo e in che direzione
muoversi, con quali strumenti, per dire che cosa, per inventare quale
personale modo di scrivere.
Ai lettori di poesia, suggerirei dunque di
tenere d’occhio questo autore, che a mio avviso ha lavorato moltissimo e
che, dopo questo esordio che sicuramente non è sotto tono o un libro
“qualsiasi ma già merita una attenta considerazione, sicuramente – lo
sento – ci darà ottima poesia. Peraltro, questo libro può anche
considerato - al di là degli aspetti letterari e come possibile esercizio
critico per il lettore - un interessante documento di sociologia della
cultura, una specie di sezione a strati di una crescita individuale nella
poesia, una "storia di vita" insomma, nel senso di "vita in rapporto con
la poesia".
Intanto leggiamo di Giusti, questa bella
poesia, o poemetto, o silloge.
Nonostante tutto
Qui finirà. la voglia che ancora dedichiamo
a scomporre e il vento dopo la fatica
questo pensava un ennesimo compratore
d'intelligenza, non è appropriato diciamo
stingere i profumi dilettanti ad ogni mitica
fermata d'autobus periferica, è una reliquia
ineludibile che ha perso il nome e l'oro
e che per il futuro ha già scelto la sua veste,
alta, troppo alta, il ballo ora richiede agilità
un buona performance richiede quello
che non trovo in ogni corpo, c'è chi ne parla
e chi nonostante tutto non ha capito il gioco.
Vieni, vieni, tra questi cinque miliardi
d'hardware disegnati col sangue,
cartomante per nostalgia.
*
Imago - tratti leggeri tracciati
in coincidenza cerebrale
riflesso di luce elettrica sulla parete,
pochi numeri e un criterio di verità
accettato per accondiscendenza
lui lo sa che non è stato un errore
una resistenza distratta al canto
a Madame Bovary, al sorriso da vigilia
della notte. Le mani nel dubbio
sceglieranno la malizia, la religione
degli inseguimenti, dei sanguinamenti,
delle passeggiate sottopelle, di una lettera
postmortern ai Corinzi. Saranno le mani
a togliere le schegge della specie
che preferisce il punto e un a capo
di generazione, l'accordo resta,
un senso trasversale di lenta mutazione
un ricordo di stato in luogo per un tempo
riconosciuto. L'alba nella stanza entra o non entra
a sua discrezione, è un sicario del sonno
è una fede nel sogno, è un libro di niente
come voleva Flaubert. La casa del giorno
ha un'ipotesi d'alfabeto, una sabbia bianca
su cui disegnare figure geometriche
a un'ora precisa, ogni partenza ha un'ora,
l'approdo lo stesso, ironica isocronia
per convenzione, e la madre ha un silenzio
di nebbia volontaria, un epigramma già
nascosto nel cassetto che può essere rifugio
provvisorio per vent'anni. In altre parole
ritornati a distanza di sicurezza dalla neve
in odore di terra.
*
Una religione del presupposto
circoscrive un collo di congiunzione
di presunzione, di coscrizione obbligatoria,
nel palato s'inchioda un altro respiro sincero,
Serena è una ragazza seria
e sa che il vero è un'utopia circostanziata
sa che il vero ha un tempo di decollo
troppo rapido per poter essere distratto
per poter essere distrutto e non lo chiede.
E dopotutto è un costo sopportabile
qualche scucitura, qualche perdita d'udito.
Oggi Kafka non scrive più le sue risposte
sui biglietti da visita di sconosciuti
la divinità s'è fatta a mezza a mezza
col bisogno, un testo raro, un orpello
da diario.
*
Serena malgrado i suoi anni
è una ragazza seria, guarda il suo maggio
che non giunge da una panchina sul canale
ed ha un'ipotesi, una spiegazione
che non è la forma chiusa della sorte
una barca porta qualche libro e una mitologia
un ritratto di maestro, un sorso troppo semplice
di luce. Morirai senza interruzione di discorso
gli hanno detto, allora sarà un compagno di viaggio
in lontananza, due viaggi diversi senza
che lo sguardo abbia ferite.
*
Sul Corso c'è un teatro,
stasera non si recita a soggetto
il soggetto è un altro, si è li
con una vibrazione d'anticamera,
un labirinto troppo stretto per darci
l'impressione d'esserci perduti, appoggiati
ne avrai di tempo da passare sul velluto
rosso e in tondo il labirinto ha una sua
piacevolezza, qui tu sei alla meta,
appoggiata al muro di casa, probabilmente
hai anche un indirizzo, l'errore è un classico
l'orario di chiusura non rispettato, il sorriso
che scusa sempre lo squallore
per non sembrare polvere,
guai a colui a cui si chiude
guai a colui che chiude,
lo dimenticarono del tutto.
*
Il tempo è un'invariabile discussa
di resti sparsi tutt'intorno, sotto i piedi
la tua assenza di pericoli è una natura morta
da pelle a pelle in infinita vicinanza.
*
Serena andava a cavallo in sincrono
col cuore, andava a cavallo come andava
in chiesa a pregare il suo dio postmoderno
postatomico e non chiede venia oggi d'essere
quello che voleva. Respirare l'aria ricostruita
ne ha bisogno per vivere oggi
più di quanto abbia bisogno d'ossigeno.
Serena mentre camminava sopra i ponti
sapeva, sapeva che il migliore dei mondi
possibili è una vendetta, una rivincita,
lei è una figlia dei mondi, lei vive al plurale.
*
Vittorio ha un'esperienza nuova
nella sua rustica romana lingua,
è sceso a patti con la sete dopo
due adolescenze di trattative maturate
come un vecchio incesto con la vita
senza imparare, l'età se n'è andata in chiesa
e il corpo in veranda riconosce l'etimo
d'ogni avvio di pensiero, due torri e tre o quattro
centimetri quadrati un canto postumo
d'inesperto giocatore. Parlare sempre
per non aver capito non fa nessun rumore
ma consente di non essere ascoltati,
diplomato bachelier nascosto
tra le righe d'un Canaletto. Una vacanza
tra gli antichi borghi della Linguadoca
in barca lungo l'ultimo tratto del Canal du Midi:
il molo è affollato d'uomini che cercano
l'arte nelle brioches, anche la cruna dell'ago
è un errore filologico figuriamoci il tuo nome
col fumo che confonde, il fumo che risale
dall'acqua che s'approssima alle rive.
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