Ha molto da dire – e
invece il banale dovrebbe tacere...–
A volte lo dice:
ma è troppo stanca,
tronca, va a capo
se il fiato le manca
per calcolo o per vezzo
– non è più avvezza a
scandire con la voce e l’eloquio delle mani
il battere e levare di
metronomo che regola il motivo dell’esistere:
non ha più fiato né
parole per insistere,
battere l’aria, prima
che l’ingravidi
il buio del
crepuscolo.
***
Il silenzio era un
tempo una condanna
ma ora pare sia la
salvezza
- sono parole mute,
addormentate,
se le risvegli ti sei
condannato.
***
Vuole manifestarsi in
versi d’amore
consonanti e vocali
che disegnano volti
vorrebbe rivelarli nei
palmi delle mani,
epica senza bandiere,
pane per chi ha fame, sangue
alle passioni più
vere;
ma dorme un demonio
annoiato nei nomi e nei verbi e trema
il fonema a
pronunciarli nell’osceno
di questa terra
morta.
***
Lo spazio che lasciò
nella fuga di ieri non è luce né ombra,
un fruscìo forse come
un vibrare
un fremere d’ali nel
volo del rondone.
E ancora fugge,
svanisce nell'aria
- a volte la sfiori ma
sempre tardi
tendi la mano per
toccarla.
***
Ha molto da dire: il
cervello è una ciurma in allarme,
rimbombano parole,
fanno ressa per uscire
da un’apertura troppo
angusta
– la prende uno
scontento che trasforma
l’indecisione in
paralisi.
Non trovo
spazio né misura in
questa prosa
malata e faticosa che
taglia con cesure a senso a caso,
dove il cervello
riposa vincendo la paura di se stesso
- di quel sentirsi
come ambiguo fiato,
parola che passeggia
nel creato
con licenza d’uccidere
o guarire.
***
Che suono le piace,
una musica?
l’arrancare del
respiro che ròsica aria, un conato pneumatico?
Piccole afasie
concertate, coreografie sapienti, parate?
Non c’è più tempo per
i vezzi dell’estetica:
tutto divora la bestia
impoetica;
si vola al gran
galoppo verso la voragine dell’incomunicabile
dello stralunato
schizofrenico
dove con voce rotta si
guàiola - ognuno per sé
come al momento di
nascere o morire.
***
Stendono intrichi,
ragnatele nel vasto, s'ingozzano,
oche all'ingrasso di
vento - ma incerto
ancora incespica il
passo dentro fessure, il passato delira
a bruciature che
ancora dolorano
- poesia di poesia che
s’invana
nel rigore dei canoni,
nelle lallazioni
che ironizza o
strepita ma nulla ha da dire
sui crimini dell'uomo
occidentale:
piegata al grande
male, emaciata
dal morbo estetistico
brinda
lacrime e crepuscoli
fra scaffali in
disordine
mentre suona male
addestrata
una banda le ultime
note
d'una mazurka
stonata.
***
Ha molto da dire –
prendo appunti –
Ma ignoro se questo
suo morire poco a poco
le sia ben chiaro in
mente,
se sia o no presente
nel suo dire la coscienza d’un inizio
e d’una fine.
Ha
molto
da dire ma il verso
s’increspa
di nostalgie
importune, ubbie, croste
di passati scontenti.
Come
farà
a scuotersi di dosso
tanta pena
a tornare alla sua
voce più serena?
- gracchia pur sempre
un concerto di nacchere
nei campi di
sterminio...
***
Che senso trovare in
questo salmodiare
- vento nel vento che
soffia e si schianta
eternamente sibilla
del niente? -
Dov’è la bellezza e in
quale paese
andremo a cercarla -
volto ridente
dopo l’attesa, dopo i
vaniloqui?
***
Che vogliamo da lei,
forse cercarla
nei quartieri più
alti?
Lei è soltanto
l’antica puttana che canticchia nei postriboli,
con la voce degli
ingenui e degli illusi di vincere la morte:
ha tutto da dire ma
cincischia e si defila,
è più leggera del
niente, le piace sorridere, ammiccare,
- sopravvivere almeno,
simulacro dentro un mito.
***
Mi tremano le mani.
La fine
di questo impero è
vicina
- lo dice la violenza
dei singulti fra cinismo militare e regressione -.
Si salvi chi può,
urleranno i capitani
quando già l’acqua
rifranta sugli scogli ci frusterà il volto
e i morti dondolando
negli abissi sembreranno danzare
cullati da quel grido
- già ora si leva
nell’oscura nostra
più scettica parte un
tardivo miserere:
tardiva coscienza d’un
lutto,
intuizione d’un nuovo
terrore.
***
Càvala fuori con
forza, costringila in catene di fonemi,
di accenti, di rime,
riversala
sul bianchissimo shock
della carta, configgila
Cristo alla croce e
canterà le agonie
le ubbie e le
malinconie d’una grande civiltà
che ha perduto
noncurante ogni grande occasione,
- col capo volto
all’indietro e sul volto
quella luminosa
meraviglia
che spiana le rughe a
chi muore.
***
Se vuoi occupare gli
spazi del sole e dell’aria ti occorre
il nulla osta dei
padroni del sole e dell’aria; se vuoi
essere se vuoi
corrispondere,
nello scenario di
sorrisi ingessati – per non
crepare
vantando qualche
talento e l’ardore di inutili
supreme battaglie -
doppi legàmi che ti
sostengano
per luminarie e notti
di macelleria,
per stare in alto e
non precipitare
in una lenta morte
sociale.
Mio malgrado lecco il
graffio del silenzio
perché non servo
nessuno e ghigno
la mia demenza da un
fetente sottoscala
stiano in alto le
maestà senza carisma
condannate all’orrore
di apparire
in questa età della
democrazia
disumana e senza
cultura
-è lei, la parola
colpevole, non potrà
sopravvivere nel tempo
al naufragio del
disincanto... si scuote,
sovverte, agita
catene,
si scaglia contro il
muro della prigione,
per evitare la tortura
- e nel vaniloquio
sceglie il suicidio di
ragione.
***
Un globo rossiccio
incendia l’orizzonte
scende il crepuscolo
sulla pianura. Vanno
feroci motori,
ringhiano lontano, sulla Valassina,
mentre fuori Monza il
viola s’adagia nelle crepe dei viali
che appena ieri
scorrevano in campagna.
Potrebbe starsene là per
una vita intera
al ringhio dei motori
e contemplare i cieli per sempre sanguinare:
sarebbe dimenticata in
beatitudine segreta,
sarebbe l’anacoreta
dell’inutile
umana guardiana degli
inferi moderni
che si accendono in
orizzonti metafisici a sera
quando da sponda a
sponda traghettiamo da vita a morte e forse
nessuno noterebbe la
sua assenza, nessuna
parola le rotolerebbe
sulle pagine del notes
a sputtanarsi per un
po’ di dolore
e di corrispondenza.
***
Le ore della notte
sono lunghe se non hai sonno e nulla da fare
se ti punge il
sentimento della tua inutilità
fin che il gallo canti
per tre volte infiniti tradimenti
minuto per minuto
settanta volte sette perdonato,
in una nube di niente
e di tabacco.
E ti senti un po’ eroe
e un po’ vigliacco per quel che sei:
rassegnato e senza un
grido per quel che accade intorno
al tuo rimorso - così
umano -
per i massacri taciuti
per i silenzi
massacrati...
***
Era di un dio il suo
canto, dentro di lei
si muovevano i feti
degli dèi.
Dormiva a mezz’aria
fra umano e divino
era vento e soffiava
lo spirito nel mondo, indagava l’eterno
Ha cantato il caos e
la luce, l’abisso del mare, le alture,
il silenzio, la
tragedia,
parlava con Dio nella
sua lingua
Il tempo dei re che
pascevano greggi sull’isole greche
fu quello il suo
tempo, il convivio, il teatro – ma ora
è il tempo dei simboli
perduti,
di cadute semantiche –
pietraie
soltanto pietraie e
canto dell’esilio.
Dal nulla dei nomi
oggi pronuncia soltanto epitaffi.
non è la vanga nel
cielo che sognavi da ragazzo - non vedi:
tutto è uguale, per
sempre tutto è uguale...
non v'è alcunché da
dissodare -
e certe
notti innocenti sono
già compromesse.
***
Mio Dio, mio
Dio, tutto è finito,
tutto
è già finito - le
epopee, il tempo neppure cominciato -
non c'è morte, non c'è
vita- soltanto l'inquieto
battere di palpebre
che a stento
sopportano la luce.
***
Eppure
devi esistere in
parole nascoste grande Dio
e balzerai fuori a
ridire ancora il mondo
con una nuova poesia -
un Dio-persona
col quale a viso
aperto discutere di tutto
degli dèi e degli
uomini e di questo
grande buco nero nel
creato
che un dio da noi
stessi partorito
aprì, con cannoni e
traccianti,
scavando nei sistemi
neuronali di noi animali
ammaestrati a
dimenticare le sofferenze
e non conoscere
la pace -.
Ci deve essere un Dio
così forte
da muoversi leggiero
quasi inesistente
devianza, piuma nel
vento che dissolva
con l'evidenza
immotivata dell’irrazionale
ogni ambivalenza - e
ricompaia
l'Africa intera,
riemerga l'America Latina,
il grande Est e l'Indocina
e tutte le voci
precipitate nei nostri
buchi neri - scavati
dall’evidenza
ragionevole dei fatti...
