Gianmario lucini

                      Invenzione a due voci

 

                               

 

 

 

   

Ha molto da dire – e invece il banale dovrebbe tacere...–  

A volte lo dice:

ma è troppo stanca, tronca, va a capo

se il fiato le manca per calcolo o per vezzo

– non è più avvezza a scandire con la voce e l’eloquio delle mani

il battere e levare di metronomo che regola il motivo dell’esistere:

non ha più fiato né parole per insistere,

battere l’aria, prima che l’ingravidi

il buio del crepuscolo.

 

***

Il silenzio era un tempo una condanna

ma ora pare sia la salvezza

- sono parole mute, addormentate,

se le risvegli ti sei condannato.

 

***

Vuole manifestarsi in versi d’amore

consonanti e vocali che disegnano volti

vorrebbe rivelarli nei palmi delle mani,

epica senza bandiere, pane per chi ha fame, sangue

alle passioni più vere;

 

ma dorme un demonio annoiato nei nomi e nei verbi e trema

il fonema a pronunciarli nell’osceno

di questa terra

morta.

 

***

Lo spazio che lasciò nella fuga di ieri non è luce né ombra,

un fruscìo forse come un vibrare

un fremere d’ali nel volo del rondone.

E ancora fugge, svanisce nell'aria

 

- a volte la sfiori ma sempre tardi

tendi la mano per toccarla.

 

***

Ha molto da dire: il cervello è una ciurma in allarme,

rimbombano parole, fanno ressa per uscire

da un’apertura troppo angusta

 

– la prende uno scontento che trasforma

l’indecisione in paralisi.

                               Non trovo

spazio né misura in questa prosa

malata e faticosa che taglia con cesure a senso a caso,

dove il cervello riposa vincendo la paura di se stesso

 

- di quel sentirsi come ambiguo fiato,

parola che passeggia nel creato

con licenza d’uccidere o guarire.

 

***

Che suono le piace, una musica?

l’arrancare del respiro che ròsica aria, un conato pneumatico?

Piccole afasie concertate, coreografie sapienti, parate?

 

Non c’è più tempo per i vezzi dell’estetica:

tutto divora la bestia impoetica;

si vola al gran galoppo verso la voragine dell’incomunicabile

dello stralunato schizofrenico

dove con voce rotta si guàiola - ognuno per sé

come al momento di nascere o morire.

 

***

Stendono intrichi, ragnatele nel vasto, s'ingozzano,

oche all'ingrasso di vento - ma incerto

ancora incespica il passo dentro fessure, il passato delira

a bruciature che ancora dolorano

 

- poesia di poesia che s’invana

nel rigore dei canoni, nelle lallazioni

che ironizza o strepita ma nulla ha da dire

sui crimini dell'uomo occidentale:

 

piegata al grande male, emaciata

dal morbo estetistico brinda

lacrime e crepuscoli

fra scaffali in disordine

mentre suona male addestrata

una banda le ultime note

d'una mazurka

stonata.

 

***

Ha molto da dire – prendo appunti –

Ma ignoro se questo suo morire poco a poco

le sia ben chiaro in mente,

se sia o no presente nel suo dire la coscienza d’un inizio

e d’una fine.

                   Ha molto

da dire ma il verso s’increspa

di nostalgie importune, ubbie, croste

di passati scontenti.

                  Come farà

a scuotersi di dosso tanta pena

a tornare alla sua voce più serena?

 

- gracchia pur sempre un concerto di nacchere

nei campi di sterminio...

 

***

Che senso trovare in questo salmodiare

- vento nel vento che soffia e si schianta

eternamente sibilla del niente? -

Dov’è la bellezza e in quale paese

andremo a cercarla - volto ridente

dopo l’attesa, dopo i vaniloqui?

 

***

Che vogliamo da lei, forse cercarla

nei quartieri più alti?

Lei è soltanto l’antica puttana che canticchia nei postriboli,

con la voce degli ingenui e degli illusi di vincere la morte:

ha tutto da dire ma cincischia e si defila,

è più leggera del niente, le piace sorridere, ammiccare,

- sopravvivere almeno, simulacro dentro un mito.

 

***

Mi tremano le mani.  La fine

di questo impero è vicina

- lo dice la violenza dei singulti fra cinismo militare e regressione -.

Si salvi chi può, urleranno i capitani

quando già l’acqua rifranta sugli scogli ci frusterà il volto

e i morti dondolando negli abissi sembreranno danzare

cullati da quel grido

 

- già ora si leva nell’oscura nostra

più scettica parte un tardivo miserere:

tardiva coscienza d’un lutto,

intuizione d’un nuovo terrore.

 

***

Càvala fuori con forza, costringila in catene di fonemi,

di accenti, di rime, riversala

sul bianchissimo shock della carta, configgila

Cristo alla croce e canterà le agonie

le ubbie e le malinconie d’una grande civiltà

che ha perduto noncurante ogni grande occasione,

 

- col capo volto all’indietro e sul volto

quella luminosa meraviglia

che spiana le rughe a chi muore.

 

***

Se vuoi occupare gli spazi del sole e dell’aria ti occorre

il nulla osta dei padroni del sole e dell’aria; se vuoi

essere se vuoi corrispondere,

nello scenario di sorrisi ingessati – per non

crepare

vantando qualche talento e l’ardore di inutili

supreme battaglie -

doppi legàmi che ti sostengano

per luminarie e notti di macelleria,

per stare in alto e non precipitare

in una lenta morte sociale.

 

Mio malgrado lecco il graffio del silenzio

perché non servo nessuno e ghigno

la mia demenza da un fetente sottoscala

stiano in alto le maestà senza carisma

condannate all’orrore di apparire

in questa età della democrazia

disumana e senza cultura

 

-è lei, la parola colpevole, non potrà

sopravvivere nel tempo

al naufragio del disincanto... si scuote,

sovverte, agita catene,

si scaglia contro il muro della prigione,

per evitare la tortura - e nel vaniloquio

sceglie il suicidio di ragione.

 

***

Un globo rossiccio incendia l’orizzonte

scende il crepuscolo sulla pianura.  Vanno

feroci motori, ringhiano lontano, sulla Valassina,

mentre fuori Monza il viola s’adagia nelle crepe dei viali

che appena ieri scorrevano in campagna.

 

Potrebbe starsene là per una vita intera

al ringhio dei motori e contemplare i cieli per sempre sanguinare:

sarebbe dimenticata in beatitudine segreta,

sarebbe l’anacoreta dell’inutile

umana guardiana degli inferi moderni

che si accendono in orizzonti metafisici a sera

quando da sponda a sponda traghettiamo da vita a morte e forse

nessuno noterebbe la sua assenza, nessuna

parola le rotolerebbe sulle pagine del notes

a sputtanarsi per un po’ di dolore

e di corrispondenza.

 

***

Le ore della notte sono lunghe se non hai sonno e nulla da fare

se ti punge il sentimento della tua inutilità

fin che il gallo canti per tre volte infiniti tradimenti

minuto per minuto settanta volte sette perdonato,

in una nube di niente e di tabacco.

 

E ti senti un po’ eroe e un po’ vigliacco per quel che sei:

rassegnato e senza un grido per quel che accade intorno

al tuo rimorso - così umano -

per i massacri taciuti

per i silenzi massacrati...

 

***

Era di un dio il suo canto, dentro di lei

si muovevano i feti degli dèi.

Dormiva a mezz’aria fra umano e divino

era vento e soffiava lo spirito nel mondo, indagava l’eterno

Ha cantato il caos e la luce, l’abisso del mare, le alture,

il silenzio, la tragedia,

parlava con Dio nella sua lingua

 

Il tempo dei re che pascevano greggi sull’isole greche

fu quello il suo tempo, il convivio, il teatro – ma ora

è il tempo dei simboli perduti,

di cadute semantiche – pietraie

soltanto pietraie e canto dell’esilio.

Dal nulla dei nomi oggi pronuncia soltanto epitaffi.

non è la vanga nel cielo che sognavi da ragazzo - non vedi:

tutto è uguale, per sempre tutto è uguale...

non v'è alcunché da dissodare -

                                               e certe

notti innocenti sono già compromesse.

 

***

Mio Dio, mio

Dio, tutto è finito, tutto

è già finito - le epopee, il tempo neppure cominciato -

non c'è morte, non c'è vita- soltanto l'inquieto

battere di palpebre

che a stento sopportano la luce.

 

***

                                                Eppure

devi esistere in parole nascoste grande Dio

e balzerai fuori a ridire ancora il mondo

con una nuova poesia - un Dio-persona

col quale a viso aperto discutere di tutto

degli dèi e degli uomini e di questo

grande buco nero nel creato

che un dio da noi stessi partorito

aprì, con cannoni e traccianti,

scavando nei sistemi neuronali di noi animali

ammaestrati a dimenticare le sofferenze

e non conoscere

                         la pace -.

 

Ci deve essere un Dio così forte

da muoversi leggiero quasi inesistente

devianza, piuma nel vento che dissolva

con l'evidenza immotivata dell’irrazionale

ogni ambivalenza - e ricompaia

l'Africa intera, riemerga l'America Latina,

il grande Est e l'Indocina e tutte le voci

precipitate nei nostri buchi neri - scavati

dall’evidenza ragionevole dei fatti...  

 

 

 

 

 

 

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