Gianmario lucini

                      Il guscio e il vento

 

                                   Poemetto in prosa o racconto in poesia

 

 

 

   

Non più morte scese

in atroce duello con la Vita

solo Morte contro morte,

Morte voluta, organizzata dal Folle,

morte industrializzata

in infinite forme di morte.

 

E il Grande Assente stava a guardare.

 

                                                        D.M. Turoldo, La grande notte (1985)

 

 

Fa ancora male rammentare il volo, l’angelo d’acciaio nei cieli

l’infinito blu del cielo e del mare trafitto da sbreghi rossi e neri,

lo stupore di chi levando il capo non avrebbe voluto essere in quel luogo

e il brivido animale schiantarsi nell’attimo diviso:

è come all’improvviso nel silenzio d’un paesaggio l’aprirsi d’una faglia fra un piede e l’altro,

scegliere d’istinto se a destra o sinistra buttarsi nell’irreversibile

metà del mondo che adagio s’allontana dall’altra metà,

un lutto inconsolabile, un terrore

che tutto possa ripetersi a ogni debole amnesia nei colori di settembre

- ma è così che l’inferno appare, in terra,

con tutti i suoi démoni

così apre baratri e faglie,

pianta artigli nei sogni padroni.

 

Non è facile stare alla destra e alla sinistra del medesimo giorno,

riportare il presente e il passato al medesimo nesso,

trovare un filo, legarli per farne una zattera e navigare l’onda d’alto mare,

ma da secoli l’orizzonte è crocefisso e non ne siamo consapevoli

da secoli abbiamo creato i demoni che vanno predando per cieli e per mari,

né mai cercato corde o fili per imbastire nessi,

nessun brivido animale provammo

canticchiando rivolte al di qua e al di là dal muro dicotomico

disegnando scenari improbabili.

 

Quando il boato iniziò eravamo distratti e occupati in contese ordinarie

- forse importanti ma collocate dentro coreografie insopportabili -

e per salvarci dal disgusto inventammo diversivi e tattiche rituali.

Il boato ci sorprese nel torpore che neppure la luce appassionata del settembre

                                                                                        [ riusciva a scuotere

e ci bastò l’ira, il rito, la lacrima, il disgusto per condizionato riflesso,

mentre il televisore impartiva regole per simili momenti

secondo canoni democratici maturi;

origliammo notizie, ci ispirammo a commentari di provata competenza e ci avviammo

                                                                                [ al lavoro con nuovi argomenti

da presentare alle macchine del caffè;

ci sentivamo saggi, preoccupati, solidali, a volte anche giusti.

Vinto l’iniziale sgomento piano piano ci assopimmo, nonostante il tedio, quel pungolo

                                                                  [ leggero - mai propriamente entità molesta -:

eravamo tanto stanchi

dopo tanti secoli di festa.

 

Quando il boato ci investì, frammenti tematici scandivano la vita, accendevano passioni popolari come la tragedia antica - frammenti per ogni passione, per l’amore, il potere, il benessere e anche per l’ira -: ci bastava premere un pulsante, selezionare il frammento, calibrarlo al nostro malessere per trovarvi una verità momentanea che potesse sedare quel male insistente, quel basso continuo o leggero mal di capo dello spirito, occupati a dimostrare che la vita è troppo complessa per una vita soltanto e dunque tanto vale attendere in una nicchia rilassante a temperatura costante il bacio della morte

 

che neppure osiamo nominare

- piuttosto un alludere, accennare

glissando sui fonemi, pragmatici e discreti

per non svegliare la paura che dorme nel profondo

di una visione magica del mondo –

 

ma il boato contagiò tutti i frammenti uno ad uno con veloce progressione, così che all’improvviso fu necessario ricostruire quel nesso perduto da oltre due secoli per tentare una prima lettura dei simboli, sconvolti in pochi attimi dalla paradossale creatività della morte, che con regole inventate vinceva ai nostri giochi.

 

Alcuni osservando le mani notarono tracce di sangue e sparsero  la notizia per l’intero occidente.  Poi altri e altri ancora osservarono le mani e con meraviglia - a volte disappunto - anch’essi notarono sangue rappreso, in piccola o in grande quantità e nessuno pareva esserne immune.

 

Del nuovo frammento tematico esperti fornirono dotte ermeneutiche.

Taluni inforcando occhiali molto scuri diagnosticarono miraggi, la fallacia dei sensi

                                           [ – in particolar modo della vista -e negarono qualsivoglia

                                           [ traccia ematica rappresa

proibirono telecamere, macchine fotografiche e persino vedere passando per caso,

invitando uomini e donne a occuparsi dei loro ordinari e collaudati frammenti di senso

a causa dell’indimostrabilità dell’evidenza.

Fu allora che dai profondi un altro rombo cominciò a vibrare

dapprima impercettibile ma poi sempre più cupo e insistente

sommandosi a quel fastidioso boato, quel leggero mal di capo disciolto nel tempo e

                                                                      [ nello spazio che da sempre ci tormenta

e con terrore capimmo che i nostri giochi non potevano più distrarci, alleviare questa

                                                                                        [ nuova febbre della mente;

nessun frammento poteva darci il senso necessario ad impedire la minaccia

lo sbattere di porte e di scuri nel vento della notte

o la frattura della terra, la faglia

proprio nel mezzo dei passi tranquilli e ordinari

e iniziammo ad avere paura

come di morire.

 

I teorici teorizzarono discreti volando parole poiane a larghe ellissi concentriche; abili e pazienti cacciatori volavano alti nel sole con brevi apparizioni e monconi di argomenti.  Fissarono nel cielo immobili sfere di colore, che pencolavano appena a un vento leggero, per abituarci a queste insolite presenze che ci potevano allarmare - spiegando che si trattava di lune e pianeti da sempre esistiti ma peraltro mai notati per quel leggero ronzio forse, o mal di capo dello spirito.  Iniziammo perciò a considerare queste lune parte del nostro scenario ordinario, colori che rompono il monotono azzurro del cielo, altri svaghi alla nostra festa.  Gradualmente e senza riflettere decidemmo di riconsiderarli nuovi possibili giochi, immaginando fili colorati che li unissero in una grande rete o zattera di nuove opportunità

 

nuovi frammenti speculari,

ma più chiari alla luce del sole

nel cupo del nostro argomentare.

 

E quando alcuni si avvidero dell’ambiguità di quei soli stupimmo;

e quando evidenziarono la minaccia nascosta in quella rete cercammo di arretrare

sciogliere i nodi, tagliare le cime

ma misteriose mani nelle notti li avevano saldamente ancorati alle nostre case

con spessi cavi di acciaio che nessuno poteva tagliare.

I teorici allora di fronte all’evidenza dei fatti decisero nuove teorie inconfutabili

decisero di essere mistici e avvolgere in questa rete una più razionale religione

poiché il Cristo inchiodato alla croce da troppi secoli comandava una giusta rivincita;

e dalle povertà ermeneutiche scrostarono le vere parole:

che il male era in viaggio verso di noi,

che il male stava in mezzo a noi,

che non vi era altra via che stringere le maglie della rete discesa dal cielo in un attimo

                                                                                                     [ di distrazione

che bisognava portare il bene fin dentro i parchi e i viali delle città del male

costringerle alla resa, invaderle

cospargerle di fiori e di eterne feste

così che il mondo finalmente divenisse uno e forte

nel solo pensiero possibile:

tutti fratelli nella cristiana democrazia

e nella grande pace occidentale

per comando divino e ragionevole ragione.

 

Accadde allora, a detta di alcuni, che i santi uscissero dai loro sepolcri a benedire gli eserciti e le navi pronte a salpare, che il danaro si moltiplicasse nei forzieri per finanziare questo progetto di civiltà, che Dio parlasse a prediletti illustrando loro i suoi piani di battaglia e nominandoli generali sul campo.  Ma a detta di altri erano queste menzogne disegnate dalle ellissi dei voli di poiana

 

altri ancora vestirono feste bambine per cantare e ballare il loro dissenso

altri si unirono in provvisori matrimoni per generare parole che avessero il potere di

                                                                                       [ frenare la catarsi irreversibile,

ma la seduzione di un racconto imprevedibile catturava tutti dentro la sua logica

e iniziammo a giocare questo nuovo gioco

inventando ogni giorno nuove regole.

Ci mescolammo, amici, nemici,

ci dividemmo, ci ritrovammo, ci associammo a caso

fiutandoci nella notte

e quando il nuovo giorno si levò dalle ceneri dei bivacchi

le nostre divise erano uguali e dalle stesse macchie macchiate

dallo stesso sangue rosso e nero rappreso

uomini e donne ci buttammo appena svegli sul caffè appena servito

in una grande cucina da campo

commentando i grandi cambiamenti

e quella magnifica impresa notturna.

 

Poi ci rivolgemmo ai giornali di tutto il mondo vantando risultati

chiedemmo alle campane di tutto il mondo di suonare perché il pericolo era scampato

e quando ci dissero che non vi era mai stato alcun pericolo ne scovammo infinite

                                                                                 [ sequenze dietro ogni parola,

e annunciammo con orgoglio il grande cambiamento irreversibile della storia:

la battaglia del bene armato contro il male armato

la nuova battaglia per salvare il paradiso dai démoni

la tattica della morte contro la morte

nel nome della vita.

 

E proclamammo nel mondo una grande festa di Ringraziamento

sapendo di essere ormai padroni incontrastati:

tutto il mondo ci avrebbe assecondato senza osare dinieghi.

I governanti e i tiranni ci ascoltarono con grande timore

perché era vinta, la nostra battaglia,

la nostra fede trionfava.

 

Ma cominciò a montare nella calura dell’estate un rancore sordo che non sapevamo interpretare; incominciò a serpeggiare nel mezzo della grande festa per la nostra incontestabile vittoria. Dapprima un debole avvertimento, come un improvviso scricchiolio quando inizia il terremoto, ma giorno dopo giorno montava sempre più il fragore di quel canto incomprensibile.  Finalmente capimmo di aver scoperto quel pericolo nascosto da sempre cercato e mai trovato, e con lui gli argomenti inconfutabili per dimostrare ragioni mai dimostrate di fronte ad ogni giudizio morale e alla storia

 

eravamo orgogliosi della nostra saggezza, della nostra onnipotenza

che aveva creato il male dal nulla e infine

lo aveva schiacciato:

ogni paradosso trovava la sua sintesi

finale; è il potere a decretare

sintesi e senso d’ogni paradosso.

 

Un sentire inconfessabile, divino e insieme diabolico (forse il volto nascosto di Dio, la crepa buia nel suo ventre, la sua assenza) si manifestavano in quel baratro che all’improvviso divennero i nostri occhi - che incominciarono a risucchiare ogni cosa nel loro furore

 

si capovolse il cielo e da allora camminiamo a testa in giù piantando radici nel vento,

ci manifestiamo in raffiche di pioggia, ci nascondiamo

dietro spesse mura di silenzio.  Il male

é qui, al guinzaglio, a portata del nostro desiderio

un accessorio domestico al servizio del bene:

nessun concreto frammento a contrastarlo, nessun indizio

o parola che giunga sino a noi navigando

in questo nuovo sentire senza regole.

 

Molti furono risucchiati nel baratro dei nostri occhi

e di essi non si trovò alcuna traccia

- volatilizzati in spazi di notte, dispersi

in deserti, sepolti da crolli e macerie inamovibili;

brandelli di carne e di festa in ogni bara

portata in silenzio e con vergogna, rimossa sempre più in fretta -

 

ma il nemico sempre più rinvigoriva, sempre più feroce ad ogni colpo, sempre più forte oltre ogni ragionevole previsione, così che iniziò a vacillare la nostra fede nella ragione-religione e creammo un dio feticcio sfavillante e terribile, chimera nel cielo a spiare onnipotente ogni ruga di dolore incisa sulla terra.  Dio creduto da nessuno ma adorato con ardore,  poiché il vecchio Dio era stato ucciso da troppo tempo nella catarsi di una festa irripetibile e dopo di Lui nessun dio ci fu dato, nessuno ne reclamò l’eredità;

 

eravamo così distratti da non udire

il rantolo della sua agonia.

 

E anche oggi bare, sempre nuove bare,

immagini negate, aride statistiche (come si dice)

anche oggi rombi e boati ci scuotono il sonno

nessuna festa ci distrae dai bagliori degli incendi e dal colore del sangue che tinge le parole

nessuna rete ci protegge dall’abisso del cielo, nessun amore

potrà mai scaldarci davvero

 

gusci nel vento;

 

frammenti di un vivere disperso segnano d’ansia e di rabbia i nostri colloqui;

ingurgitiamo cibo e fumo per sopravvivere

e danaro e feste e sempre nuovi giochi che ci sviino

da quel pesante mal di capo dell’anima

inconfessabile scontento che ci rode e ci consuma

acini vuoti nel vento dei vigneti

senza più occhi e vecchi

nella natura che declina corrosa dall’incuria

e dall’avidità.

                      Così l’era

fluisce lenta e stanca come un fiume di pianura

ignota senza spazio e senza tempo

dissolvenza.  

 

 

 

 

 

 

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