Poemetto in prosa o racconto in poesia
Non più morte scese
in atroce duello con la Vita
solo Morte contro morte,
Morte voluta, organizzata dal Folle,
morte industrializzata
in infinite forme di morte.
E il Grande Assente stava a guardare.
D.M. Turoldo, La grande notte (1985)
Fa ancora male rammentare il volo, l’angelo
d’acciaio nei cieli
l’infinito blu del cielo e del mare trafitto
da sbreghi rossi e neri,
lo stupore di chi levando il capo non
avrebbe voluto essere in quel luogo
e il brivido animale schiantarsi nell’attimo
diviso:
è come all’improvviso nel silenzio d’un
paesaggio l’aprirsi d’una faglia fra un piede e l’altro,
scegliere d’istinto se a destra o sinistra
buttarsi nell’irreversibile
metà del mondo che adagio s’allontana
dall’altra metà,
un lutto inconsolabile, un terrore
che tutto possa ripetersi a ogni debole
amnesia nei colori di settembre
- ma è così che l’inferno appare, in terra,
con tutti i suoi démoni
così apre baratri e faglie,
pianta artigli nei sogni padroni.
Non è facile stare alla destra e alla
sinistra del medesimo giorno,
riportare il presente e il passato al
medesimo nesso,
trovare un filo, legarli per farne una
zattera e navigare l’onda d’alto mare,
ma da secoli l’orizzonte è crocefisso e non
ne siamo consapevoli
da secoli abbiamo creato i demoni che vanno
predando per cieli e per mari,
né mai cercato corde o fili per imbastire
nessi,
nessun brivido animale provammo
canticchiando rivolte al di qua e al di là
dal muro dicotomico
disegnando scenari improbabili.
Quando il boato iniziò eravamo distratti e
occupati in contese ordinarie
- forse importanti ma collocate dentro
coreografie insopportabili -
e per salvarci dal disgusto inventammo
diversivi e tattiche rituali.
Il boato ci sorprese nel torpore che neppure
la luce appassionata del settembre
[ riusciva a scuotere
e ci bastò l’ira, il rito, la lacrima, il
disgusto per condizionato riflesso,
mentre il televisore impartiva regole per
simili momenti
secondo canoni democratici maturi;
origliammo notizie, ci ispirammo a
commentari di provata competenza e ci avviammo
[ al lavoro con nuovi argomenti
da presentare alle macchine del caffè;
ci sentivamo saggi, preoccupati, solidali, a
volte anche giusti.
Vinto l’iniziale sgomento piano piano ci
assopimmo, nonostante il tedio, quel pungolo
[ leggero - mai propriamente entità molesta -:
eravamo tanto stanchi
dopo tanti secoli di festa.
Quando il boato ci investì, frammenti
tematici scandivano la vita, accendevano passioni popolari come la
tragedia antica - frammenti per ogni passione, per l’amore, il potere, il
benessere e anche per l’ira -: ci bastava premere un pulsante, selezionare
il frammento, calibrarlo al nostro malessere per trovarvi una verità
momentanea che potesse sedare quel male insistente, quel basso continuo o
leggero mal di capo dello spirito, occupati a dimostrare che la vita è
troppo complessa per una vita soltanto e dunque tanto vale attendere in
una nicchia rilassante a temperatura costante il bacio della morte
che neppure osiamo nominare
- piuttosto un alludere, accennare
glissando sui fonemi, pragmatici e discreti
per non svegliare la paura che dorme nel
profondo
di una visione magica del mondo –
ma il boato contagiò tutti i frammenti uno
ad uno con veloce progressione, così che all’improvviso fu necessario
ricostruire quel nesso perduto da oltre due secoli per tentare una prima
lettura dei simboli, sconvolti in pochi attimi dalla paradossale
creatività della morte, che con regole inventate vinceva ai nostri giochi.
Alcuni osservando le mani notarono tracce di
sangue e sparsero la notizia per l’intero occidente. Poi altri e altri
ancora osservarono le mani e con meraviglia - a volte disappunto -
anch’essi notarono sangue rappreso, in piccola o in grande quantità e
nessuno pareva esserne immune.
Del nuovo frammento tematico esperti
fornirono dotte ermeneutiche.
Taluni inforcando occhiali molto scuri
diagnosticarono miraggi, la fallacia dei sensi
[ – in particolar modo della vista -e negarono qualsivoglia
[ traccia ematica rappresa
proibirono telecamere, macchine fotografiche
e persino vedere passando per caso,
invitando uomini e donne a occuparsi dei
loro ordinari e collaudati frammenti di senso
a causa dell’indimostrabilità dell’evidenza.
Fu allora che dai profondi un altro rombo
cominciò a vibrare
dapprima impercettibile ma poi sempre più
cupo e insistente
sommandosi a quel fastidioso boato, quel
leggero mal di capo disciolto nel tempo e
[ nello spazio che da sempre ci tormenta
e con terrore capimmo che i nostri giochi
non potevano più distrarci, alleviare questa
[ nuova febbre della mente;
nessun frammento poteva darci il senso
necessario ad impedire la minaccia
lo sbattere di porte e di scuri nel vento
della notte
o la frattura della terra, la faglia
proprio nel mezzo dei passi tranquilli e
ordinari
e iniziammo ad avere paura
come di morire.
I teorici teorizzarono discreti volando
parole poiane a larghe ellissi concentriche; abili e pazienti cacciatori
volavano alti nel sole con brevi apparizioni e monconi di argomenti.
Fissarono nel cielo immobili sfere di colore, che pencolavano appena a un
vento leggero, per abituarci a queste insolite presenze che ci potevano
allarmare - spiegando che si trattava di lune e pianeti da sempre esistiti
ma peraltro mai notati per quel leggero ronzio forse, o mal di capo dello
spirito. Iniziammo perciò a considerare queste lune parte del nostro
scenario ordinario, colori che rompono il monotono azzurro del cielo,
altri svaghi alla nostra festa. Gradualmente e senza riflettere decidemmo
di riconsiderarli nuovi possibili giochi, immaginando fili colorati che li
unissero in una grande rete o zattera di nuove opportunità
nuovi frammenti speculari,
ma più chiari alla luce del sole
nel cupo del nostro argomentare.
E quando alcuni si avvidero dell’ambiguità
di quei soli stupimmo;
e quando evidenziarono la minaccia nascosta
in quella rete cercammo di arretrare
sciogliere i nodi, tagliare le cime
ma misteriose mani nelle notti li avevano
saldamente ancorati alle nostre case
con spessi cavi di acciaio che nessuno
poteva tagliare.
I teorici allora di fronte all’evidenza dei
fatti decisero nuove teorie inconfutabili
decisero di essere mistici e avvolgere in
questa rete una più razionale religione
poiché il Cristo inchiodato alla croce da
troppi secoli comandava una giusta rivincita;
e dalle povertà ermeneutiche scrostarono le
vere parole:
che il male era in viaggio verso di noi,
che il male stava in mezzo a noi,
che non vi era altra via che stringere le
maglie della rete discesa dal cielo in un attimo
[ di distrazione
che bisognava portare il bene fin dentro i
parchi e i viali delle città del male
costringerle alla resa, invaderle
cospargerle di fiori e di eterne feste
così che il mondo finalmente divenisse uno e
forte
nel solo pensiero possibile:
tutti fratelli nella cristiana democrazia
e nella grande pace occidentale
per comando divino e ragionevole ragione.
Accadde allora, a detta di alcuni, che i
santi uscissero dai loro sepolcri a benedire gli eserciti e le navi pronte
a salpare, che il danaro si moltiplicasse nei forzieri per finanziare
questo progetto di civiltà, che Dio parlasse a prediletti illustrando loro
i suoi piani di battaglia e nominandoli generali sul campo. Ma a detta di
altri erano queste menzogne disegnate dalle ellissi dei voli di poiana
altri ancora vestirono feste bambine per
cantare e ballare il loro dissenso
altri si unirono in provvisori matrimoni per
generare parole che avessero il potere di
[ frenare la catarsi irreversibile,
ma la seduzione di un racconto imprevedibile
catturava tutti dentro la sua logica
e iniziammo a giocare questo nuovo gioco
inventando ogni giorno nuove regole.
Ci mescolammo, amici, nemici,
ci dividemmo, ci ritrovammo, ci associammo a
caso
fiutandoci nella notte
e quando il nuovo giorno si levò dalle
ceneri dei bivacchi
le nostre divise erano uguali e dalle stesse
macchie macchiate
dallo stesso sangue rosso e nero rappreso
uomini e donne ci buttammo appena svegli sul
caffè appena servito
in una grande cucina da campo
commentando i grandi cambiamenti
e quella magnifica impresa notturna.
Poi ci rivolgemmo ai giornali di tutto il
mondo vantando risultati
chiedemmo alle campane di tutto il mondo di
suonare perché il pericolo era scampato
e quando ci dissero che non vi era mai stato
alcun pericolo ne scovammo infinite
[ sequenze dietro ogni parola,
e annunciammo con orgoglio il grande
cambiamento irreversibile della storia:
la battaglia del bene armato contro il male
armato
la nuova battaglia per salvare il paradiso
dai démoni
la tattica della morte contro la morte
nel nome della vita.
E proclamammo nel mondo una grande festa di
Ringraziamento
sapendo di essere ormai padroni
incontrastati:
tutto il mondo ci avrebbe assecondato senza
osare dinieghi.
I governanti e i tiranni ci ascoltarono con
grande timore
perché era vinta, la nostra battaglia,
la nostra fede trionfava.
Ma cominciò a montare nella calura
dell’estate un rancore sordo che non sapevamo interpretare; incominciò a
serpeggiare nel mezzo della grande festa per la nostra incontestabile
vittoria. Dapprima un debole avvertimento, come un improvviso scricchiolio
quando inizia il terremoto, ma giorno dopo giorno montava sempre più il
fragore di quel canto incomprensibile. Finalmente capimmo di aver
scoperto quel pericolo nascosto da sempre cercato e mai trovato, e con lui
gli argomenti inconfutabili per dimostrare ragioni mai dimostrate di
fronte ad ogni giudizio morale e alla storia
eravamo orgogliosi della nostra saggezza,
della nostra onnipotenza
che aveva creato il male dal nulla e infine
lo aveva schiacciato:
ogni paradosso trovava la sua sintesi
finale; è il potere a decretare
sintesi e senso d’ogni paradosso.
Un sentire inconfessabile, divino e insieme
diabolico (forse il volto nascosto di Dio, la crepa buia nel suo ventre,
la sua assenza) si manifestavano in quel baratro che all’improvviso
divennero i nostri occhi - che incominciarono a risucchiare ogni cosa nel
loro furore
si capovolse il cielo e da allora camminiamo
a testa in giù piantando radici nel vento,
ci manifestiamo in raffiche di pioggia, ci
nascondiamo
dietro spesse mura di silenzio. Il male
é qui, al guinzaglio, a portata del nostro
desiderio
un accessorio domestico al servizio del
bene:
nessun concreto frammento a contrastarlo,
nessun indizio
o parola che giunga sino a noi navigando
in questo nuovo sentire senza regole.
Molti furono risucchiati nel baratro dei
nostri occhi
e di essi non si trovò alcuna traccia
- volatilizzati in spazi di notte, dispersi
in deserti, sepolti da crolli e macerie
inamovibili;
brandelli di carne e di festa in ogni bara
portata in silenzio e con vergogna, rimossa
sempre più in fretta -
ma il nemico sempre più rinvigoriva, sempre
più feroce ad ogni colpo, sempre più forte oltre ogni ragionevole
previsione, così che iniziò a vacillare la nostra fede nella
ragione-religione e creammo un dio feticcio sfavillante e terribile,
chimera nel cielo a spiare onnipotente ogni ruga di dolore incisa sulla
terra. Dio creduto da nessuno ma adorato con ardore, poiché il vecchio
Dio era stato ucciso da troppo tempo nella catarsi di una festa
irripetibile e dopo di Lui nessun dio ci fu dato, nessuno ne reclamò
l’eredità;
eravamo così distratti da non udire
il rantolo della sua agonia.
E anche oggi bare, sempre nuove bare,
immagini negate, aride statistiche (come si
dice)
anche oggi rombi e boati ci scuotono il
sonno
nessuna festa ci distrae dai bagliori degli
incendi e dal colore del sangue che tinge le parole
nessuna rete ci protegge dall’abisso del
cielo, nessun amore
potrà mai scaldarci davvero
gusci nel vento;
frammenti di un vivere disperso segnano
d’ansia e di rabbia i nostri colloqui;
ingurgitiamo cibo e fumo per sopravvivere
e danaro e feste e sempre nuovi giochi che
ci sviino
da quel pesante mal di capo dell’anima
inconfessabile scontento che ci rode e ci
consuma
acini vuoti nel vento dei vigneti
senza più occhi e vecchi
nella natura che declina corrosa
dall’incuria
e dall’avidità.
Così l’era
fluisce lenta e stanca come un fiume di
pianura
ignota senza spazio e senza tempo
dissolvenza.
