Mio padre lo vedevo fuori posto
con il vestito buono della festa
e la camicia bianca che ancor di più scuriva
il suo volto bruciato dal sole.
Aveva il gesto lento della neve
che cade, il senso delle cose,
la levità dell'ape;
portava pantaloni di velluto alla zuava
che orrendamente sibilavano
al passo sui sentieri di montagna;
io ero bambino e non mi disperdevo ancora
in questo troppo vasto e lo seguivo
sgambettando al ginocchio di quel sibilo
che ancora oggi mi rammenta
l'infanzia degli anni cinquanta.
***
Mi dice al telefono Luciano
che ha fatto il partigiano in Val Fontana
per qualche mese nell'inverno duro
del quarantaquattro.
"Eravamo in sette con un solo mitra
si era in pochi e si litigava spesso
per il possesso di quel terribile strumento
di morte e di vita".
***
Mio padre ammirava i motori:
l'affascinava quel grido di potere,
quel rombo, quella forza, quel calore
che si sprigiona da quella gelida ferraglia
d'improvviso, a un semplice comando:
il lavoro di molti uomini forti
nel ronfare assorto di quelle cose morte.
***
Parevano inermi, diafani lombrichi
i viperini attorno al corpo della madre;
lo calpestò con lo scarpone mio padre
e alla mia pietosa domanda bambina
"attento - disse - a quel che appare
inoffensivo:
a volte ha denti e veleno che uccide
col sorriso innocente d'un bambino".
***
Avevano una speranza alla macchia
- mio padre, Luciano, il Moro, i quattro
slavi
dei quali più nulla sapemmo -
poter cogliere in pace il frutto
della fatica, falciare il prato, andare per
il mondo
con in mano la vita da iniziare ancora
sui vent'anni appena compiuti,
un amore sereno, una giustizia
fatta di casa, di pane, di qualche
chiacchiera
di domenica all'osteria con gli amici;
ma poi venne la politica a schierare
gli uni contro gli altri,
una magia nera venuta dal passato, dal
pensiero
contorto di opposti poteri.
Mio padre amava i russi e il comunismo e
quando mi sorprendeva con Dostoewski o
Soljenitzin
ironico chiedeva
"cosa dice il russo, cosa dice?"
- ancora non sapeva del GULAG,
questo acronimo strano
ma conosceva il soldato americano,
la sua ferocia bambina
la fredda natura dei suoi calcoli,
conosceva la spietatezza del fascista
ma non sapeva del soldato comunista;
in un luogo segreto, per ogni evenienza
stava nascosta la sua mitraglietta
partigiana
- l'ho poi trovata, tutta arrugginita -.
Dopo la sua morte qualcuno l'ha bruciata,
gettando la ferraglia fra i rifiuti.
Oggi si combatte con i gas e coi veleni
e i sogni si sciolgono nell'ossido di
carbonio,
al lezzo di benzene, nel quale moriremo
tutti fra pochi decenni:
l'ingenuo sogno sulla montagna
l'utopia dei miti, non è che un grumo
di cenere, un vecchio mattone
che neppure potremo riciclare.
