Gianmario lucini

                      Cinque poesie per il tempo passato

 

                               

 

 

 

 

 

Mio padre lo vedevo fuori posto

con il vestito buono della festa

e la camicia bianca che ancor di più scuriva

il suo volto bruciato dal sole.

 

Aveva il gesto lento della neve

che cade, il senso delle cose,

la levità dell'ape;

portava pantaloni di velluto alla zuava

che orrendamente sibilavano

al passo sui sentieri di montagna;

 

io ero bambino e non mi disperdevo ancora

in questo troppo vasto e lo seguivo

sgambettando al ginocchio di quel sibilo

che ancora oggi mi rammenta

l'infanzia degli anni cinquanta.

 

 

***

 

Mi dice al telefono Luciano

che ha fatto il partigiano in Val Fontana

per qualche mese nell'inverno duro

del quarantaquattro.

 

"Eravamo in sette con un solo mitra

si era in pochi e si litigava spesso

per il possesso di quel terribile strumento

di morte e di vita".

 

 

***

 

Mio padre ammirava i motori:

l'affascinava quel grido di potere,

quel rombo, quella forza, quel calore

che si sprigiona da quella gelida ferraglia

d'improvviso, a un semplice comando:

il lavoro di molti uomini forti

nel ronfare assorto di quelle cose morte.

 

 

***

 

Parevano inermi, diafani lombrichi

i viperini attorno al corpo della madre;

lo calpestò con lo scarpone mio padre

e alla mia pietosa domanda bambina

"attento - disse - a quel che appare inoffensivo:

a volte ha denti e veleno che uccide

col sorriso innocente d'un bambino".

 

***

 

Avevano una speranza alla macchia

- mio padre, Luciano, il Moro, i quattro slavi

dei quali più nulla sapemmo -

poter cogliere in pace il frutto

della fatica, falciare il prato, andare per il mondo

con in mano la vita da iniziare ancora

sui vent'anni appena compiuti,

un amore sereno, una giustizia

fatta di casa, di pane, di qualche chiacchiera

di domenica all'osteria con gli amici;

 

ma poi venne la politica a schierare

gli uni contro gli altri,

una magia nera venuta dal passato, dal pensiero

contorto di opposti poteri.

 

Mio padre amava i russi e il comunismo e

quando mi sorprendeva con Dostoewski o Soljenitzin

ironico chiedeva

"cosa dice il russo, cosa dice?"

- ancora non sapeva del GULAG,

questo acronimo strano

ma conosceva il soldato americano,

la sua ferocia bambina

la fredda natura dei suoi calcoli,

conosceva la spietatezza del fascista

ma non sapeva del soldato comunista;

 

in un luogo segreto, per ogni evenienza

stava nascosta la sua mitraglietta partigiana

- l'ho poi trovata, tutta arrugginita -.

Dopo la sua morte qualcuno l'ha bruciata,

gettando la ferraglia fra i rifiuti.

 

Oggi si combatte con i gas e coi veleni

e i sogni si sciolgono nell'ossido di carbonio,

al lezzo di benzene, nel quale moriremo

tutti fra pochi decenni:

 

l'ingenuo sogno sulla montagna

l'utopia dei miti, non è che un grumo

di cenere, un vecchio mattone

che neppure potremo riciclare.

 

 

 

 

 

 

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