Gianmario lucini

                      Buona maestra televisione *)

                               

  

 

  

    

 

 

 

Reduce dalla visione dell’ennesimo dibattito televisivo nell’orizzonte degli “o tempora o mores” voglio anch’io dire la mia, da modesto studioso della formazione e dell’apprendimento, rispetto al fatto che i nostri giovani sembrano sempre più inebetirsi nel quadro di una scuola sempre meno qualificata nei contenuti, eccetera eccetera.  Ovviamente viene addossata la colpa del “degrado mentale delle nuove generazioni” (come se le “vecchie” generazioni…) all’onnipotenza della televisione e di Internet e a tutte quelle occasioni di “distrazione” che impedirebbero una sana giovanile concentrazione sui “contenuti” delle diverse discipline.  E poi ci sono i telefonini, le discoteche, eccetera eccetera che “ai nostri tempi...”.  In trasmissioni di questo tipo (dove peraltro il paradosso è che la televisione, in una trasmissione educativa, accusa se stessa di essere antieducativa) si dicono tante e tremende banalità acritiche, basate su opinioni personali e distorsioni percettive causate dal proprio negativo approccio al problema (alla propria inadeguatezza nell’affrontarlo), contrabbandate come sociologia, psicologia, parere di “esperti” pedagogisti, insegnanti di carriera trentennale o quarantennale che lungi dal fornire un pur piccolo contributo a chiarire le ragioni del perché o del percome si registri questa pur innegabile situazione di disagio nel campo educativo, mettono in campo ragioni la cui fragilità è sin troppo evidente, argomenti non suffragati da un benché minimo apparato dimostrativo, accuse alla politica, accuse a destra e a manca.  Non solo, ma oltre a fallire (a mio parere clamorosamente) sul piano dell’analisi, questi innumerevoli dibattiti fra il nostalgico e il salottiero non avanzano una pur minima idea sul “come fare per” tentare almeno di risolvere i problemi dei quali ci si occupa.

Io non ho la qualifica di “esperto” ma solo uno straccio di laurea (proprio uno straccio, visto che di formazione oggi tutti si riempiono la bocca ma nessuno la fa davvero, come la si dovrebbe fare) che non mi garantisce neppure il pane, ma, vivaddio, non occorre essere esperti per capire alcune lampanti contraddizioni nel settore della scuola e dell’educazione in genere.

 

La scuola usa gli strumenti di apprendimento che si usavano un secolo fa.  Al di là della lavagna, del quaderno, del libro, dell’aula di scienze per fare esperimenti dei quali a nessuno importa, qualche volta si proietta una cassetta, si fa girare un CD piratato, si mostra RAI Educational.  E questi sarebbero i sussidi didattici all’avanguardia, capaci di competere con le proposte della televisione, di Internet, delle discoteche, delle mille “distrazioni”. 

-          Sì, ma la scuola non ci dà soldi. 

-          Sì, ma per fare cosa c’è bisogno di soldi?

Ed ecco spuntare i corsi speciali, dal nuoto alla chitarra, al piffero, e le mille altre stranezze dei corsi fuori curricolo che dovrebbero “integrare” e invogliare l’alunno.  Ma questo non c’entra poi nulla, negli effetti concreti, con la scuola, tant’è che di questo apprendimento non se ne tiene conto.  Si può avere fra gli alunni un Benedetti Michelangeli che fa il corso di pianoforte e a 16 anni interpreta da brivido le polacche di Chopin, ma se non conosce la consecutio temporum o il teorema di Euclide o la formula NaCl = sale da cucina non sarà mai “maturo”.  Si può avere fra i propri alunni il più discolo e disperato che nel corso di recitazione interpreta da divo la commedia del Goldoni, ma se se non sa “commentare” il lacrimevole sonetto del Petrarca non è considerato “maturo”.  Ma poi, che fa oggi uno che recita al teatro?  Che vita vive?  Già.  Corsi integrativi: tempo buttato.  Ah, ma il teatro ti abitua ad esprimerti.  Già, ma in che contesto, con quali premesse, in quale “setting” viene usato questo pur notevole strumento educativo?  Chi è lo psicologo o il pedagogista che fa le verifiche e orienta il lavoro educativo (è in organico)?  Ovviamente non ci sono soldi per queste marginalità.  E allora fai il teatro, fai il corso di calzetta o quello di sci perché è comunque “educativo”, a prescindere da ogni “come” e da ogni obiettivo educativo.  Ma se l’obiettivo è, in qualche modo, di “fare meglio” della televisione, le verifiche cosa portano a concludere? Vince la televisione o vince il corso di teatro?  Che cosa preferiscono, fra i due, gli studenti?

 

La scuola usa un canale sensoriale unico.  Ci si dimentica che nell’età della tecnologia e delle comunicazioni esasperate e onnipresenti, il messaggio necessita di tutti i canali sensoriali per venire accolto e integrato nel proprio sapere, oltre che, ovviamente, di critica, che però ci si guarda bene dal proporre (la critica è infatti sempre sovversiva, per sua natura: se non sovverte qualcosa non è critica…).  L’insegnante “spiega”, ossia “ti mette davanti” gli argomenti.  Ma che cosa c’è su questo drappo spiegato?  Il bianco delle ore che non passano mai.  E’ saputo e risaputo oltre che largamente sperimentato che il nostro cervello non può soffermarsi con efficacia su un argomento per più di 15 / 20 minuti, e pure per gli argomenti più interessanti, poi la concentrazione scema e quello che rimane del senso di un messaggio anche di breve durata, può essere percentualizzato dal 5 al 15% a seconda delle condizioni dell’ascolto di questo messaggio, posto che non vi siano particolari gravi problemi e disturbi.  Consideriamo inoltre che il periodo dell’adolescenza è caratterizzato anche da fortissime “distrazioni” interiori (i “soliti” problemi della crescita, che si acuiscono in questa età); mettiamo che a qualcuno il professore stia un po’ antipatico, mettiamo 30 cause diverse per ognuno dei 30 studenti di un’aula modello, e possiamo intuire che risultati possa sperare la “spiegazione” di un professore: a risultati molto prossimi al nulla.  E poi, che cosa pensare di questa “spiegazione” che interessa unicamente il canale auditivo mentre taglia fuori il canale cinestesico, spesso quello visivo, quello olfattivo, quello dell’odorato?  Così capita che durante la spiegazione l’alunno ti guardi, ma in realtà i suoi occhi vedano altre cose e di conseguenza la mente segua le cose che vedono i suoi occhi.  In realtà può capitare che egli “senta” la spiegazione, ma il profumo della compagna caruccia del banco davanti porti la sua attenzione in altre direzioni, oppure la scomodità della sedia (molto ergonomiche le sedie degli studenti, in linea con le regole CEE, no?).  Ci si chiede perché in ufficio si debba avere poltroncine “a norma”, per non sciancarti lavorando e a scuola no… è così che prosperano i negozi di ortopedia e i reparti di riabilitazione funzionale negli ospedali…) sulla quale passa dalle cinque alle otto ore al giorno non gli consenta la dovuta concentrazione.

La psicologia della percezione e la PNL, in ogni caso, se prese con la dovuta attenzione nei meccanismi percettivi che descrivono, ci portano a concludere che il classico e sempre adottato metodo di trasmettere il sapere, proprio a causa degli strumenti didattici usati, ha sempre minor probabilità di raggiungere i suoi obiettivi.  Non perché gli insegnanti non siano bravi, o a volte addirittura encomiabili per la loro dedizione e la loro generosità…

Di conseguenza, se oggi le cose stanno così, basterebbe un libro fatto bene ad istruire i nostri rampolli, senza tante scuole e professori.  Immagina tu quale risparmio per lo Stato.  Ma, provocazioni e paradossi a parte, ho l’impressione che le cose stanno proprio così e più lasciamo invecchiare i problemi e più la scuola diventerà peggiore… e buonanotte suonatori.

                       

Ogni apprendimento necessita di un obiettivo.  Io imparo qualcosa soltanto se sono convinto che quello che imparo è utile alla mia vita.  Sartre narra in un suo celebre romanzo di un Tizio che voleva “farsi una cultura” leggendo le opere di tutti gli autori ordinati per nome, dalla A alla Z.  Farsi una cultura per farsi una cultura è pressappoco questo.  E ovviamente il Tizio in questione nel romanzo appare come un imbecillotto un po’ dissociato – e non mi resta che dare ragione a Sartre.  Non si impara nulla se non si vuole imparare, se non si ha un motivo valido per imparare.  Ecco perché i secchioni di solito sono i più imbecilli, sul piano umano e sociale, dell’intera classe: perché quasi sempre imparano senza sapere il perché.  O meglio: ce l’hanno un “perché” e raramente è un “perché” nobile e sociale, e sarebbe quello di diventare interessanti agli occhi dei compagni proprio in ragione del loro sapere: narcisismo lecito, che non danneggia nessuno – sino a quando si contiene in forme non patologiche.  Ma la maggior parte dei secchioni ha anche degli obiettivi indotti, che non sono i loro ma quelli di altri: nella fattispecie quelli dei genitori o degli insegnanti.  Studia per far piacere a papà e mamma, studia per avere il pezzo di carta, studia per mille ragioni delle quali non gli frega proprio niente o quasi.  Deve essere un martirio un simile studio e deve produrre degli esseri adattati alla volontà altrui, pronti e maturi per esercitare la “democrazia” classista della quale l’occidente può vantarsi, la democrazia della delega, dell’apatia, del disinteresse per la politica, del vivere individualista ed egoista, della competizione alla base del progresso, dell’adulazione per il “leader” carismatico e possibilmente ricco sfondato, ecc. ecc.  Per fortuna ci salvano i “devianti”, coloro che lottano per avere una motivazione vera, coloro che riconoscono sopra la loro coscienza solo il giudizio del contratto sociale se sono laici o anche del giudizio di Dio, se sono credenti. 

Per imparare dunque è necessaria una motivazione, e la scuola non la sa dare.  La sanno dare a volte pochi e bravi insegnanti soltanto per il fatto che riescono ad instaurare un rapporto di fiducia e di reciproco rispetto con gli alunni, un rapporto affettivo insomma, nel quale la stima porta l’uno a dedicarsi anima e corpo all’insegnamento individualizzato e gli altri a rispondere a questa generosità con altrettanta generosità, perché ambedue si sentono responsabili di un rapporto umano che evidentemente dà loro qualcosa che serve per la vita stessa.  Ma se non esiste questa motivazione di base non esiste apprendimento e neppure insegnamento (il “burn out” è molto frequente fra gli insegnanti, anche se mai indagato con la dovuta attenzione dagli studiosi).

In ogni caso, di per sé questa motivazione non può bastare alla bisogna.  Abbiamo rarissimi casi di insegnanti eccezionali che hanno usato questo metodo con estrema efficacia, ma non tutti possono essere nelle condizioni di poterlo applicare, come faceva Don Milani ad esempio, che sull’insegnamento ha scommesso la sua stessa esistenza a Barbiana (e dunque con una fortissima motivazione di base, unitamente al tempo necessario per dedicarvisi).  Essere don Dilani nella scuola, anche di oggi, significa non durare un anno scolastico.

 

L’apprendimento scolastico è essenzialmente individuale mentre la vita sociale si basa su sinergie e attività in gruppo in ogni ambito.  Direi che questo è un aspetto diseducativo dell’apprendimento scolastico.  Se la scuola insegna a fare da soli, a competere, come si può pretendere che i futuri cittadini sappiano integrarsi e interagire in una équipe o una squadra di lavoro, in una famiglia, in un gruppo informale di cultura o divertimento?  La nostra esistenza è essenzialmente proiettata nella dimensione sociale.  Noi siamo sempre meno in grado di vivere da soli, tant’è che la solitudine è la condizione più paurosa per molte persone, specialmente per i bambini e gli adolescenti e per gli anziani.  Più l’uomo è a contatto con la natura, come i pastori dei miei monti, più accetta la solitudine e la sopporta e più si mostra socievole nei rapporti umani.  Più è “condannato” a vivere assieme e più deve possedere gli strumenti culturali per sopravvivere allo stress del contatto con altri uomini – stress che è l’altra faccia della medaglia della vocazione sociale.  Le persone insomma, si attirano perché hanno bisogno l’una dell’altra, ma nello stesso tempo si respingono perché ogni rapporto, insieme al guadagno indubbiamente maggiore, comporta anche una perdita e un adattamento che è comunque problematico e chiede rinunce e sacrifici.

Ora, il superamento di questo stress viene intuitivamente messo in atto dalle persone tramite forme di collaborazione, nelle quali ognuna di esse guadagna molto più di quanto sacrifica.  Nella scuola invece devi fare sempre da solo.  Ascolti la spiegazione da solo, studi da solo (certo non viene incentivato lo studio collettivo, anche solo per i compiti in classe), poco si lavora in gruppo, non si fanno temi insieme, non si risolvono le equazioni in gruppo.  C’è la convinzione (acritica) che nel gruppo c’è sempre quello che tira il carro e gli altri che vanno a rimorchio, ma se questo è o potrebbe essere il problema, vi sono mille modi per superarlo.  Anzi, più che un problema si prospetterebbe a mio avviso come un’opportunità di crescita sul piano del carattere: è qui che dovrebbe entrare il gioco l’insegnante-educatore, adeguatamente preparato a gestire questi modelli di interazione.  Inoltre, è dimostrato dagli studiosi che una “sportiva” competitività fra i gruppi (educhiamola una buona volta anche questa “competitività” che sembra essere l’essenza dell’uomo di successo) trasforma l’apprendimento in gioco, fornisce insomma una motivazione “qui ed ora”, ancorché di carattere ludico, e non differita nel tempo (il “pezzo di carta”, la “posizione lavorativa”, ecc. ecc. – cose delle quali un adolescente proprio non afferra neppure il senso, o che comunque sembrano così lontane dai suoi problemi esistenziali e non preoccuparlo minimamente, anche perché alle possibilità offerte dal “pezzo di carta” non crede più nessuno dai dodici anni in poi…).  Insomma, quando si dice che la scuola educa alla socialità, cosa intendiamo se non attivare una socialità effettiva e non carceriera nella scuola?  Che cosa significa insegnare ad essere democratici se non si fa nascere una forma di interazione democratica nel “qui ed ora”?  L’apprendimento per la socialità non può avvenire senza la socialità, ossia semplicemente tramite l’implicazione della sfera razionale nel processo dell’apprendere, escludendo le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, in somma la concreta sperimentazione del concetto, in situazioni che per forza di cose scaturiscono dalla relazione interpersonale e che entrano come agenti di cambiamento nel processo dell’apprendimento, influenzandolo in modo decisivo.

 

La scuola manca di interdisciplinarità.  Ogni sapere è rigidamente conchiuso in se stesso e difficilmente gli insegnanti mettono in atto, al di là delle dichiarazioni di intento nei programmi, delle forme effettive di lavoro interdisciplinare.  Senza l’interdisciplinarità l’apprendimento è dunque frammentato e perde ulteriormente senso.  L’apprendimento del non-senso è davvero una tortura e la scuola non può ridursi a palazzo delle torture, altrimenti sarà a ragione distrutta.

 

Una proposta

 

Ho esposto alcuni argomenti di critica nei riguardi del sistema scolastico, non perché mi auguri la crisi di questo sistema (che, nonostante le vistose carenze, resta ancora insostituibile nel suo ruolo di agenzia educativa), ma perché, come scrivevo all’inizio di queste veloci considerazioni, non è più possibile fermarsi alla generica critica, peraltro poco documentata, senza avanzare qualche piccola proposta che non sia negativa e mutilante, come la recente riforma varata dal ministro Moratti, che di educazione credo capisca molto poco e ancor meno chi così maldestramente l’ha consigliata.  Non credo infatti che ritoccando un po’ i contenuti, sacrificando qualche materia “inutile” per privilegiare (a parole) quelle più attuali come la lingua inglese o l’informatica o i corsi esterni al curricolo, si migliori granché la qualità dell’apprendimento.  Il problema è infatti di metodo pedagogico non di curricola e logistica.

Per addentrarmi in questo dovrei affrontare un trattato di pedagogia della scuola, ma non ne ho il tempo e forse neppure le competenze e, tutto sommato, non voglio questo.

Vorrei soltanto illustrare uno strumento didattico che può, a mio avviso, svolgere la funzione di “metamedium” dell’apprendimento e potenziare così il ruolo della vecchia lavagna.  E non solo, per le sue caratteristiche potrebbe spingere tutti gli attori del sistema scolastico, dagli alunni agli insegnanti, ai presidi, sino a chi si interessa di politiche scolastiche, a rivedere il loro ruolo e riflettere con il capo sgombro da ideologia, misurandosi meglio con la realtà concreta (e di conseguenza cambiando metodologia operativa e didattica).

 

L’interfaccia della comunicazione in aula

La lavagna infatti – e i suoi surrogati come la “lavagna luminosa” o quella di carta, o il moderno “presentation manager” - è lo strumento principe della comunicazione nella lezione “frontale” (pessimo termine ma molto in auge nella formazione, anche per adulti).  La lavagna è peraltro un ottimo strumento, perché consente a chi spiega di usare due canali percettivi degli uditori: quello visivo insieme a quello uditivo.  Nella lavagna si evolve un processo, sottolineato da parole chiave che possono venire trascritte negli appunti personali e fornire alcuni capisaldi alla lezione (permettendo così di raggiungere, tramite lo studio individuale, quel famoso 15% di apprendimento che è il risultato ottimale della spiegazione in aula).  Non vogliamo dunque soppiantare questi strumenti visivi, ma integrarli.

Bisogna infatti aggiungere che questi strumenti, in particolare il “Presentation Manager” collegabile o integrabile con brevi filmati o che altro, sono comunque strumenti passivi, nel senso che uno può tradurli solo in parte in attività personale, ma che di per sé si propongono per una “contemplazione”, un ruolo passivo dei sensi che “registrano” il messaggio comunicativo, esattamente come registrano il messaggio del telegiornale o della pubblicità (che è certamente più seducente di una presentazione in Power Point…)..  L’aspetto attivo infatti nasce dalla propositività dell’Io discente, attraverso la dissertazione, la discussione, il lavoro a gruppi sul contenuto proposto.

E dunque il lavoro a gruppi uno strumento da privilegiare, che però serve solo da “ancoraggio” degli argomenti, un discutere “de quo” comunque proposto dall’alto, che pur coinvolge anche sentimenti ed emozioni nell’apprendimento ma che però tocca solo in parte il campo delle “motivazioni” personali e profonde ad apprendere.  Abbiamo bisogno di uno strumento che sia per il gruppo, maneggiato dal gruppo stesso (per diventare “attivo”) e non dal docente.

Questo strumento deve avere caratteristiche tali da coinvolgere nel processo dell’apprendere non solo la razionalità, ma anche la psicologia profonda delle persone (emozioni, sentimenti, sensazioni), i sensi (oltre all’udito e alla vista, almeno il tatto), la dimensione temporale del passato (se l’apprendimento deve integrarsi nei propri schemi cognitivi) e del futuro (perché abbia un senso anche come prospettiva esistenziale) e per giunta sia interdisciplinare (per agevolare processi di sinergia interna ai diversi saperi e quindi un aumento esponenziale della cultura e della conoscenza con relativo abbattimento della “fatica” per imparare).  Dovrebbe inoltre essere idoneo a sostenere una motivazione all’apprendere, visibile nel “qui ed ora”, in modo che il sapere diventi parte del proprio esistere anche nel presente, come forma di accrescimento della propria autostima e del proprio benessere esistenziale di adolescente (nel “qui ed ora”, non in un fumoso futuro, sempre più incerto e complicato).  Dunque, uno strumento didattico con caratteristiche migliori anche in efficienza e di efficacia rispetto agli strumenti didattici che la scuola oggi impiega.

Voglio qui sottolineare che non è lo strumento didattico “in sé” a caratterizzare la qualità dell’insegnamento: non voglio riproporre l’errore di alcuni attivisti degli anni ’50 che pensavano di risolvere i problemi educativi con l’introduzione di migliori e sempre più sofisticati strumenti didattici: l’educazione, l’apprendimento, la scuola sono infatti ambiti di relazione educativa, prima di tutto, senza la quale qualsiasi strumento è destinato al fallimento (non si tratta pertanto solo di “risorse” impiegate, ma soprattutto di “qualità” della relazione).  Precisazione che intendo qui solo accennare perché è ampiamente dimostrata dalla pedagogia e dalla psicologia sociale e sarebbe inutile ripercorrerne le ragioni, credo ampiamente conosciute e condivise dagli educatori.

 

La scuola che deve imparare

Chi possiede dunque un simile strumento?  A mio avviso la Televisione e Internet, proprio quelle entità maggiormente accusate della rovina culturale della nostra gioventù.

Internet per alcuni aspetti e la Televisione per altri, possiedono infatti mezzi estremamente efficaci ed efficienti ai fini comunicativi.  La Televisione soprattutto, comunica con l’ascoltatore tramite più canali: quello auditivo e quello visivo in primis, ma poi anche quello simbolico (che mi pare poco usato nella scuola, proprio perché la scuola “spiega” e non “allude”), quello ludico, quello emotivo, quello dei sentimenti.

Vi sono però due carenze nella potenzialità della televisione che ne compromettono l’efficacia che sono a mio avviso incolmabili (mentre la scuola lo può fare) e sono la relazione (che è anche presenza fisica, presenza psicologica, presenza emotiva, presenza interattiva tramite domande e risposte dirette) e la caratteristica strutturale di strumento “passivo” e passivizzante – mentre la scuola può, se vuole, sollecitare e mettere in campo la dimensione attiva del discente.

Se la scuola vuole ottenere gli stessi risultati che ottiene la televisione deve agire come la televisione, meglio della televisione, perché può essere presente e insieme attiva.

La scuola, come la televisione e Internet, deve produrre un sapere attivo che si basa su testi (orali e scritti) su immagini (in movimento e ferme), grafica, suoni e musica, capaci di veicolare una cultura.  Testi però prodotti dai discenti (qui entra in campo la dimensione attiva del sapere) con la supervisione esercitata dal ruolo dell’insegnante (al quale spetta il compito di costruire un “setting”, un quadro, un ambiente relazionale e mentale per favorire l’apprendimento, nonché fornire le indicazioni utili al raggiungimento delle “fonti” e i processi di selezione e di critica).

Per fare questo occorre: una videocamera, una macchina fotografica, un computer con software adeguato.  Il resto (libri, aule, conoscenza, persone, ecc.) sono già dentro la scuola, anche se questo modo di apprendere a partire dal soggetto li obbliga, a mio avviso, a rivedere il loro ruolo e le loro relazioni nel quadro d’insieme.

 

Caratteristiche della videocamera

La videocamera è ormai uno strumento molto diffuso e accessibile a prezzi anche modesti.  La sua caratteristica principale è quella di registrare immagini in movimento e suoni.  Più di ogni strumento della tecnologia è dunque adatto a descrivere e trasmettere le emozioni e i sentimenti delle persone, soprattutto se le immagini sono accompagnate da un testo di buona fattura (con voce “fuori campo” o anche direttamente registrata) e una musica ben abbinata.  E’ uno strumento versatile, che viene usato per “raccontare” una storia (uno sceneggiato ad esempio) o documentare una situazione (un documentario, uno special, un “educational”, ecc.).  Lo si può impiegare anche per mandare messaggi veloci ma di particolare impatto perché attingono direttamente al linguaggio simbolico (la pubblicità ad esempio).  La caratteristica del linguaggio per immagini è anche quella di essere particolarmente adattabile alle intenzioni del testo che le immagini intendono illustrare: per mezzo delle tecniche di montaggio ad esempio, usando immagini in movimento anche in combinazione con la grafica e la fotografia, gli effetti di transizione e gli effetti speciali, possiamo rendere il messaggio particolarmente efficace. 

Ora, se si fruisce di questo messaggio ad un programma televisivo, si è di fronte a una comunicazione passiva, che può essere resa attiva in vario modo, con una discussione ad esempio.  Ma se si deve costruire questo messaggio, allora la potenzialità del mezzo si capovolge e diventa attiva.  Se devo costruire un qualsiasi filmato ad esempio, devo costruire un testo che sia fluente, chiaro, ben scritto (qui entra in gioco la motivazione a scrivere bene) e ben recitato (il cosiddetto “speakeraggio”); devo saper riprendere (qui entra in gioco la capacità di associare immagini e testo in modo congruente, oltre a un’abilità pur extrascolastica di carattere tecnico, e a un affinamento del gusto estetico, col senso dell’inquadratura, dei colori, e via dicendo; la tecnica di ripresa inoltre facilita ed allena lo sguardo critico, la capacità di riconoscere e/o proporre l’associazione immagine-simbolo, di alludere, ecc.).  Devo poter inserire grafici esplicativi e fotografie quando è necessario (ecco che si affina la capacità di usare il PC come strumento di lavoro e non solo di gioco o di navigazione ipertestuale).  Devo scegliere una musica congruente col messaggio che sto trasmettendo (e qui viene sollecitato il gusto per il suono).  Con una semplice ripresa di cinque minuti per un testo che vuole comunicare una semplicissima nozione, devo saper dunque mettere insieme (ecco l’interdisciplinarità) una serie di conoscenze che mi derivano da varie discipline: la lingua parlata e scritta, la lettura e recitazione del testo, la musica, la conoscenza informatica, il senso dell’immagine (estetica), la misura dei tempi e l’equilibrio nell’esposizione (“time management”), oltre alle specifiche discipline che tratta il messaggio stesso, che possono essere le più svariate, dalla letteratura alla storia, alla filosofia, alla chimica, alla fisica, alla matematica, ecc. ecc.  Tutto praticamente si può dire con un testo multimediale, perché è pur sempre un testo.

Per costruire tutto questo, si diceva, è necessario molto più apprendimento e più capacità che nella scuola tradizionale.  Si deve essere padroni della materia per proporla in un filmato, a cominciare dalla stessa lingua italiana, oggi così maltrattata.

Ed ecco che, paradossalmente, la televisione da strumento passivo diventerà essa stessa uno strumento attivo perché, se si impara ad usare la videocamera in questo modo - ossia con l'apporto critico fornito dalla scuola - non si potrà più guardare la televisione allo stesso modo.  anzi, lo stesso "sguardo" personale migliora in qualità e ricchezza di informazioni.  E dunque l'apprendimento "esce" dai confini della scuola e si fa vita, mondo, esperienza continuativa e sempre meglio affinata.

Lo strumento didattico poi, aiuta l’insegnante sul piano della motivazione: è indubbio che sentirsi elementi attivi della costruzione di un “prodotto” che rimane, che è in qualche modo simbolo di un lavoro collettivo, che è anche un gioco insieme ad un apprendere, è molto diverso che starsene a scuola condannati ad ascoltare un pur bravo e gentile insegnante, magari attento ad ogni personale esigenza di spiegazione o delucidazione.

I ruoli che ognuno si sceglie possono poi essere variati: oggi un gruppo di alunni costruisce il testo, domani farà le riprese, dopodomani si dedicherà al montaggio, la volta successiva allo speakeraggio, ecc.  E’ ovvio che, anche sul piano della ridondanza semantica, non si può fare a meno di imparare.  Se devo fare le riprese devo conoscere a menadito l’argomento.  Così se devo scegliere le musiche adatte o se devo recitare la voce fuoricampo.  Non va perduta insomma, neppure la classica modalità di apprendimento che consiste nella continua ripetizione fin che “si tiene a memoria” la nozione, con l’aggiunta che qui la nozione ha senso perché è co-costruita, selezionata e non accettata acriticamente.  L’attività di montaggio ad esempio, significa vedere e rivedere il filmato, criticamente, per molte volte: ecco la ridondanza dello “studio”, ma non è la “fatica” dello studio.  E’ dunque, la videoripresa, non un soppiantare ma un integrare, portando ad un altro e più importante e significativo livello i classici strumenti di apprendimento, in un contesto che pedagogicamente ha un significato molto diverso (sempre con la riserva pedagogica di cui si è detto sopra: o un insegnante sa educare o non lo sa fare: nessuna videocamera potrà mai insegnargli la relazione educativa).  E il ruolo dell’insegnante si svolgerebbe non tanto nella “fatica” di insegnare (argomenti che gli alunni, certamente da lui guidati, conoscono quasi da soli), ma nell’azione di coordinamento, di critica, di allargamento degli orizzonti, di osservazione delle dinamiche di gruppo e insieme del carattere degli alunni, in modo che diventi non solo un ruolo di trasmettitore di nozioni ma soprattutto un ruolo di educatore (c’è più tempo, più concentrazione, più varietà di situazioni e di momenti per poterlo fare).

 

Ovviamente non esiste solo la telecamera e solo con la telecamera non si può aggiornare la scuola tradizionale.  Vi sono altri strumenti, ad esempio Internet (potentissimo mezzo di socializzazione del sapere, non solo scritto ma anche – appunto – videoregistrato).  ogni classe dovrebbe avere una sua memoria storica, un suo sito internet, nel quale lascia traccia di sé anche nel tempo, con le sue proposte, le sue elaborazioni, il suo sapere, il senso che ha saputo elaborare nella vicenda educativa.

 

E ci fermiamo qui, perché, come si diceva, non vuole questo essere un saggio ma solo una nota di critica e di proposta.  Ma sono convinto che se la scuola si aprisse davvero in forma intelligente ai nuovi strumenti di comunicazione, appropriandosene anziché vederli come qualcosa di magico e irraggiungibile, una piccola rivoluzione positiva potrebbe già innescarsi, una rivoluzione che non si fermerebbe alla scuola perché toccherebbe nel profondo l'esperienza personale dei giovani.

 

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*) il riferimento è allo scritto del  filosofo Karl R. Popper, Cattiva maestra televisione", edito da     Donzelli, Roma, 1996