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I fasti del grigio, di Luca Benassi |
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Edizioni Leprisma, 2005, con prefazione di Dante Maffia
Luca Benassi è nato nel 1976 a Roma, dove si è laureto in giurisprodenza e dove attualmente risiede. Ha pubblicato in versi Nei margini della storia (Joker. Ed., Novi L., 2000) e la traduzione della raccolta De Weg del fiammingo Germain Droogenroodt (Il Cammino, Ed. I quaderni della Valle, San Marco in Lamis, Foggia, 2002).
Questa sua seconda raccolta poetica mette
insieme i testi coposti tra il 2000 ed il 2004, durante il periodo vissuto
a Torino e si articola in un Libro primo (con tre sezioni o gruppi
di testi titolati Il guinzaglio, Permesso non retribuito e I
fasti del grigio) ed un Libro secondo coincidente con la
sezione L’assedio. C’è un disegno, un progetto chiaro ma non didascalico, che si sviluppa nel testo, poggiando un piede nel Libro primo e passando a L’assedio: unire, sovrapporre, il quotidiano e l’epico, le contingenze minime e personali al paradigma storico e universale. Una costruzione concettuale condotta con linguaggio sobrio e orientato al narrativo, attentamente misurato, senza sprechi, ma non privo di efficace originalità. Un tentativo che dà esiti felici, e finisce per descrivere una propria cifra, chiara e personale, cosa non nuova da dirsi in questi tempi di fibrillazione e frammentazione di stilemi e poetiche. I fasti del grigio, però, mi pare stimoli una riflessione ulteriore, muovendosi da incisi di stampo minimalista ma orientando i testi verso archi di significante più ampi, sostenuti talora da toni che approdano o sfiorano il lirico e non disdegnano un respiro allegorico. In questo mi sembra un’opera estremamente radicata nella sensibilità letteraria contemporanea. Ancor più in quanto alcuni testi riecheggiano uno dei grandi assenti, salvo emozionali pousseés retoricizzanti, della poesia degli ultimi decenni: l’impegno sociale e politico, per dirla con una inelegante e semplicistica approssimazione. E se il riconoscere l’assenza o la latitanza di una tematica o di una forma letteraria è o l’epitaffio o il prodromo di un risveglio, ecco che (dirà il tempo se giusto o no), mi pare che questi versi che raccontano anche “lo scontro frontale con la realtà, fatta di guerre più o meno vicine, ed ingiustizie” siano in qualche modo anticipatori e certamente non epigonici di un certo minimalismo. Anzi gli eventi quotidiani sono scheggie di senso che mirano a ricomporsi in un ampio interrogarsi sul profondo senso della vita e del mutamento. Scendendo ad un’analisi più particolareggiata, prima di compiere l’osmosi tra realtà individuale e storica, l’autore, fonda il primo grumo di realtà addirittura nel subumano, operazione geniale, se è vera questa interpretazione: ne Il Guinzaglio, breve silloge che costituisce la prima sezione, infatti gesti, (questi sì minimali, sia dell’uomo: “timbrando il cartellino la mattina”; “...stanco mi tolgo/ la cravatta/ la sera”, sia del cane), e parole, rincorrono e specchiano le due realtà: del/dei cane/i e del poeta (sembrerebbe chiaro qui, come in tutta la raccolta, l’identità autobiografica dell’io poetante). Il quotidiano riflettersi in una “cronaca di un piccolo delirio errabondo” – come efficacemente sottolinea Dante Maffia nella Prefazione - ma strettamente connesso ad una realtà tutt’altro che sfumata, si dichiara già dal titolo Permesso non retribuito, da una serie di nomina inequivocabili: la “fatica quotidiana”, “la bollatrice”, “la macchinetta del caffé”, “la città deforme”, e da versi chiarificatori di quale sia lo scenario contingente, dove si riverberano le luci affievolite di una società industriale in trasformazione o di dissoluzione. Con lievità e, tutto sommato con pochi versi, Benassi dice molto di tutto ciò: “qui si lavora ghisa// e si montano tappi”, (il “tappo/ che non tiene/: che prima o poi/ salta/ il fosso/ dell’irreparabile” diventa il simbolo di una crisi irreparabile, attraverso una serie parallela – una voce fuori campo - di testi ironizzanti), “ma io compilo gli elenchi/ i numeri dei volti dei morti/ nell’armadio della stanza/ il lavoro del becchino”, “...elenchi/ che lenti vanno formando/ a spegnere le luci/ sui tetti di Mirafiori” “Mi dici che in queste mura/ lavoravano dodicimila persone”, “...i sommersi ed i salvati/ non vedranno l’alba dell’Ingresso 4”. Nella sezione I fasti del grigio, un sottile senso di sospensione, di precarietà, marcato da “bordo del binario”, “treno”, “l’ultimo viaggio”, “il tuo aereo”, e da una varia toponomastica, e da reiterati richiami alla “notte”, avvolge echi di una realtà quotidiana non chiusa in sé ma percorsa da potenti urti esogeni (“l’odio...//delle nostre città”; i “morti/ nei sacchi neri”). Tra le penetranti riflessioni che Benassi con eleganza incide nei testi, una a pag. 38 (“Ma c’è di buono/ che tutto è ripetizione”) getta un ponte tra il tempo individuale ed il tempo storico, e questo avviene ancora più nitidamente, tra l’ultima poesia della sezione (“...è la morte che arriva/ alla porte di Troia”) e la prima del Libro secondo – L’assedio: “Ecco inizia l’assedio:// l’assediato si fa assediante/ e ha già pronto un cavallo di legno/ vestito a nozze per l’ultimo assalto.” Ma, d’altro canto, L’assedio – pur chiaramente identificato, non ha né andamento poematico né i circoscritti limiti di narrazione storica: è lo sfondo, lo scenario di un conflitto che paradossalmente, ossimoricamente appare sia archetipico che di altri tempi, alludendo al contenuto, in qualche modo, ideale della lotta (“l’accettabile prezzo/ di questa guerra”; “Non crediate che quesi gesti siano crudeli/oppure immotivati”) sia pure maledettamente difficile e duro da comprendere e da accettare (“ma come spiegarlo ai morti/ agli infiniti lutti”). Ma anche in questo contesto epico c’è un controcanto a voce bassa, fatto di squarci di sofferte lotte personali, “sulla strada per le Langhe” e negli aghi (da insulina) “che ogni giorno/ infilo nella carne”. In tempi di privacy esasperata ed un po’ vile, anche questo è un segno del sapere guardare il mondo con la fronte alta e la solidità dell’intelligenza fortificata dal dubbio. E saperne raccontare con la parola adatta.
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