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Diario minimo |
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ORE 7,30 Nuova gestione. Il locale è completamente rinnovato. Entrando sento dire: «Finalmente! Ci voleva un ambiente di classe nella nostra zona!» — Un cappuccino, per favore. — Con o senza brioche? — Senza — rispondo. La cassiera batte lo scontrino e non può fare a meno di insistere: «Signore, ha visto, vero, la nostra promozione? Con l'abbonamento settimanale si risparmia e le brioche sono di nostra produzione…». Annuisco, vado verso l'altare. Il sacerdote-barista è pimpante, molto "professionale": — Buongiorno, signore. Un cappuccino, signore? Con o senza cacao? — Senza — rispondo. Come un prestigiatore afferra contemporaneamente due tazze, le lancia in aria e le fa carambolare sotto la macchina del caffè: — Signore, preferisce il cuoricino o la rosa? — È indifferente — rispondo infastidito. — Allora ci penso io: per il signore un bel cuoricino e per la signorina una bella rosa. Prego, signori, ecco anche il cioccolatino in omaggio. La signorina accanto a me sorride compiaciuta: « Carinissimi i cappuccini disegnati!» Verso lo zucchero e immergo il cucchiaino nella schiuma densa e cangiante. Degusto il cappuccino e osservo la ragazza. Il barista le sorride, lei è sempre più compiaciuta; ha tra le dita il cucchiaino, ma esita a immergerlo, poi mescola con devota lentezza, attende che la sua rosa dilati i petali fino ai bordi della tazza prima di sfiorire, accosta le labbra e finalmente sorseggia, ma sembra quasi contrita.
ORE 7, 45 Estetica del cappuccino. Immagine e cortesia. Eleganza e sensibilità. Ormai le nostre giornate sono diventate una sequela di quisquilie: domandine, ammiccamenti, messaggini, omaggini, gadget, opzioni, promozioni, carte fedeltà… Tutto carino, anzi carinissimo, compreso il cappuccino disegnato. Ho la nausea. E se le nostre esigenze fossero diverse, magari improntate a più sobrietà? Nulla da fare: il dovere della reciprocità ci disarma. Stiamo al gioco e diventiamo accondiscendenti, complici della stupidità. Vado verso l'edicola. Prelevo il mio quotidiano. Il giornalaio mi saluta cordiale: — Buondì, con o senza videocassetta? — Senza — rispondo.
ORE 7, 50 Mi avvio verso la fermata dell'autobus. Forse sto invecchiando. Mio figlio Dario, il più giovane dei due, mi rimprovera spesso: «Brontoli sempre, niente ti va bene, ma guarda che oggi la vita è così…». Sarà, ma che vita è? Mi guardo in giro. È una radiosa mattinata autunnale, non una nuvola, e l'aria è pulita e frizzante. Però tutti camminiamo per la stessa via di ogni giorno senza sorriderci e senza guardarci.
ORE 8, 00 Eccomi in viaggio. All'interno del mezzo impazzano le suonerie dei cellulari; ogni orecchio ha la sua e sono arrivate quelle dell'ultima generazione: si chiamano "polifoniche". Ognuno è avvolto nel proprio bozzolo: dentro solo i movimenti quasi impercettibili delle zampette sulle tastiere. Un'incontenibile ansia da collegamento, un ininterrotto flusso logorroico con ben pochi contenuti. Forse, l'unico scopo è quello di certificare agli altri e a se stessi la propria esistenza.
ORE 8, 05 Sale un'anziana signora, con bastone e borsa pesante. Rimane in piedi. A ogni frenata trova quasi miracolosamente il sostegno, però non può evitare di appoggiarsi pesantemente ora al vicino di destra, ora a quello di sinistra. Chiede continuamente scusa, con dolcezza paziente. Basterebbe un piccolo gesto.
ORE 8,10 Sale una giovane nomade. Non chiede nulla, non fa nulla, ma attorno a lei si fa subito il vuoto. Che se ne stiano nel loro spazio senza confini, purché si mantengano le distanze. In fondo sono loro che lo vogliono. Loro: poche migliaia di donne e di uomini il cui valore monetario si avvicina allo zero assoluto. Eppure sono orgogliosi e questo non riusciamo a tollerarlo.
ORE 8,15 Penso a una mostra che ho visto tempo fa al PAC: "Utopie quotidiane. L'uomo e i suoi sogni nell'arte dal 1960 ad oggi". Bella. Vorrei che utopico e quotidiano non fosse un ossimoro impraticabile come adesso mi sembra. No, non siamo cattivi, ma non vogliamo più né toccare, né essere toccati.
ORE 8, 20 Finalmente un bozzolo si schiude e una leggiadra farfalla vola verso l'uscita liberando il posto a sedere. A poco a poco altri bozzoli si aprono e anch'io mi siedo. Ancora cinque fermate per arrivare. Un'ora di viaggio e questa sera si replica.
ORE 9, 00 Solo lavoro, sempre più lavoro. È un paradosso ma è proprio così: dove il progresso avanza di più, più ore la gente lavora. Qualche anno fa in Francia parlavano di settimana breve, ma poi i socialisti hanno perso le elezioni. Ho appena letto sul giornale che la malattia per eccesso di lavoro conduce alla morte. In lingua giapponese si chiama karoshi. Adesso i giapponesi hanno coniato un'altra parola - karojsatsu - che significa suicida per superlavoro. Lo riferisco ai miei colleghi. Sembrano sconcertati, ma uno di loro sghignazza con la sua solita, sguaiata vitalità. Appartiene alla categoria degli "iperattivi euforici". Il suo cinismo non mi scandalizza più, ma continua a turbarmi la sua inconsapevolezza. Niente mi dà come questo personaggio un senso di sconsolata inquietudine.
ORE 19, 30 Sull'autobus c'è silenzio: facce tirate e corpi afflosciati, come se avessimo portato a termine chissà quali audaci imprese.
ORE 20, 30 La serata è tiepida e limpida, ma non ce ne accorgiamo. Abbiamo tanta fretta di tornare a casa, camminiamo tutti a testa bassa. Non rivolgiamo più gli occhi al cielo e del resto sarebbe inutile: le stelle sono illanguidite. Ho letto che l'Unesco ha dichiarato il cielo notturno patrimonio dell'umanità. Ci siamo privati di un balsamo della meraviglia e forse anche di qualcosa di più. Ricordo mio nonno che quando guardava il cielo di sera, scrutava per prima cosa la luna, per le semine, per il raccolto, per il vino, ma poi esclamava sempre: «Guarda che bella! Guarda com'è grande!». Non c'era solo lo stupore in quelle parole, ma uno spontaneo senso di gratitudine, di deferenza, di umiltà. E noi? La nostra vita è fatta di tante giornate come questa: senza intreccio, senza racconto. La trama è smarrita.
ORE 23, 30 Ho appena terminato di trascrivere al computer queste noterelle e immagino quale potrebbe essere il commento di Dario se le leggesse.
ORE 0, 00 Caro Dario, mi hai detto che mi faccio sempre troppe menate e che forse sono un po' esaurito. Me l'aspettavo. Però mi ha colpito la tua osservazione sulla frase finale: «Non è vero che la trama è smarrita. Sei tu che non hai più voglia di raccontare…». Davvero tu credi che il presente sia ancora raccontabile? Io, ormai da tempo, ho l'impressione che il rapporto tra le cose e la parola non ci sia più. Sento una separazione dolorosa tra il linguaggio che ho ricevuto e le cose presenti. E poi, per raccontare bisogna saper sperare ancora.
ORE 0, 30 Sono seduto in poltrona. La finestra è spalancata. L'ultimo sguardo al giornale. Poi mi accorgo della luna. Bella, grande, sta sorgendo dalle torri della Bovisasca. Mi affaccio. Guardare su per consolarmi delle brutture di quaggiù? Forse devo cambiare. Forse devo riuscire a sognare ancora.
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