Marco Scalabrino

                      Francesco Leone , " 'Na scala longa"

                               

 

  

 

 

 

Correvano gli anni Novanta, io ero abbonato al MarranzAtomo, una rivista letteraria edita all’epoca in Catania – direttore Antonino Magrì. Nel numero di Gennaio - Aprile 1996, subito dopo il sommario, il componimento d’apertura era titolato: ‘n coma, un componimento che, per tensione drammatica, lucida compartecipazione emotiva, felice realizzazione linguistica, lessi con vivo consenso. Ne era autore Francesco Leone da Castellammare del Golfo. Lì lì mi balenò l’idea di prendere carta e penna o di alzare la cornetta del telefono e … Ma, no; a mente fredda mi sembrò un atteggiamento provinciale e lo abbandonai.

Il mondo, si sa, è piccolo; e, in Sicilia, le strade di chi pratica con assiduità il Dialetto sono destinate prima o poi ad intersecarsi. E così infatti avvenne negli anni successivi, nelle circostanze di un annuale raduno che si tiene nel nostro territorio, della cerimonia di premiazione di taluni concorsi letterari, della presentazione di qualche libro, eccetera. Circostanze che mi hanno consentito di rapportarmi, oltre che con l’Autore, anche con l’uomo: classe 1928, preside in pensione, sposato con la signora Rosetta, padre di Ernesto e Giambi nonché nonno della piccola Teresa. Non vorrei però, soverchiato dalla sfera delle relazioni interpersonali di stima e di affetto reciproci tra noi oggi instaurati, divagare oltre.

Nell’anno 2001 Francesco Leone dà alle stampe la silloge di Poesie Siciliane: ‘na scala longa, con traduzione “ il più possibile letterale “ in Italiano. Quando venni in possesso del volume, oltre settanta testi e centocinquanta pagine, come mio costume buttai giù, col proposito in seguito di rielaborarli, degli appunti. Francesco Leone, allora considerai, è un uomo di lettere, un preside appassionato di tradizioni popolari, certamente è dotato degli strumenti linguistici e culturali per esprime in un ottimo Italiano la propria visione del mondo. E dunque perché il Dialetto?

         Quasi avesse percepito la mia eccezione, nel proemio al suo lavoro – per consuetudine mi accosto alla prefazione dopo avere letto il libro e sempre che questo abbia incontrato il mio favore – lo stesso Francesco Leone tiene a sottolineare che le poesie in esso inserite sono originariamente ed in modo personale concepite così, e così è necessario che io le esprima nella loro forma e nel loro contenuto, poiché nascono col deliberato proposito di fissare per me stesso esperienze e sentimenti “. Una scelta consapevole, pertanto! D’altronde, da tempo gli studiosi ribadiscono che: “ il dialetto, come alternativa semantica alla caduta di potenziale espressivo della lingua e della letteratura ufficiali, non è più portatore di cultura subalterna, si è innalzato alla ricerca di contenuti e di forme su più vasti orizzonti di pensiero, non costituisce più una ragione valida di isolamento; anzi, l’urgenza espressiva del dialetto puro (come negli idiomi dei popoli giovani) tende a capovolgere i rapporti con la lingua illustre e ci appare oggi su posizioni più autenticamente rivoluzionarie rispetto ai logori, stereotipati moduli dell’ufficialità letteraria “. Un altro passo del medesimo proemio: “ poeti accolti in numerosi raduni, alla cui realizzazione ho fornito il mio contributo “, mi fece altresì soppesare che assai verosimilmente lo scrittore Francesco Leone veniva “ da lontano ”.

         Le conferme, semmai ve ne fosse stato bisogno, giunsero del tutto casualmente, un paio di estati fa, giusto a casa Leone. Nel corso di un dopo cena (squisita! - Rosetta cucina benissimo), del più e del meno discorrendo, Francesco Leone accennò ai propri trascorsi letterari e parlò del suo sostegno, dagli anni Cinquanta in poi, alla organizzazione, a Castellammare del Golfo, di tanti concorsi di poesia dialettale, festival della canzone siciliana, raduni poetici cui prendevano parte, mossi da grande entusiasmo e sincero spirito di fratellanza, centinaia di poeti, un cospicuo numero dei quali proveniente dal versante ionico dell’Isola, tra cui il grande Giovanni Formisano, e inevitabilmente saltò fuori il bel nome del compianto zu Pippinu Caleca, che per svariati decenni e fino agli anni Novanta di quei convivii fu l’anima. E per ultimo, per farla breve, dell’iniziativa – che ha ottenuto il patrocinio dell’amministrazione comunale della sua città – di curare, in occasione del quarantennale della morte, l’ANTOLOGIA delle opere in versi siciliani e in prosa del poeta castellammarese Castrenze Navarra, di organizzare il relativo convegno di studi e nonché di esserne – assieme con gli esimi proff. Salvatore Di Marco e Salvo Zarcone – il relatore.

Un pezzo quindi – al pari del resto di tanti altri – della nostra storia silenziosa, o come qualcuno l’ha definita “ carsica ”, per quella caratteristica dei fiumi sotterranei della regione del Carso appunto di apparire per brevi spazi in superficie.

         Ma è tempo adesso, dopo averne delineato il profilo e il contesto all’interno del quale è maturato, di occuparci specificatamente dell’opera del poeta. Ed ecco Francesco Leone ci fornisce puntualmente, e di prima mano, le risposte ad ogni quesito noi potremmo porre riguardo:

         ai temi che essa tratta: “ Ci po’ truvari … biddizzi senza tempu … ricordi cari … na pizzicata di sdegnu e un focu d’amuri chi cuva sempri e nun s’astuta cchiù “;

         alla forma: “ Palori chi sannu d’anticu sutta un vistitu novu “, precisando di avere tenuto “ nella dovuta considerazione la naturale evoluzione del dialetto e della poesia siciliana, che, come ogni organismo vivente, non poteva rimanere ferma e immutabile “, e di avere cercato, a beneficio di quanti si fossero disposti alla lettura, di agevolarne la percezione “ attraverso l’accentazione delle parole non piane e di dubbia pronunzia “;

         ai motivi della pubblicazione, convenuto che “ il siciliano ha ancora da insegnare molto, o, quanto meno, molto da offrire per aiutare ad imparare “, che i lettori potranno “ rintracciarvi momenti di godimento spirituale “, che per di più il poeta ha realizzato  ormai di svelare la sua poesia, di liberare i suoi versi “ ammucciateddi nun putiti stari “;

         e al messaggio che, senza “ minzogni e ruffianìsimu “ ma con serena fermezza, si propone: “ la forza di la santa virità “, al poeta – diceva Friedrich Hölderlin – compete la verità, e il perseguire l’Eterno, l’Infinito, la Verità.

         Parrebbe, per quanto enunciato, che non dovessimo fare fatica alcuna a penetrare questa poesia. Ma, ci avverte il poeta che i suoi versi sono, sì, “ senza pritisa “, sono, sì, “ cavaddu cu rètini e tistali “ ma che, pure, essi contemplano l’impeto del “ ventu nna lu sfrazzu di la crinera e nall’occhi e nna li naschi la libertà “, e che “ lontano dagli stereotipi di molta odierna, pedissequa produzione in dialetto, rivendicano una certa originalità di immagini e di contenuti “. La prudenza, perciò, la sensibilità, l’acutezza critica sono d’obbligo, nel momento in cui ci accingiamo ad esplorarne i dettagli, a sopravanzarne le dichiarazioni programmatiche e tentare di metterne in risalto i rimandi, le suggestioni, le prerogative.

         A partire dal titolo della raccolta: ‘na scala longa, e dal componimento omonimo a pagina 94, il quale, ben lungi dall’essere come un epidermico approccio potrebbe suggerire diversamente eretta, consta “ unicamente ” di “ fili di spiranza, firi e amuri, p’arrivari a Diu “. 

         I tratti più significativi di un sofferto vissuto giovanile, susseguito al fallimento dell’attività del padre, e del lungo periodo, specie tra gli anni Trenta e Quaranta, segnato da “ miseria, disoccupazione, emigrazione “, emergono in tutta la loro spietata crudezza, di pari passo col crescere della famiglia, che vieppiù si faceva numerosa “ deci cristiani “, e della fame “ di ddi tempi angariusi “, quando il pranzo consisteva di “ un peri di bròcculu e pampini, taddi e civu di lu trunzu p’aumintari la dota “. E nondimeno “ chi nustalgia pi ddi tempi amurusi quannu cuttuttu vinti occhi ridianu “, mentre ora, con mai placato rammarico, “ matri e patri siti urvicati, una cca e l’autru ddà (negli U.S.A.) e li me frati sparsi a la strania “. Un ossimoro l’appellare quei tempi “ angariusi “ e frattanto “ amurusi “? O non invece la schietta rappresentazione di una vita?

         La nostra vita; questa “ scura larma di tempu “ che “ passa tra pittiddi e cìnniri “. E in essa, che nel mistero dell’esistenza “ vola pi chidda chi prestu àv’a vèniri “, l’uomo “ vermi di terra “, prima di spiccare l’agognato volo “ pi l’Eternu “, ha nella propria disponibilità tutte le meraviglie dell’universo “ lu tuttu di lu tuttu di ‘sti ricchizzi a jèttitu “. Eppure egli, la prima tra le creature della terra, sovente non si dimostra all’altezza, non si dimostra degno (si lasci però a Dio giudicare, ci rammentano le Sacre Scritture), delle magnificenze che gli sono state affidate: “ ci su’ sempri li frati caini chi p’aggranfari ricchizzi stannu a ‘nvilinari nostra soru Acqua; ìnchinu lu celu di negghi ‘nfittati e ‘ntàsanu di ferru e cimentu li purmuna di li vòscura. “       

          Voltiamo pagina. Eccettuati sparuti sonetti e ottave, malgrado taluni vezzeggiativi (son duri a morire!) facciano capolino, il verso libero la fa da padrone e l’ortografia, in un sorvegliato impiego di segni diacritici, palesa cura e coerenza.

         ‘n coma, si diceva, è la poesia con la quale conobbi Francesco Leone. In essa l’episodio in cui “ le difficoltà esistenziali si sublimano nell’atto d’amore “, che come pochi suscitò in me emozione e di cui serbo tuttora viva memoria. Riporto le testuali parole di Francesco Leone, giacché mai ne potrei trovare di più acconce: “ Il mio compianto fratello Bernardo si priva della camicia e la porge a me, affinché la indossi e possa andare a scuola (egli sarebbe rimasto segregato in casa, al mio posto, in attesa che un’altra camicia, che stava ad asciugarsi, fosse disponibile). Si è trattato – si può credere – del banale prestito di un indumento, ma per me è stato molto di più, prova ne sia che allora mi ha profondamente commosso e che non l’ho mai dimenticato: il vero amore non ha bisogno di atti eroici, ma si alimenta anche di semplici gesti “.          

         “ Raru è cu’ sapi essiri cuntentu, e disìdira prima di lu so beni, chiddu di lu prossimu so “. L’esempio del fratello Bernardo c’è da supporre che abbia promosso una ricaduta morale positiva per Francesco Leone, per il quale, in virtù anche di personale indole e di educazione ricevuta, l’anelito di “ un signu di paci “, di “ na virgula chi fa chiarezza a un discursu ‘mbrugghiatu “, il rigetto incondizionato della guerra, con il suo orrido bagaglio di stupri, deportazioni, torture mentre i “ putenti di la terra … ‘nna ‘stu fangu ci stannu a sguazzariari “, l’urgenza di sfiorare “ l’armunia di l’universu “, di guadagnare “ dd’Amuri chi sacciu e nun sacciu “ sono imprescindibili da sé.

         Ma l’avvertito senso spirituale, la laica professione di fede praticata nella vita e altresì nei versi, non lo distolgono dal vivere con piena partecipazione le passioni, le emozioni, i sentimenti dell’uomo: l’amore in primis “ ducizza chi nun sacciu diri, ciamma – chi – nun s’astuta, basta na risatedda o chi ni circamu la manu “ (come non riconoscere nella diletta consorte la destinataria di tali effusioni?), il tenero ricordo di Niculinu, il rimpianto per le nostre autentiche tradizioni - i Morti, i pupi di zùccaru, la marturana - vive nella sua reminiscenza benché ormai malinconicamente soppiantate da celebrazioni d’oltremare che ci sono estranee, nonché dall’essere uomo del suo tempo, individuo di un territorio. In tali ultimi ambiti si collocano l’accorato rivolgersi:

         al suo paese: “ sulu ci nn’àiu ‘n’isulidda di casa rosa e gialla e a lu Campusantu ci stannu me matri e me fratuzzu “;

         alla sua terra: “ suttamisa spissu, mai schiava, dunni su’ chiantati li spini (di) disoccupazioni e miseria, e la mafia ci prospera … ma ‘un cunfunniti la genti ‘nchiuvata cu chiddi chi li chiova martiddianu “;

         e, strettamente connessa, la denuncia del pregiudizio (È più facile – ha detto Albert Einstein – disintegrare un atomo che un pregiudizio) che ogni siciliano è mafioso: “ nall’occhi mei avìa vistu baddi di lupara “.

         Ci sarebbero ancora motivi per attardarsi circa la poesia di Francesco Leone – ciascuno dei lettori è chiamato ad ampliare, ad integrare questa succinta analisi – ma, necessariamente, prossimo alla conclusione, mi preme trattare due ulteriori aspetti.

         “ Storia di lu tempu chi fu “, già i Fenici e i Greci – testimonia Strabone, storico e geografo greco – praticavano la pesca del tonno e più tardi, ovviamente, i Romani – cui si deve la nascita della tonnara – e poi via via fino ai giorni nostri. Scopello, e Favignana, San Cusumano, Bonagia, le tonnare e la mattanza sono quindi attività economiche millenarie, oramai, purtroppo (non è questa comunque la sede opportuna per indagare sulle cause) in abbandono, di imminente scomparsa: “ silenziu, sulità, morti “ dove prima vibravano “ gaviteddi, sùvari, curdami, muciaria, cialomi, ràisi “. Nella fatica della sopravvivenza e dismesse le vesti tradizionali, esse hanno di recente indossato i panni dell’attrazione turistica, dello spettacolo di massa, della primaverile gita fuori porta con la garanzia dello spargimento del sangue (del tonno), dove, perduta la mattanza la sua sacralità, “ li tunnaroti, diàvuli di lu ‘nfernu scatinati “ sono “ pronti a fari minnitta di li ‘nnuzzenti misiri dannati a viva forza scippati a lu mari “.

Il lessico, infine, in cui si combinano dovizia, bellezza e musicalità: ciacca (crepa), ugnu (unghia), larma (stilla), ghiòmmari (gomitoli), làstimi (afflizioni), zammatiari (guazzare), leccu (rimbombo), assaurruta (esausta), palascarmu (palischermo), surra (sorra), busunagghia (buzzonaglia), capicchiu (capezzolo), riuturi (venti contrari), mmaciliri (confondere), ‘ntuntaruti (rintontiti), arrisagghiari (sussultare), ‘ndammusari (nascondere), munciuniari (gualcire), vava (bava), arrinatu (tirato), priculiari (essere a rischio), assammarari (infradiciare), sfràviti (squallide), brogna (buccina), trimulina (vermi), arriscèriri (frugare), runfuliari (ronfare), pinnulara (ciglia), sticcuniari (sobbalzare), mataciari (intrigare), sfirrari (togliere gli ormeggi), succanniari (agonizzare), crocchiula (conchiglia).

 

         “ Il dialetto – ha asserito Andrea Zanzotto – è un mondo in effervescenza.

         Lasciamo dunque che trabocchi: è cultura. “