Giovanni Nuscis

                       Angelo Mundula

                          Vita del gatto Romeo detto anche Meo

                                Spirali, Milano, 2005 - pagg. 80

(Illustrato con dieci tavole di Saverio Ungheri (A-mici 2004-2005); e corredato dalle opere di Konstantin Antipov, Alfonso Frasnedi, Enzo Nasso, Mimmo Rotella, Valentin Tereshenko.)

 

 

 

    Esce per le edizioni Spirali la nuova raccolta poetica di Angelo Mundula Vita del gatto Romeo detto anche Meo.  Che Angelo Mundula, “poeta serio, solitario, appartato…”, come indica la quarta di copertina, non intendesse parlare soltanto del proprio gatto era fuor di dubbio per chi ne conosce, almeno in parte, l’opera e dunque l’uomo e la sua etica. E del resto, si sa: alla poesia non si addicono limitazioni tematiche, e quando poi si parla di gatti… scopriamo che un numero ragguardevole di poeti, narratori e uomini d’ingegno si sono cimentati sul tema, a cominciare da Torquato Tasso,  Leonardo Da Vinci, Charles Baudelaire, padre della poesia moderna.

    Per l’autore, nato e residente a Sassari, si tratta del decimo libro di poesie, dopo Il colore della verità  (1969),  Un volo di farfalla (1973), Dal tempo all’eterno (1979), Ma dicendo Fiorenza (1982), Picasso fortemente mi ama (1987), Il vuoto e il desiderio (1990), Per mare (1993), con Giorgio Bàrberi Squarotti e Giuliano Gramigna, La quarta triade (2000), e Americhe infinite (2001); a cui si aggiungono due libri di prosa: Tra letteratura e fede (1998) e L’altra Sardegna (2003); ha collaborato con i maggiori quotidiani e le più qualificate riviste nazionali e, da vent’anni, continua a collaborare con le pagine letterarie e culturali dell’Osservatore Romano.

    Poiché sappiamo che nulla è casuale nelle opere di Angelo Mundula, ecco, allora, che aprendo e leggendo questo bel libro dall’accurata veste grafica ritorniamo fanciulli, ci improvvisiamo lettori casuali e, non di meno, compulsatori prevenuti, allertati dalle sue precedenti opere. Da ogni prospettiva restando, però, a lettura ultimata, soddisfatti.

    Ma chi è il gatto Romeo protagonista di questa silloge? Romeo, detto anche Meo, “…era un comunissimo gatto soriano”, ci spiega ancora la quarta di copertina, infilatosi poco a poco nella vita del poeta e che “…di poesia in poesia, di verso in verso, è andato acquistando una sua sempre più spiccata e originale “personalità”. E come per noi umani c’è  un prima e un dopo (di noi), un inizio e una fine, un incedere di giorni coi suoi eventi, i suoi laghi di luce e d’ombra - fino alla discesa ineluttabile e all’assenza - così del gatto Romeo conosciamo il suo predecessore Paquito, e il suo ingresso nell’intimità della casa, stravolgendo abitudini e weltanschauung: Siamo nati per l’eterno e per le grandi imprese/ma basta un niente appena il fiato di un animale/a mutare per noi il senso dell’universo. E la vita di Romeo si fa metafora, paradigma, elemento di confronto: Solitario, serio, appartato/contrario a ogni presenzialismo/un gatto – devo pur dirlo – che/se non fosse un gatto sarebbe/quell’altro che ne fa il ritratto (“Ritratto”). Più che col padrone di casa – un qualunque padrone di casa - è dunque con l’artista che si scoprono nel tempo fili sottilissimi di affinità, di comunanza: Della grandiosa famiglia/ha ereditato le pose solenni/e il sublime distacco (“Sua maestà il gatto”),   Di sé non può (forse, non vuole) promettere niente/né fedeltà né gratitudine sebbene/talvolta ne dia qualche segno./Nell’apparente serenità della mente/c’è sempre l’idea della fuga (dal tutto? dal niente/che gli sta intorno? che lui solo vede o non vede?) (Il poeta Romeo), Scappa, gatto, da queste aride contrade/da queste zolle acide./Lascia ciò che dev’essere lasciato./I tuoi occhi acuti, gatto,/non vedono le fiamme/che si levano da ogni parte?/I tuoi occhi che bucano/la tenebra non vedono/quanto male imperversa su/quest’arida terra sempre più/inabitabile? sempre più inospitale? (La brughiera).

Versi lunghi, liberi, narrativi strutturano le poesie di questa raccolta: di una limpida semplicità che, proprio per questo, nasconde profondità inaspettate nella fine tramatura. E sarà perciò rimesso allo sguardo, alla consapevolezza delle diverse età restare nella luminosa superficie o lasciarsi invece andare sul fondo, dove pochi sanno arrivare. Sicché leggendo, bambini, questa “storia”, se ne ritroverà da adulti un’altra ancora: sempre la propria, nell’eterna, immutabile sua essenza.

 

 

Da “Storia del gatto Romeo detto anche Meo”

 

 

Il poeta Romeo

 

Di sé non può (forse, non vuole) promettere niente

né  fedeltà né gratitudine sebbene

talvolta ne dia qualche segno.

Nell’apparente serenità della mente

c’è sempre l’idea della fuga (dal tutto? dal niente

che gli sta intorno? che lui solo vede o non vede?).

Tutto nella sua natura si sottrae e si cela

come dentro una maschera eterna

lui outsider per eccellenza ha un gran rispetto di sé

forse (chissà) un ideale supremo che

cova gelosamente quando dormicchia come un Omero

guardando senza vedere

vedendo senza guardare

al buio le sue pupille sono rare perle

due punte di spillo

ma bastano a illuminare

del resto non fa mistero

d’essere uno strano animale

da quel sornione che è

il suo vocabolario è un altro ma

nessun linguaggio gli è estraneo

fosse pure il marziano o lo slang.

Per tutto il tempo non fa niente

ma proprio niente di vano e quel

suo miao interrompe da sempre

il nostro parlar quotidiano

nessun vocalizzo al mondo è più ricco di senso

e più raro.

 

  

 

I folli giorni di Meo

  

Giocava e giocava tutto il giorno,

talvolta, come preso da una strana

joie de vivre, sebbene fosse, per

sua natura, più incline allo spleen.

Un romantico addirittura che al

tramonto contemplava la luna

sul bordo del suo giaciglio

dicendo miao ogni tanto come

per parlarci un poco. Forse

credeva in un suo oroscopo

per gatti e interrogava gli astri

come fanno talvolta gli umani,

ma senza crederci troppo.

Il gioco lo prendeva come

un raptus prende un poeta e allora

impazziva e impazzava per

tutta la casa senza una pausa

e senza risparmio. Semel in

anno anche un gatto ha il

diritto di perdere il senno

(e di riacquistarlo) del resto

nessun altro è più di lui

sregolato e soprattutto

estraneo alla nostra legge

che ci pare tanto sensata

e forse non lo è. Il gatto lo

sa certamente e talvolta

abbaia (sebbene sia gatto)

alla nostra stupidaggine

irridente com’è.