Nicola Borgo

                     Teologia e spiritualità del Natale

                               

 

[Poiein accoglie questo contributo disciplinare teologico e con l'occasione invita coloro che coltivano le scienze umane e le discipline umanistiche ad inviare contribuiti, perché il sito non si isterilisca in uno spazio meramente letterario.  Mons. Nicola Borgo (o Nicolino, per i conoscenti e amici), è un personaggio di grande cultura - non solo teologica -, un fine letterato e critico dell'arte, profondo conoscitore dell'opera di Turoldo.  Attualmente svolge le funzioni di rettore della Cappella Universitaria presso l'Università di Udine.  E' presidente dell'Associazione Turoldo ed è il promotore e nella costruzione del nuovo Centro Studi turoldiani, a Sedegliano (UD) - paese natale di Turoldo.]

vedi in merito: http://www.assoc-p-turoldo.org/

  

 

 

a) Nell’ambito strettamente dogmatico.

L’avvenimento che polarizza l’intera riflessione-preghiera di questo periodo è

la manifestazione teandrica del Verbo

figlio consustanziale di Dio e seconda persona del mistero trinitario.

Con continuità contemplante i testi liturgici e la riflessione dei Padri testimoniano il Verbo nella sua divinità e preesistenza filiale nel seno del Padre e nella sua integrale umanità (assunta nell’incarnazione); questo lo rende consanguineo all’uomo nella vicenda storica.

Consustanziale al Padre per l’inafferrabile nascita eterna e intemporale nel seno della divinità e consanguineo nostro nell’umiltà impressionante della sua nascita storica nel tempo.

Una “prossimità” del mistero di Dio alla vicenda umana in generale e a ciascuno di noi in particolare impensata ed impensabile.

L’aspetto fontale di questa manifestazione teandrica

è il dono

«Ci è nato un bambino, un figlio ci è stato dato» proclamano i testi.

Questa donazione personale e salvifica ha la sua radice nell’assoluta e gratuita

iniziativa di Dio:

il “figlio” è il supremo-personale dono del Padre.

Promana dall’infinita carità fontale di Dio: «Dio amò il mondo (con tale profondità) da consegnare il suo figlio unigenito».

L’annuncio natalizio è carico di fascino profetico-sacrificale: l’incarnazione storica del Verbo è l’inizio di un cammino che porterà al dono drammatico della croce dove si realizza in pienezza il “riscatto” redentivo della vicenda umana. Sulla croce ha compimento pieno

- l’obbedienza al Padre

- la mediazione-ponte tra Dio e l’uomo

- la glorificazione-redenzione di Dio che si fa dono e dell’uomo investito della sua pienezza.

C’è una “dignità” cristica che coinvolge il nostro essere: la nostra inserzione mistica (un’ontologia sul piano soprannaturale) nel figlio incarnato ci rende fratelli e figli, fratelli di Cristo e in lui figli ed eredi di Dio.

Per l’incarnazione ogni umanesimo è cristocentrico: senza questa dimensione è un umanesimo tarpato, insufficiente a dire le aperture possibili di un salto qualitativo che la coscienza e la libertà offrono.

C’è una traccia sul piano dell’essere che anela ad una definitività, ad una compiutezza che la storia nonostante i suoi positivi conati non è in grado di realizzare e che può essere solo «dono che viene dall’alto».

La cristologia che ha la sua origine nel Natale richiama, dopo il dono della croce, l’approdo della

risurrezione

È la risurrezione della carne e con essa la glorificazione cosmica, o meglio la “ricapitolazione” di tutta la creazione sulla misura “gloriosa” dell’essere di Cristo.

Il richiamo alla luce «sol oriens ex alto» porta con sé questa misura escatologica della creazione tutta.

 

b) Nell’ambito più specificamente morale cristiano

Nel Verbo incarnato, nell’uomo secondo Dio – nel nuovo Adamo secondo l’espressione paolina – appare in tutto il suo realismo il modello dell’autentica perfezione umana (Lumen gentium, n. 40).

La caratteristica del suo “vissuto” è la carità come dinamica radicale ed esistenziale: questo è l’Emmanuele.

Egli è il figlio amato dal Padre; conduce la sua vita nel servizio integrale a Dio dove fedeltà è sinonimo di obbedienza (sintonia perfetta e dinamica).

Realmente nella Natività, nell’Emmanuele, si ha il “vissuto” integrale della “carità teocentrica e teandrica”.

Esso rappresenta per il credente la possibilità realistica di una

conformazione

con l’immagine “imitabile” del figlio di Dio; è il massimo gesto di carità possibile che il Padre offre all’essere umano per la sua rigenerazione in Cristo.

  

c) Nell’ordine dell’ascetica e della mistica cristiana

La Natività ispira inoltre un’impressionante esperienza ascetica e mistica evangelica.

Le esigenze ascetiche della vera pietà (teocentrismo esistenziale di tutta intera la nostra vita),

la genuina essenzialità temporale (povertà dello spirito),

l’apertura vocazionale escatologica (l’incontro con Cristo nella sua parusìa),

la “giustizia” superata dalla disponibilità personale in favore degli altri (carità primaria: darsi più che dare),

sono lezioni vive nell’evento dell’incarnazione, rese evidenti nella “donazione” salvifica del Verbo.

La donazione incondizionata del Verbo, incarnato “per noi”,

il pieno “annullamento” della sua pienezza divina nella kenosi di un bambino,

la sua “infanzia spirituale” come accettazione della prima e più realistica lezione-condizione della nascita dell’Emmanuele (con tutto quello che comporta di umiltà senza limiti, di obbedienza assoluta, di “virtù passive”),

costituiscono per gli spiriti veramente aperti alla mistica della Natività il culmine di quel processo di conversione

o metànoia

per la quale già l’Avvento offre le migliori indicazioni di spiritualità evangelica.

Su queste basi trascendenti natalizie è possibile iniziare con serietà e autenticità recettiva un cammino di reale “cristificazione”.

La coscienza profonda della filiazione divina a cui ci porta l’evento natalizio è la fonte dell’attitudine evangelica e della nostra “infanzia spirituale”.