Gianmario lucini

                      Il "tu" e il "noi" di Sergio La Chiusa

                      nota a "I sepolti"

 

                                 Ediz. Lietocolle, 2005

 

  

 

 

La poesia che parla di opere d’pittoriche o di arti visive in genere, è quasi una costante che emerge nella letteratura del ‘900 a significare una sensibilità sempre più visiva nelle arti.  Su Poiein ad esempio, tempo fa abbiamo inserito la sentita interpretazione poetica di Rafael Alberti sulle opere che Agenore Fabbri ha esposto in una mostra del 1983 / 84.

I testi che qui presentiamo solo in parte sono un vero e proprio commento poetico  ad opere specifiche (nella fattispecie 5 tavole di Bruegel il vecchio); l'incipit è la visita a un museo immaginario che risulta contenere opere di vari musei: il museo è qui pertanto un luogo mentale, un archétipo, un simbolo.

I testi di Sergio La Chiusa hanno peraltro una costruzione che per le ragioni sopraesposte non seguono il filo logico di una mostra o un "percorso" per immagini: il museo è inteso infatti come la metafora dell’incoscio collettivo nel quale si agitano i fantasmi delle nostre passioni che l'autore metaforizza in baluginii di immagini tratte dai quadri; talune sono immagini vive e ben rappresentate, come nel quadro dei fucilati di Goya, altre invece sono appena accennate con riferimenti a particolari caratteristici.  Passioni cupe, descritte con parole cruente e tinte che rammentano certe sensibilità medioevali specie nel descrivere la morte (poesie IV, V).  Sono immagini di morte, di devastazione, di decadenza dell'umano e della semplice "pietas"; ci si muove in un ambiente orribile, popolato da lamenti e cadaveri.

La seconda parte (Cinque tavole di Peter Bruegel il vecchio) da un "tu" quasi collusivo della prima parte, passa a un “noi” altrettanto collusivo: nelle prime tre tavole il “noi è esplicito: sono i personaggi della tavola che raccontano di sé. Nelle ultime due tavole l'Io poetante accenna ad un “essi”, ma è sempre un “noi" sottinteso a raccontare.  Questo per dire che tutta l’opera è strutturata come una metafora: il museo, che è anche una casa, una costruzione, simboleggia l’inconscio collettivo, così come la casa nell’interpretazione psicoanalitica rappresenta l’inconscio individuale.  Il “noi” della seconda parte è come una emanazione espressiva di questo inconscio, la consapevolezza di cinque momenti dello spirito collettivo: la cecità (culturale, morale), la confusione delle idee (la torre di Babele) o forse la mancanza di punti di riferimento e la relativa costituzione di riferimenti fittizi, la ribellione (la crocifissione) e il rifiuto della verità; infine la punizione della Hybris collettiva (la caduta di Icaro) e  (La gazza sulla forca) la speranza di una nuova rinascita culturale  e morale (specie nell'apertura degli ultimi tre versi finali, che in qualche modo intendono dissipare i toni cupi di tutta la piccola raccolta).

Forse questa chiave di lettura è un po’ azzardata e medioevaleggiante, ma comunque l’interpretazione della raccolta non può essere disgiunta da riferimenti simbolici, proprio per la natura stessa dei soggetti delle liriche.  E' inoltre evidente che la strutturazione delle due piccole sillogi è molto ben definita, così come non può essere ignorato il passaggio dal dialogico "tu"-"io" all'altrettanto dialogico "noi"-"voi": queste soluzioni non sono certamente state proposte a caso.

E' pertanto, questa breve raccolta di La Chiusa, concepita intorno a una ben definita struttura, quasi una trama, con l'esplicito intento di riferirsi alla condizione umana e appoggiandosi ad opere grafiche universalmente note per sviluppare il suo discorso poetico.

"I sepolti" dunque sono non tanto i quadri dimenticati nel magazzino del museo, ma i visitatori che non sanno di essere loro stessi i soggetti, gli attori, i sepolti.  Il loro giro per il museo non è che una ronda dei carcerati, di esseri viventi ignari di esistere senza libertà e alla ricerca di qualcosa che spieghi loro il nesso fra

Il verso, lungo e colloquiale, anche se dialogale è assertivo.  Il poeta, l'io scrivente, non problematizza la materia ma fa precise dichiarazioni, asserzioni, denunce, rivolte al suo interlocutore.  E in queste asserzioni è ovviamente ospitata la visione poetica ed etica del mondo, affidata ad un verso molto fluente ma certo non soporifero, e anzi scattante nei passaggi chiave, in sintonia col senso.

Poesia dunque ben fatta, di interesse, che appaga e gratifica il lettore con contenuti forti e di rilievo.

  

 

 

IV

 

devi salvare il dolore e la bellezza, l'allarme della morte

nei fucilati di goya il lampo luce che non dà scampo scagliata

contro gli occhi la grazia e il segreto delle donne di botticelli

 

che sanno e non svelano e stanno in bilico nel giardino

dei sonnambuli: non incantarti, discendi sulla terra

c'è lavoro per queste mani corpi da seppellire a colpi di badile

 
 

La caduta dei ciechi

 

chi l'avrebbe detto che quell'inciampo

quella caduta del primo della fila

sarebbe stata per tutti una rovina:

abbiamo sentito l'abisso a uno a uno squarciarsi

sotto i piedi la spalla amica cedere sotto la mano

e il cielo e la chiesa e la campagna fermi nel silenzio

prima e dopo il precipizio

non badano a quella frana di corpi di sarti colati

come noi neppure immaginiamo l'orrore d'uova

sgusciate che ci hanno ficcato al posto degli occhi

 

- non dovevamo fidarci di quella guida cieca come noi solo più sicura, presuntuosa ­


 

La gazza sulla forca

 

non sapevamo che solo la forca

sarebbe rimasta segnale

del passaggio il nostro corpo di legno

la gazza a balzellarci sulla gobba;

e in un angolo i pochi sopravvissuti

ancora defecano e danzano

per poco ancora protetti dal fogliame

 

- non sanno che senza di noi sembra rifiorire

il paesaggio aprirsi la vallata accogliere aria

e sole e luce come una nuova terra primordiale ­