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Il peso degli spazi
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Lietocolle, 2005
nota di G. lucini
Se si può parlare di “vena gozzaniana” nella
poesia del ‘900, direi che Zattoni la ricerca e - di proposito o no - in
qualche modo la tiene viva. Gozzaniano infatti è l’eloquio, leggero, a
volte ironico, quasi sempre intimistico, ossia centrato sull’io poetico,
sulla psicologia personale. Vi è insomma un gusto “borghese” del poetare
- senza caricare questa parola dei connotati spregiativi che le sono stati
attribuiti dalle ideologie post ’68. Questa solida poesia borghese, mi
pare, non si perde tanto negli sperimentalismi ma usa gli strumenti
linguistici ed estetici della tradizione, pur aggiornata, con sobrietà e
misura, immersa in una v In genere le chiose hanno un taglio minimale, una chiusura in dissolvenza che vuole accentuare il carattere antilirico, la repulsa al tono alto di un io poetico esibito sopra le righe. Le immagini sono usate in modo calzante, quasi nervoso, in ritmi a volte frenetici con una foga di racconto che lascia trasparire una certa irrequieta ricerca di senso che però non emerge mai in domande perentorie e sta lì come trattenuta e solo allusiva. Immagini quindi che si muovono in uno spazio a volte reale o realisticamente cogente (p. 17) o a volte immaginario e indefinito o reso tale (Una notte a Milano, p. 36); uno spazio kantianamente inteso come “condizione soggettiva della sensibilità” (come recita la citazione dalla Critica della ragion pura anteposta dall'autore alla raccolta) e pertanto condizione qualitativa del sentire e la cui fisicità, dissolvendosi nella de-costruzione e ricostruzione della sensibilità soggettiva, usa le immagini non tanto in senso descrittivo e pittorico, ma come simboli, non importa se consciamente intesi perché la poesia non è affatto o non è soltanto un comunicare conscio. Ed è dunque la comunicazione fra inconsci (io poetico da una parte e lettore dall’altra), la dimensione ricercata in questo libro. Si conviene infine con l’affermazione di Maurizio Cucchi in prefazione, sulla compiutezza stilistica di Matteo Zattoni che dimostra, per questo aspetto, di aver attentamente meditato le soluzioni stilistiche dello stesso Cucchi, in quella “sicurezza dell’uso del verso”, quella attenta economia della parola” e quel tono medio-basso e quel dire “delicato e scattante” che sono poi anche tre caratteristiche riconoscibili nelle migliori raccolte di Cucchi.
Poesie da Il peso degli spazi
Ogni luogo ha un richiamo per l'uomo che lega a quel suolo un ricordo e lo fa suo non conosco nessuno che mai ha un sussulto specie prima del buio, e rimanda il saluto dovunque vado sono come il gambero da te non m'allontanano.
Sui gradini della Comunale
Sto seduto dove ti siedi tu di solito Corso della Repubblica all'una non è forse questo, quello spettacolo? È l'ora di pranzo e il via vai si fa via via più sporadico il passante anche più distratto presta l'occhio e il collo a questo buio che ha il suo fascino soltanto per chi non c'è stato se passo, le tue gambe si contraggono lievemente ad angolo, o così m'immagino, la luce è un guanto all'ora di pranzo tu al via vai non ci fai caso non l'hai mai fatto, cosa aspetto perché non ti bacio?
Interno casa
I La casa è materia inesplosa che pulsa, racchiusa in comparti. Eppure, basterebbe così poco un piccolo foro nel muro fatto quasi per gioco... Il peso poggiato su un fianco conto i secondi che mi separano sconvolto, o sono morto oppure ho fatto male il conto.
II Colpi secchi alla porticina in noce mi faranno diventare matto se non apro alla svelta non è colpa mia, la maniglia l 'hanno tolta... buttate giù questa maledetta porta! Vengono in processione verso di me masse di carne in uniforme stato di decomposizione si sbaglia chi ha dato l'ordine, ancora non voglio... sono di questo mondo, io ...
Una notte a Milano
I Si arriva nella calma dell'hangar, coperto e senza tempo, inseguono tutti l'inizio del pomeriggio, il suo verso nel passo frenetico e lui, per dispetto, diventa eterna sera capitale decapitata della cultura, una statua come monumento a se stesso, mausoleo di nulla il neon della pubblicità illumina il retro dei sacchi di carne brodo sparso sulle scale un attimo e avresti voglia di correre, ma rimani immobile concentrato sul tuo dolore, egoista anche stavolta.
II Alberto e Silvia, sono gli amici la vita e la città ci uccide, poco alla volta, le amicizie non le divide, le diluisce in trame complicate di parole e architetture, piove Milano pesa sulle cose che ci diciamo nell'abitacolo, unico spazio abitato, la morte è un passaggio pedonale di notte senza semaforo in macchina la capitale si sfascia, perde antichità si fa più autentica e devi prenderla sul serio la gente del sabato sera che fluisce al centro, spietata i locali si riempiono, le macchine parcheggiano dove non dovrebbero - e ci si incontra finalmente! in coda per prendere le sigarette.
III Milano è una ragazza che si passa tutti quelli del gruppo, tranne uno, stufo di essere fottuto senza godere, la provincia ti rende impotente di fronte alla grande notte del Nord i serpenti del metrò mi hanno già morso i ferro-tranvieri seguono binari che non mi interessano stai attento quando imbocchi il sotto passo guàrdali negli occhi, non abbassare lo sguardo tra poche ore i cyborg torneranno a far piazza pulita della puttana di prima ma stanotte qualcuno avrà fatto l'amore.
IV L'uomo che monta sul cofano è lo stesso che tira calci al vetro della macchina che la cavalca dal tettuccio, che scivola sul cristallo di ghiaccio, che si schianta a terra dall' altezza di un metro con suono sordo e cupo, è lo stesso che si rialza dopo qualche minuto barcollando - diresti non umano con la faccia spaccata e l'amico inebetito lo guarda e smette di ridere, capisce benissimo neanche la polvere migliore può farti mai più dimenticare... è domenica mattina, a Milano, i tram passano regolari due balordi in strada fanno schiamazzi forse qualcuno di loro ha bevuto un po' troppo è un altro uomo.
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