Matteo Zattoni

                      Il peso degli spazi

 

                                 Lietocolle, 2005

 

  

  nota di G. lucini

 

 

Se si può parlare di “vena gozzaniana” nella poesia del ‘900, direi che Zattoni la ricerca e - di proposito o no - in qualche modo la tiene viva.  Gozzaniano infatti è l’eloquio, leggero, a volte ironico, quasi sempre intimistico, ossia centrato sull’io poetico, sulla psicologia personale.  Vi è insomma un gusto “borghese” del poetare - senza caricare questa parola dei connotati spregiativi che le sono stati attribuiti dalle ideologie post ’68.  Questa solida poesia borghese, mi pare, non si perde tanto negli sperimentalismi ma usa gli strumenti linguistici ed estetici della tradizione, pur aggiornata, con sobrietà e misura, immersa in una visione etica schietta e positiva, evitando gli artifici dell’enfasi, della retorica, del “lirismo” o le immagini sovraccaricate, tipiche di certo barocco contemporaneo, per prediligere invece la leggerezza, il tono dimesso, il sentimento dell’ordinario, la capacità di meravigliarsi per le piccole cose.  D’altra parte già nel titolo di avverte l’intenzione di ricercare la leggerezza espressiva,  la poesia  dei sentimenti lindi e immediati e fugaci, catturati come al volo (pp. 25, 15, 27).  E poi troviamo un certo richiamo alla poetica degli oggetti (p. 20), dei personaggi umili della vita di ogni giorni (p. 18).  Non mancano toni introspettivi (pp. 19, 21, ) surreali ed onirici (p. 22).

In genere le chiose hanno un taglio minimale, una chiusura in dissolvenza che vuole accentuare il carattere antilirico, la repulsa al tono alto di un io poetico esibito sopra le righe.  Le immagini sono usate in modo calzante, quasi nervoso, in ritmi a volte frenetici con una foga di racconto che lascia trasparire una certa irrequieta ricerca di senso che però non emerge mai in domande perentorie e sta lì come trattenuta e solo allusiva.  Immagini quindi che si muovono in uno spazio a volte reale o realisticamente cogente (p. 17) o a volte immaginario e indefinito o reso tale (Una notte a Milano, p. 36); uno spazio kantianamente inteso come “condizione soggettiva della sensibilità” (come recita la citazione dalla Critica della ragion pura anteposta dall'autore alla raccolta) e pertanto condizione qualitativa del sentire e la cui fisicità, dissolvendosi nella de-costruzione e ricostruzione della sensibilità soggettiva, usa le immagini non tanto in senso descrittivo e pittorico, ma come simboli, non importa se consciamente intesi perché la poesia non è affatto o non è soltanto un comunicare conscio.  Ed è dunque la comunicazione fra inconsci (io poetico da una parte e lettore dall’altra), la dimensione ricercata in questo libro.

Si conviene infine con l’affermazione di Maurizio Cucchi in prefazione, sulla compiutezza stilistica di Matteo Zattoni che dimostra, per questo aspetto, di aver attentamente meditato le soluzioni stilistiche dello stesso Cucchi, in quella “sicurezza dell’uso del verso”, quella attenta economia della parola” e quel tono medio-basso e quel dire “delicato e scattante” che sono poi anche tre  caratteristiche riconoscibili nelle migliori raccolte di Cucchi.

 

Poesie da Il peso degli spazi

 

 

 

Ogni luogo ha un richiamo per l'uomo

che lega a quel suolo un ricordo e lo fa suo

non conosco nessuno che mai ha un sussulto

specie prima del buio, e rimanda il saluto

dovunque vado sono come il gambero

da te non m'allontanano.


 

 

Sui gradini della Comunale

 

Sto seduto dove ti siedi tu di solito

Corso della Repubblica all'una

non è forse questo, quello spettacolo?

È l'ora di pranzo e il via vai si fa

via via più sporadico

il passante anche più distratto

presta l'occhio e il collo

a questo buio che ha il suo fascino

soltanto per chi non c'è stato

se passo, le tue gambe si contraggono

lievemente ad angolo, o così

m'immagino, la luce è un guanto

all'ora di pranzo

tu al via vai non ci fai caso

non l'hai mai fatto, cosa aspetto

perché non ti bacio?


 

 

Interno casa

 

I

La casa è materia inesplosa

che pulsa, racchiusa in comparti.

Eppure, basterebbe così poco

un piccolo foro nel muro

fatto quasi per gioco...

Il peso poggiato su un fianco

conto i secondi che mi separano

sconvolto, o sono morto

oppure ho fatto male il conto.

 

II

Colpi secchi alla porticina in noce

mi faranno diventare matto

se non apro alla svelta

non è colpa mia,

la maniglia l 'hanno tolta...

buttate giù questa maledetta porta!

Vengono in processione verso di me

masse di carne in uniforme

stato di decomposizione

si sbaglia chi ha dato l'ordine,

ancora non voglio...

sono di questo mondo, io

...


 

 

Una notte a Milano

 

I

Si arriva nella calma dell'hangar, coperto

e senza tempo, inseguono tutti l'inizio

del pomeriggio, il suo verso nel passo frenetico

e lui, per dispetto, diventa eterna sera

capitale decapitata della cultura, una statua

come monumento a se stesso, mausoleo di nulla

il neon della pubblicità illumina il retro dei sacchi

di carne brodo sparso sulle scale

un attimo e avresti voglia di correre, ma rimani

immobile concentrato

sul tuo dolore, egoista anche stavolta.

 

II

Alberto e Silvia, sono gli amici la vita

e la città ci uccide, poco alla volta, le amicizie

non le divide, le diluisce in trame complicate

di parole e architetture, piove Milano pesa

sulle cose che ci diciamo nell'abitacolo, unico spazio

abitato, la morte è un passaggio pedonale

di notte senza semaforo

in macchina la capitale si sfascia, perde antichità

si fa più autentica e devi prenderla sul serio

la gente del sabato sera che fluisce al centro, spietata

i locali si riempiono, le macchine parcheggiano

dove non dovrebbero - e ci si incontra finalmente!

in coda per prendere le sigarette.

 

III

Milano è una ragazza che si passa tutti

quelli del gruppo, tranne uno, stufo di essere

fottuto senza godere, la provincia ti rende impotente

di fronte alla grande notte del Nord

i serpenti del metrò mi hanno già morso

i ferro-tranvieri seguono binari che non mi interessano

stai attento quando imbocchi il sotto passo

guàrdali negli occhi, non abbassare lo sguardo

tra poche ore i cyborg torneranno a far piazza

pulita della puttana di prima

ma stanotte qualcuno avrà fatto l'amore.

 

IV

L'uomo che monta sul cofano è lo stesso

che tira calci al vetro della macchina

che la cavalca dal tettuccio, che scivola sul cristallo

di ghiaccio, che si schianta a terra dall' altezza di un metro

con suono sordo e cupo, è lo stesso che si rialza

dopo qualche minuto barcollando - diresti non umano

con la faccia spaccata e l'amico inebetito

lo guarda e smette di ridere, capisce benissimo

neanche la polvere migliore può farti mai più dimenticare...

è domenica mattina, a Milano, i tram passano regolari

due balordi in strada fanno schiamazzi

forse qualcuno di loro ha bevuto un po' troppo

è un altro uomo.