|
Cinque poesie in alto
Il vanto del futuro è parola che s’affila e nel tempo distilla un altro umanismo - più leggero, distratto, imperialista - che d’arroganza l’ingravida e di pena
già si urtano voci in spazi troppo esigui nell’aria che muore per dedali appestati.
Nel grande mare del cielo sfociamo e là ci sperdiamo nella foga di salire sempre più in alto salire, più leggeri affrancati dall’impaccio della carne che ci limita
- si vagheggia ieratiche formule alchimie per vincere la morte prossimi assenti scambiandoci parole.
_____________
Il vecchio larice scorza butterata, nell’ottobre sparge riflessi drappi dorati incendiati dal sole,
spiana la voce si lascia dormire nelle notti di brina, paziente, rabbrividisce sotto il peso degli inverni dignitosamente china la chioma ai colpi del vento, al peso della neve - che forse un giorno lo farà morire maestosamente, sradicato nel tonfo solenne ad abbracciare il suo letto di terra per sempre -. Un sapere antico è questo morire.
Val Caronno, ottobre 2005
_____________
La traccia del camoscio pare stremata a questa altitudine di picchi e morene che gelano nell’ombra - non vedo sulla neve i giochi dell’amore la corsa lieta che stupisce gli elementi - e la marmotta rintanata nella terra ha rallentato i battiti del cuore.
Sono i miei monti, questi, li sento respirare nel sonno ed è il mio cielo, questo, azzurro e gentile nel rigore dell’autunno, - omega ed alfa, fuga e ritorno a cercare pace nel Verbo che dorme.
Val Caronno, novembre 2005 _____________
La vecchia casera di pietra nella neve è guardiana, tenace alla consegna di resistere al tempo, di narrare a chi passa il suo lento morire
- inverno dopo inverno pietra che si sforma nel silenzio dell’altura. Materna accoglie senza porte e serrature spalanca le braccia a ognuno che vi passa
vi sosta e si lascia sul rustico sedile al focolare, acceso un legno per sognare di vite che quassù hanno sognato, nel verde dei prati, nel tempo scandito dai belati
dai muggiti, dal festoso abbaiare dei cani nell’ora serale della mungitura. La vecchia casera ascolta il tuo respiro, ti chiede uno sguardo per lei che un tempo vide
passare gli uomini nel tempo, tribolati a vivere per vivere, a sperare. L’ho salutata e me ne sono andato nella neve dura di novembre. Qualcosa
di me nel suo ventre ho trovato, qualcosa forse vi ho lasciato.
Montirolo, novembre 2005 _____________
La neve non ha spazio e non ha tempo quando cala dalle cime e ci allontana dal cielo. Dentro il sussurro dei fiocchi nel silenzio odo soltanto il sangue invocare la sospensione d’ogni memoria e il passo spento fra ombre fuggitive nel bianco sterminato della coscienza, - passo dopo passo sperando che non giunga mai la fine del delirio, la voce che chiama, il suono lontano d’una campana.
Agneda, dicembre 2005
|