Gianmario lucini

            Cinque poesie in alto

                       

 

 

 

 

Il vanto del futuro è parola

che s’affila e nel tempo distilla un altro umanismo

- più leggero, distratto, imperialista -

che d’arroganza l’ingravida e di pena

 

già si urtano voci in spazi troppo esigui

nell’aria che muore per dedali appestati.

 

Nel grande mare del cielo sfociamo

e là ci sperdiamo nella foga di salire

sempre più in alto salire, più leggeri

affrancati dall’impaccio della carne che ci limita

 

- si vagheggia ieratiche formule

alchimie per vincere la morte

prossimi assenti scambiandoci parole.

 

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Il vecchio larice scorza butterata,

nell’ottobre sparge riflessi

drappi dorati incendiati dal sole,

 

spiana la voce si lascia dormire

nelle notti di brina, paziente,

rabbrividisce sotto il peso degli inverni

dignitosamente china la chioma

ai colpi del vento, al peso della neve

- che forse un giorno lo farà morire

maestosamente, sradicato nel tonfo

solenne ad abbracciare il suo letto

di terra per sempre -. 

                                   Un sapere

antico è questo morire.

 

                                      Val Caronno, ottobre 2005

 

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La traccia del camoscio pare stremata a questa altitudine

di picchi e morene che gelano nell’ombra

- non vedo sulla neve i giochi dell’amore

la corsa lieta che stupisce gli elementi -

e la marmotta rintanata nella terra

ha rallentato i battiti del cuore.

 

Sono i miei monti, questi, li sento respirare

nel sonno ed è il mio cielo, questo, azzurro

e gentile nel rigore dell’autunno,

- omega ed alfa, fuga e ritorno

a cercare pace nel Verbo che dorme.

 

                                   Val Caronno, novembre 2005

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La vecchia casera di pietra nella neve

è guardiana, tenace alla consegna

di resistere al tempo, di narrare

a chi passa il suo lento morire

 

- inverno dopo inverno pietra che si sforma

nel silenzio dell’altura.  Materna

accoglie senza porte e serrature

spalanca le braccia a ognuno che vi passa

 

vi sosta e si lascia sul rustico sedile

al focolare, acceso un legno per sognare

di vite che quassù hanno sognato, nel verde

dei prati, nel tempo scandito dai belati

 

dai muggiti, dal festoso abbaiare dei cani

nell’ora serale della mungitura.  La vecchia

casera ascolta il tuo respiro, ti chiede

uno sguardo per lei che un tempo vide

 

passare gli uomini nel tempo, tribolati

a vivere per vivere, a sperare.

L’ho salutata e me ne sono andato nella neve

dura di novembre.  Qualcosa

 

di me nel suo ventre ho trovato,

qualcosa forse vi ho lasciato.

 

                                      Montirolo, novembre 2005

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La neve non ha spazio e non ha tempo

quando cala dalle cime e ci allontana

dal cielo.  Dentro il sussurro

dei fiocchi nel silenzio

odo soltanto il sangue invocare

la sospensione d’ogni memoria

e il passo spento fra ombre fuggitive

nel bianco sterminato della coscienza,

- passo dopo passo sperando che non giunga

mai la fine del delirio,

la voce che chiama, il suono

lontano d’una campana.

 

                                  Agneda, dicembre 2005