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Poesia e verità: verità della (nella) poesia
1. La parola “poesia” (poésis) deriva dal verbo greco poiéin, che significa “inventare, comporre, produrre, fare”. La radice sanscrita PU, che alcuni studiosi indicano come origine dell’etimo greco, allude al generare (da cui ad es: putto). La generazione, presuppone due entità in comunicazione che danno origine a una terza, e vedremo che anche questa allusione alla generatività è pertinente alla poésis. Inoltre il significato, nella sua radice, ha un forte riferimento al “creare”, ossia a fare in modo che qualcosa che non c’è venga all’esistenza, venga all’Essere dal nulla. Nello stesso tempo è poésis, ossia opera delle mani (in senso reale e figurato) e è com-posta, ossia risultato di elementi differenti che trovano una unità nuova, che prima non esisteva, nell’opera creata, di modo che questi elementi anche se permangono, non sussistono più con la loro antica identità nell’opera, ma trovano nuova e maggiore dignità nell’essere composti. Ciò che viene all’essere, con la poesia e tutta l’attività artistica, è dunque un significato nuovo, affidato all’opera d’arte che ha la tripla valenza di composizione, generazione e creazione. Il significato moderno del termine elude, in parte il significato etimologico, così che col termine poesia oggi si allude a un genere letterario. Questa traslazione di significato si perde nella storia antica soprattutto per effetto delle teorie platoniche ed aristoteliche sull’arte, e ancora nel medioevo la “poesia” non è una specifica disciplina di studio nelle università [1]), ma piuttosto una tecné, un’arte [2]) che si può anche imparare nelle università come studio della lingua antica e primi tentativi di produrre altre metriche (celebri i Carmina Burana, sorta di canti goliardici - non accademici - degli studenti, che peraltro contengono elementi importantissimi per la nascente poesia in volgare). Accade così che un mero artificio adottato per classificare un genere letterario, ha preso il posto, nel significato comune, dell’essenza stessa del fenomeno: la poesia infatti la si intende, nel parlato, una forma di scrittura, e solo in seconda battuta (e non per tutti, soggiungerei) dotata di specifica e peculiare essenza che è discorso intorno al mondo, esattamente come il lògos razionale, anche se la poesia non è vincolata alle leggi della razionalità e della logica. O meglio, è così che nell'antichità, sulla scorta della riflessione del nascente lògos teoretico, la poesia di fatto è stata estromessa dalla cultura nella sua valenza di portatrice di verità, e le è stato negato il suo valore di conoscenza del mondo, o di altro modo di vedere e rappresentare il mondo altrettanto dignitoso della filosofia. In effetti poi ci si meraviglia di come uno scrittore così poetico come Platone (si pensi a certi dialoghi, ad esempio il Fedro o Timeo) abbia potuto formulare una sentenza così perentoria nei riguardi della poesia: il fatto è che la preoccupazione di Platone era orientata ad una distinzione chiara fra lògos e altre forme di conoscenza (il mito, la poesia, la “doxa” ossia l’opinione acritica, ecc.), nell’intento di stabilire la superiorità del lògos. Il mito ad esempio, che per gli antichi era considerato “racconto degno di fede” (perché veritiero), viene decisamente confutato da Platone nella sua pretesa di verità, anche se poi Platone se ne serve a piene mani nei suoi dialoghi per esporre la sua filosofia. La poesia, da Platone in poi, rimane una forma inferiore, una mera espressione o mimésis, che non insegna nulla e non ha nessun valore di verità. Noi pensiamo diversamente e vogliamo considerare la poesia un diverso modo di esprimere le stesse verità di cui si occupa la filosofia, con diversi strumenti ma con eguale dignità noetica, nel senso vicino al noùs poietikòs aristotelico.
2. Nella riflessione critica, anche non specialistica e anche a livello di “fruizione” dell’opera d’arte, il termine “poesia” non ha cessato di alludere a un fattore di più profondo significato noetico. Quando ad esempio si parla di “poesia” in un dipinto di Paul Klee, in un adagio di Mozart, in un film di Fellini o in una scultura di Fidia, nessuno trova che il termine sia improprio, perché anche le altre forme d’arte e non solo il genere poetico possono manifestare la “poesia” e una poetica; persino la narrativa che, sempre per i motivi sopra accennati, pur essendo una forma di scrittura di solito viene considerata quasi l’antitesi della poesia. Tant’è che a Platone, proprio a colui che biasima così severamente la poesia, noi riconosciamo indubbie doti poetiche nei suoi Dialoghi. Di conseguenza, se tutte le forme d’arte possono contenere o non contenere elementi di “poeticità” nel loro testo ("testo" inteso come sistema di significanti, come codice espressivo) anche la poesia-genere-letterario può (e non deve per statuto) contenere quella “poeticità” della quale delineeremo meglio i caratteri, ma può anche non contenerla. In questo ultimo caso, se noi la considerassimo “poesia”, opereremmo, di conseguenza, una riduzione della poesia a una particolare forma di scrittura o codice usato dall’artista. Il riduzionismo introdotto dallo slittamento del significato di poesia da Platone in poi [3]), ha di fatto confuso la forma con l’essenza, così che una sequenza di parole che allude nella sua disposizione a questo genere letterario (perché separato da cesure, con particolari accorgimenti morfosintattici, fonoprosodici, con particolari figure letterarie, un particolare ritmo e altre convenzioni tipiche della poesia-genere-letterario) di fatto viene considerato poesia, a prescindere dal valore, dalla considerazione o dei pregi che le si attribuiscono. Ne consegue che possono esservi, ad esempio, forme di prosa che sono autentica poesia e forme anche perfette di poesia (si pensi all’ottava, alla quartina, al sonetto, all’endecasillabo e al settenario, ecc.) che non hanno quasi nessun valore poetico [4]). E, d’altra parte, nella poesia medioevale più antica, non esisteva la cesura, anche se la rima in qualche modo “avvertiva” il lettore della scansione dei versi e le rigide regole fonoprosodiche adottate (praticamente obbligatorie) conferivano al testo quella cadenza musicale che sarà tipica dei versi classici della lingua italiana, anche se gran parte dei testi erano scritti in latino.
3. La Poesia che vogliamo prendere in considerazione (d’ora in poi in questo paragrafo la scriveremo “Poesia”, per distinguerla dalla poesia-genere-letterario) di per sé non è una forma (anche se ha una forma), ma è un’essenza. Noi affermiamo che ha una sua particolare ontologia che, come vedremo, coincide con l’ontologia dell’uomo, nel senso che uomo e Poesia sono medesima natura (anche se l’uomo, purtroppo o per buona fortuna, non è soltanto la Poesia). Anche il senso comune accetta questo fatto: noi ad esempio diciamo “ho letto Omero” oppure “ho letto il Leopardi” – non sempre lo diciamo ma nessuno si scandalizza quando qualcuno lo dice. Diciamo anche che abbiamo interpretato Bach o abbiamo visto un Leonardo al Louvre. In effetti, se riflettiamo attentamente, un testo scritto, un dipinto, una musica sono semplicemente segni, suoni, colori. Ciò che noi apprezziamo in essi non è la natura del segno, del suono o del colore, ma a) i nessi che li compongono nella forma del testo; b) i contenuti, il messaggio, la “visione del mondo” che cercano di trasmettere. Noi cerchiamo in essi non soltanto la forma, che è soltanto una manifestazione superficiale e forse più vistosa di “Poesia”, ma cerchiamo un contenuto, ossia l’essere che si manifesta tramite l’opera d’arte. E questa manifestazione dell’essere, che peraltro supera i vincoli dello spazio e del tempo, che cos’è se non l’essere stesso? Se sto davanti a Guernica “posso” interloquire con Picasso e davanti alla Gioconda con Leonardo. E’ pertanto corretto parlare di ontologia della Poesia come manifestazione dell’ontologia dell’essere, allo stesso modo di ogni altra forma di comunicazione interpersonale. Anche se Picasso e Leonardo sono morti, è possibile un dialogo con loro, un dialogo vero, molto più vero di certe chiacchierate senza senso fra conoscenti di vecchia data, che capita facilmente di sentire. Questa presenza dell’essere che trascende lo spazio e il tempo storici, la troviamo spesso anche nelle cose, ad esempio un bel pianoforte antico “dice” molto di più se sul sommiere è indicato il nome del costruttore, un violino Stradivari o un organo Serassi sono più pregiati non soltanto per la qualità del suono, che può essere anche eguagliata, ma proprio perché chi li ha costruiti, in un certo senso continua a “dire” qualcosa che non si esaurisce mai, attraverso l’opera delle sue mani e del suo ingegno. E così un dipinto o una scultura: se è di Fidia sicuramente “dice di più” di un’altra scultura di analogo pregio artistico, ma di autore ignoto. Questo fenomeno di per sé mostra soltanto che spesso siamo superficiali, perché l’opera d’arte, attribuita o non attribuita, di fatto “dice” sempre, solo che la nostra insicurezza o la nostra abitudine a fissare le cose nel nome, nel tempo e nello spazio, ci fa preferire l’opera, per così dire “firmata”, collocata in un tempo storico, in relazione col mondo e coi fatti di quel tempo. O forse, semplicemente perché certe densità nel colloquio si possono raggiungere soltanto in presenza dell’interlocutore, che il nome in qualche modo sempre rappresenta. Giudicare un bel dipinto di autore ignoto è come parlare con qualcuno che non si vede, con una voce che non si colloca nello spazio e nel tempo. C’è infatti bisogno che l’opera d’arte, che pure trascende lo spazio e il tempo, sia anche riconosciuta nella sua storia, nel suo orizzonte culturale, nel suo tempo e nella cultura di un collettivo che, in qualche modo, è responsabile insieme all’autore della sua genesi. In questo modo, dunque, intendiamo il “poiéin”. Ed in questo senso la poésis, ossia il “prodotto” del “poiein”, può avere valore ontologico e non semplicemente ontico. Il prodotto dell’arte lo intendiamo non semplicemente “res”, ma comunicazione di informazioni e di pensiero pur veicolato da una forma che si richiama a un gusto e a una particolare estetica della forma. Questa comunicazione si svolge fra opera d’arte, che media l’orizzonte umano e culturale di colui che l’ha creata col nostro personale orizzonte umano e culturale, il suo pensiero sul mondo con il nostro pensiero sul mondo. Quando la Poesia nasce e prende corpo viene concepita dall’essere senza preavviso, è un sentimento, ossia un modo particolare di sentire il mondo, al quale l’essere reagisce con uno stato d’animo. Non si tratta però di una reazione vera e propria, ma di una spinta inconscia ad agire e manifestare quello che l’essere sente, perché una verità lo colpisce, lo affascina, lo spinge alla comunicazione. Si può anche cercare la Poesia: molti artisti invero, e probabilmente la maggior parte, dipingono, suonano, compongono, ecc. in particolari momenti della giornata e con regolarità nel tempo. Per costoro la Poesia è ormai un elemento costitutivo della persona e della stessa identità senza il quale non avrebbe senso orizzonte di significati che costituisce il loro essere-nel-tempo - come per un alpinista la montagna, per un filosofo la filosofia, per un marinaio la sua barca. Se costoro non potessero esprimere la loro Poesia, probabilmente soffrirebbero di gravi disturbi della personalità, perché la loro identità, il loro rapporto col mondo, il loro essere nel mondo sarebbe mutilato di una modalità costitutiva. Per essi infatti la Poesia soltanto, non la filosofia o la scienza o il danaro o il potere, danno senso al mondo. La Poesia è dunque un (diverso) modo di pensare il mondo rispetto ad altri possibili modi. E per “mondo” intendiamo, come puntualizza Wittgenstein, la totalità dei fatti [5]) compresi nell’orizzonte dell’esperienza [6]) dell’essere. Ma qui il termine “pensiero” non rende in modo adeguato l’essenza della poesia e per giunta del temine “pensiero” si è ormai appropriata la filosofia. La Poesia è un pensiero non necessariamente razionale, come quello della filosofia che deve osservare il rigore dell’argomentazione. La Poesia non argomenta, ma addita, allude, indica, evoca, celebra. La poesia che fa eccessivo uso dell’argomentazione e della logica razionale è noiosa e petulante, dice in malo modo quello che compete alla filosofia. La filosofia dubita e mette alla prova, la Poesia interroga, intuisce e sposa la sua intuizione con vigore. La filosofia cerca di “spiegare” il mondo come oggetto, lo tematizza, la Poesia lo dice e lo vive come relazione - certo lo tematizza anch’essa, ma in modo affatto diverso dal rapporto soggetto/oggetto. La filosofia (e la scienza) a loro modo descrivono il mondo cercando e trovando (o credendo di trovare) la verità, assoluta nella metafisica o soltanto provvisoria interpretazione nella filosofia contemporanea; la verità della Poesia invece non è cercata, ma è un evento im-mediato, un’intuizione accolta dalla totalità dell’essere pensante, senza censure razionali (anche se l’essere, nella sua relazione col mondo non può fare a meno di esercitare la razionalità, che costitutiva anch’essa della sua ontologia). Non vi è dunque contraddizione fra pensiero razionale e Poesia, perché entrambi sono vie diverse di cercare la stessa cosa: l’una adottando la metodologia della ricerca, della logica, della verifica delle ipotesi, controllando il più possibile le interferenze dell’inconscio (la psicologia, i desideri, le sensazioni, le emozioni, i sentimenti, ecc.) che comunque permangono sempre sullo sfondo; l’altra invece attingendo proprio a questo sfondo che è però visto con gli occhi del proprio tempo storico e quindi di una razionalità pervasiva che è veicolata prima di tutto dal linguaggio (che più di ogni teoria filosofica condiziona la mente, perché a sua volta contiene la filosofia stessa). Il pensiero filosofico, il pensiero scientifico, il pensiero poetico, sono diverse modalità che, prese singolarmente, possono apparire in opposizione l’una all’altra, ma che integrate ricevono luna dall’altra vigore nella loro ricerca. Piuttosto c’è da preoccuparsi della poesia dimentica della razionalità e della scienza, della filosofia dimentica della scienza e della poesia, della scienza dimentica della poesia e (soprattutto) della filosofia. Infine, il pensiero filosofico e quello scientifico non hanno mai avuto storicamente esito definitivo [7]), non ha mai raggiunto una certezza che possa dirsi definitiva e sicura nella sua pretesa di spiegare il mondo, anche se molto di sorgivo e di vivo rimane pur sempre in esso, a cominciare dai frammenti dei Presocratici, se non altro per lo straordinario fascino che esercita sulla mente la vicenda dell’uomo che pensa nella storia e gli innumerevoli spunti di senso che ogni teoria in ogni epoca illuminano la storia dell’uomo; la Poesia invece (quella vera) in ogni tempo dice sempre la verità: una verità che non ha la pretesa di spiegare nulla ma soltanto di venire all’essere, senza altro obiettivo, semplicemente perché nell’essere sta la bellezza e il bene [8]). La visione del mondo di ogni singola opera d’arte è infatti per tutti e per ogni tempo; l’espressione artistica, che sia espressione artistica, parla agli uomini di tutti i tempi con la stessa intensità sorgiva, a partire dai dipinti magici delle caverne di Lascaux fino all’ultima opera di Poesia che nasce in questo momento, chissà dove nel mondo. Ancora, la filosofia, il pensiero, la scienza, il potere, ecc. trattano del mondo oggettivandolo, la Poesia invece dialoga col mondo in modo immediato, sempre nel presente, come manifestazione del desiderio di comunicazione dell’essere che supera lo spazio e il tempo della storia. Qui sta la sua valenza ontologica, la sua autonomia dal mondo, la sua ontologia, e di conseguenza il suo valore di verità.
NOTE
[1] Nello studio della grammatica (oggi diremmo “lingua e letteratura"), una delle discipline del quadrivio, nel medioevo, era inserita anche la poesia, ma come mera estetica linguistica. La decadenza della grande poesia epica che in passato formò la coscienza nazionale e morale ellenica con le opere di Omero, di Esiodo, di Eschilo e di Sofocle, è causato anche dalla filosofia platonica, molto più precisa nella sua visione negativa dell’arte, di quella aristotelica che in un certo senso l’avrebbe voluta riabilitare. Ma anche in Aristotele (che una grande considerazione ebbe nel pensiero medioevale), l’arte non è considerata visione del mondo o pensiero sul mondo, ma catarsi, liberazione di tensioni psicologiche, purificazione delle passioni e raggiungimento del godimento estetico. [2] ) Curiosa invece vicenda del significato della parola “ars”, che volgarizzata in “arte” dapprima indica la riduzione dell’arte stessa al rango di mestiere artigiano, pur “a regola d’arte” e con creatività. Non vi era infatti molta differenza di status sociale e rango intellettuale ad esempio, nel medioevo, fra un sellaio o un pittore: tutte e due le loro attività erano considerate “arte” che serviva a uno scopo sociale, mentre pian piano nel tempo, dal Rinascimento in poi l’idea di “arte” si stacca dalla valenza strumentale per acquisire una valenza più libera, di attività che non serve a nulla, che è libera e segue suoi obiettivi non strettamente strumentali ma primariamente culturali. Merito del romanticismo è quello di aver riscattato l’arte dalla sua natura strumentale (peraltro solo supposta, perché reale natura dell’arte, tutto sommato, non è mai stata strumentale, ma lo era soltanto nella idea collettiva, ossequiosa della dottrina platonica e della acritica tradizione culturale che considerava l’arte poésis e mimésis e l’artista semplicemente colui che molto era abile nel riprodurre la perfezione che già esisteva in natura). Mozart infatti dovette subire duri conflitti per affrancarsi dal giogo dell’arcivescovo Coloredo, ma pochi decenni dopo, il grande Beethoven alle soglie dell’età romantica, poteva permettersi di far finta di non notare l’Imperatore che passava a pochi metri da lui, calcarsi il cappello sulla testa e tirare dritto senza che nessuno osasse rimproverarlo (con grande scandalo di Goethe), anche se qui, ovviamente l’Imperatore stava al gioco e molto saggiamente anch’egli faceva finta di nulla. Ma fra Mozart e Beethoven c’è di mezzo anche una Rivoluzione francese, e questo qualcosa sarà contato. [3] ) L’insistenza del riferimento a Platone è data anche dal fatto che i filosofi precedenti, da Eraclito a Parmenide, a Empedocle ecc., concepirono le loro opere di filosofia come opere di poesia, senza distinzione alcuna, perché di fatto la filosofia, nella sua forma più matura come la si concepisce ancora oggi, nasce con Socrate, che regola e definisce in modo chiaro il primo abbozzo del concetto, del principio di non contraddizione, della dialettica, ecc. ecc., anche se già in Eraclito ci sono chiari riferimenti a un rigore metodologico che non si accontenta più del mython, ma cerca una concreta epistéme. E’ dunque la poesia che ha portato il lògos ai greci, anche se non si trattava di un lògos critico come nel pensiero socratico e platonico. Di fatto la tesi platonica appare insensata, di fronte a questo dato, anche per la perentorietà delle sue affermazioni. Nondimeno ci sfugge il fatto che le sue teorie molto debbono al pensiero di Parmenide e dei pitagorici, ma anche di tutti i precedenti filosofi. La preoccupazione di Platone sembra perciò essere collegata alla funzione della poesia antica, che raccoglieva in sé ogni forma di sapere (perché un sapere per avere dignità doveva avere una adeguata forma espositiva, come il verso poetico, peraltro più facile anche da ricordare poiché la cultura era essenzialmente orale). E il sapere che la poesia veicolava era essenzialmente quello della mentalità mitica. La scelta di Platone appare quindi strategica (sceglie la prosa come forma letteraria e il testo scritto invece della trasmissione orale, affida quindi al lògos razionale e non alla suggestione del verso il compito di veicolare non tanto il “racconto vero”, il mython, ma la verità del pensiero razionale). Invero la posizione di Platone appare molte volte incerta, se non ambigua, nelle sue opere: con il mito di Theuth (in Fedro, 274 b) mette quasi in discussione il valore della scrittura (che in un certo senso porta il sapere umano "fuori" dall'uomo, affidandolo al testo), ma poi la sua scelta è quella di scrivere; le sue opere rappresentano la decisiva scelta di contrapposizione al mito, ma in effetti sono piene di miti inventati da lui stesso o da Socrate (si pensi ai miti di Theuth, Er, della caverna, Atlantide, il Demiurgo, la stessa "dottrina" della metempsicosi, ecc.), che egli rappresenta come il protagonista dei suoi Dialoghi. Per questo riteniamo che la sua scelta di prendere le nette distanze e sminuire il valore della poesia e abbandonare del tutto la tradizione orale (che ha inestirpabili radici nel mito) sia stata dettata non tanto da una certezza teoretica (le tesi che egli sostiene, in effetti, mi sembrano piuttosto deboli se rapportate alla potenza della sua capacità speculativa) ma piuttosto dalla consapevolezza che senza una cesura, anche dolorosa, da tutto quello che era radicato nel mito il pensiero razionale non poteva progredire. [4] ) E dunque quello che si indica, nei discorsi comuni, come buona poesia o cattiva poesia. [5] ) Mi riferisco qui soltanto alla P 1 e alla P 1.1 del Tractatus. Ma per le molte delle successive proposizioni, non sempre concordo. [6] ) Esperienza non solo sensibile, ovviamente, ma anche interiore e/o psicologica. [7] Consideriamo infatti una semplice credenza, un mito - pur con tutta la dignità che riconosciamo al mito -, quella sorta di visione escatologica della filosofia della scienza che differisce in un futuro indefinito la spiegazione di ogni fenomeno possibile (da quelli fisici a quelli psicologici) per mezzo della ricerca scientifica, ponendo come verità certa nel futuro quello che non si riesce a spiegare nel presente. E' insomma quello che la saggezza popolare indica nel "vendere la pelle dell'orso prima di averlo cacciato" – tesi che, se memoria non ci tradisce, era sostenuta dal fisico Pointcarré e che ebbe un certo seguito, anche se più fra gli scienziati che fra i filosofi della scienza. [8] ) Bello e buono, per gli antichi, erano quasi sinonimi, nel senso che non è data bellezza senza bene e non è dato bene senza bellezza.
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