Daniele Barbieri

            Altrove

 

 

L'identità, è il tema di questa lunga composizione di Daniele Barbieri, in un viaggio a ritroso dalla maturità, alla giovinezza sino all'infanzia, e ancora oltre sino a quando le radici del proprio essere si perdono in frammenti di nomi, luoghi ormai definitivamente mutati, vestigia cancellate dal tempo.  In questo leopardiano fingersi nel pensiero "ove per poco il cor non si spaura", in questo tentativo di misurare se stesso di fronte al tempo e di venirne a capo per salvarsi dalla dissoluzione o dalla dissipazione (appunto di sé nel tempo) si consuma questa specie di respiro che si dilata sempre più profondamente nella storia, fino ai confini della memoria, fino alla tensione massima dell'inspirazione che improvvisamente cede a una improvvisa e violenta espirazione nell'ultimo verso.

Il verso segue e asseconda questo pneumatico ritmo binario, lunghissimo in levare e improvviso nel battere (per moto, dunque, contrario) e anch'esso si dilata, si sofferma in puntualizzazioni e ridondanze semantiche come a voler raccogliere ogni elemento, ogni frammento dell'Io per ricondurlo a una coesione, a un paesaggio pur finito e concluso in un orizzonte, ma dove lo sguardo possa spaziare con un senso di completezza, ma anche di rassicurazione, pur nella consapevolezza di un limen, di una finitudine che si può forzare solo in un'altra direzione, non certo nel ricordo.  Un modo, insomma, di volgersi indietro e raccogliere tutto di sé, ma per volgersi in avanti, verso il futuro.

 

 

 

 

Raccontare, ricordare, ritornare con la mente a quei luoghi

lontani solamente nel tempo, troppo vicini

nella geografia oggettiva delle strade

per non temerne la vista, la consunzione,

la dissacrazione. È un mulinello il passato,

che si ingoia l’adesso. Eravamo, proprio allora,

adolescenti, incerti su tutto se non sulla nostra

richiesta stessa di esistere, di provare desiderio,

di provare. E raccontare era un modo

per dare materia alle cose, per renderle

nostre, e stabilire che davvero

erano come apparivano. Andavamo per ore

su quelle vie, sotto quei pioppi, tra le querce

e gli angoli della campagna, della collina deserta.

Parlavamo. Parlavamo.

D’inverno c’era la nebbia, la notte, sotto la luna.

Un chiarore miope allagava lo spazio, popolato

di latrati lontani, di fantasmi di alberi, di fari

di automobili rare. Non faceva freddo, non sentivamo mai

freddo. Ci sdraiammo una volta, a parlare,

su un mucchio di canne, era giorno, ma ancora

nel mezzo del nulla. Falde di mondo apparivano

a ondate. Raccontammo di amici, di donne

immaginate molto più che reali,

di altri spazi e di viaggi

da fare, sempre da fare, di vite da vivere

altrove. Tra i riflussi del giorno apparivano accenni

di un dove, di un come, già a loro volta inghiottiti

dal tempo. Eravamo ragazzi, stavolta, entusiasti

delle nostre guerrigliere virtù, inondati

dalla luce positiva del sole, nascosti tra erbe, dietro

mucchi di terra smossa e ignorata, dietro

muri sbrecciati tra gli alberi, favoleggiando

di bombe, di armi trovate in un pozzo – che davvero

potevamo vedere, così colmo di terra e di frasche, ma vuoto,

ormai, di tesori. L’universo era un campo incolto

da perlustrare, erano lunghe file di palazzi ai limiti

del noto, che ci si faceva coraggio a attraversare,

a oltrepassare, e di là altro ignoto, e giardini e strade

e l’altrove percorso in bicicletta, da raccontare e raccontare

agli amici increduli, da tacere con scrupolo alla mamma,

da conservare, come un gioiello di alterità conquistata,

nel fondo del cuore. A ritornare più indietro, la parola

diventa fragile, incerta. Mi restano immagini vivide

di spazi enormi, come sempre

lo sono ai bambini: una bimba di là della rete,

lo sguardo di mio zio, il corpo grande

del nonno inviperito per non so quale scherzo,

che si faceva più grande, più vicino, più grande

mentre la via per l’altrove, come nel più cupo

degli incubi, si trovava bloccata, chiusa a chiave,

bloccata. E più indietro, più indietro ancora, al di là

della mia vita, ci sono le scene – così vicine,

così perdute – in cui mio padre corteggiava mia madre,

in quella frenesia povera e insieme ricca di speranze

del dopoguerra. La lambretta in seguito lasciata

a marcire per anni in cantina, il fazzoletto sulla testa,

il rossetto sulle labbra di lei. E come si guardavano,

e come rallegrava le feste, lui, con le sue grida

di pagliaccio! E chissà come si domandava, pure lui,

di cosa avrebbero vissuto, che lavoro stabile

avrebbe mai trovato, incapace com’era di fermarsi

in una situazione normale. D’altra parte, già era stato

suo padre, il nonno, a lasciare i campi

per diventare un mercante, uno

che voleva che i figli studiassero, lui che

non sapeva, ma capiva cosa fosse sapere,

con la volontà di abbandonare una sfera

che gli appariva chiusa; e tanto più chiusa

apparirebbe ora a me nella cortina degli anni

– ottanta e più sono passati –

che stento a figurarmi quella vita di paese, in cui

spostarsi esigeva tempo, e tutto, e tutto era

lontano. Ancora indietro ora, indietro, indietro: i meandri

del mio girovagare

sono sempre quelli, sempre vicini, sempre meno

riconoscibili: nonno Medardo, il nonno di mio padre,

che possedeva una casa ora demolita da poco.

Ricordare, ritornare, sono cosciente che non ci potrò più

ritornare. Ne ricordo un’insegna

di macellaio, antica, remota, scomparsa. Nonno Luigi,

suo padre, in pieno Ottocento,

un contadino: quasi nulla

ne arrivo a sapere. E più indietro,

più indietro ancora, nemmeno i nomi, solo i luoghi

restano, perduti e vicini, il mio altrove, laggiù nell’abisso,

impossibili da raccontare,

da ricordare. E ritornare è impossibile.