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Oh mie parole colpevoli (6 poesie - 2004)
Il rinvio
C’è tempo, la neve nel tratteggio di selve è candida ancora là sul pendio; il mattino è dolcissimo nel gelo, il blu del fiume s’inargenta fra pietre e prati inariditi,
c’è tempo per un altro giorno, un rinvio e camminare per la città come fosse un giorno vergine, a prescindere dall’incubo,
per mordere un cibo, sviare un bagliore di sole con la mano, salutare chi saluta, procedere, andare...
E com’è facile ingannare la morte in questa gloria di febbraio, giocare con lei al suo gioco di mosse brevi, immobili pigramente inesorabili, senza annuire o dissentire, senza cedere alla sua luce perentoria:
il suo vento è ancora lontano, il suo odore così impercettibile, e noi così avidi di tempo, insaziabili, come covata del suo nido che oscilla nel cielo.
Non senso
Al sole di marzo mi sento intepidire mi lascio a quella luce trasportare come un grano di polvere, oscillo assorbito dal traffico discreto di questa mia terra lontana da ogni centro, centro essa stessa di un’assenza che mi rende colpevole e leggero, come un drappo che sbatte nel vento.
Siamo alla conta delle ore. Domani il mondo finirà; comincerà il futuro di nessuno.
Dio dal suo cielo ha giudicato - era l’acqua dei fossi, era la neve leggera di gennaio e quel silenzio che strepitava fra i rami spogli dei boschi -. Oh mie parole colpevoli, mie dita rattrappite mia gola chiusa e malata... nessuno fu mai così inutile nel tempo meno che numero, meno che voce... potersi levare incamminarsi ancora, fuggire verso un altro infinito...
Distonia
Primavera la dolce che si infiamma d’amore già senti nell’aria che viene dal lago umida e gonfia come un ventre di madre, non brama che amplessi e silenzio, vita che s’innesta nell’abbraccio e cresce nella notte presaga nei ventri ingravidati, negli occhi ingravidati dell’animale generoso abbandonato alla sua tana senza tetto e senza mura nel poco di mondo che accoglie la sua ombra.
Primavera dolce lusso dei poveri, che si frange in mille rivoli per saziarci il respiro d’inedite promesse, fuori da ogni schema o calcolo viziato circolo della ragione onnipotente,
come l’abbiamo per sempre perduta per sempre sepolta nel vento delle chiacchiere nelle vampe d’un grande fuoco che mai si spegne e dei nostri dolori s’alimenta...
Solca l’azzurro di marzo un passero nero e stride; di sotto la natura è la natura di cent’anni or sono è la montagna bianca nelle nuvole che sfuma e si perde beata. In tanta pace il cuore nero dell’uomo asincrono pulsa brama l’innocenza e la ricusa...
***
Soffia alla mia porta il vento che viene dal mare, il vento che non sa dove andare e non ha occhi; viene dai luoghi dove sono tumulati i secoli sconfitti e nomi che non hanno terra,
Mi porta l’eco di foreste mutilate il crepitio delle nostre mitraglie e il lucore dell’oro che le ha pagate.
Paesaggio
Sale vapore dalla brina. Il sole è lontano, l’aria è gelata, la luce è luce di carneficina.
Così parla il linguaggio della terra nell’anno della guerra più vile, catarsi di vecchi rancori fra i signori della vendetta.
E’ come se portasse cadaveri nel ventre.
Siamo già dentro l’era dell’incerto e camminiamo su un sentiero senza luna: tutto svanisce, nulla è come prima: il male ha due teoremi: l’uno è tollerato l’altro annientato con l’uranio impoverito.
Parallelismi
Il cielo di febbraio si riflette sulla neve, l’orma della volpe disegna un’allusione in tanta luce, come fuga dai giorni muti dell’inverno. Noi trepidanti la seguiamo seguendo un atavico istinto, una voce che ogni preda indovina nel silenzio dell’abetaia. Abbiamo ancora sul corpo l’odore del bosco la movenza del predatore il sapore acidulo del sangue.
E lungo il declivio di tanta pace montana pare glissare quel “si vis pacem para bellum” che ci richiama alla nostra natura, fino alle crepe dolorose di colpe originarie.
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