Gianmario lucini

            Oh mie parole colpevoli

                   (6 poesie - 2004)

 

 

Il rinvio

 

C’è tempo, la neve

nel tratteggio di selve è candida ancora

là sul pendio; il mattino è dolcissimo

nel gelo, il blu del fiume s’inargenta

fra pietre e prati inariditi,

 

c’è tempo per un altro giorno, un rinvio

e camminare per la città come fosse

un giorno vergine, a prescindere dall’incubo,

 

per mordere un cibo, sviare un bagliore

di sole con la mano, salutare

chi saluta, procedere, andare...

 

E com’è facile ingannare la morte

in questa gloria di febbraio,

giocare con lei al suo gioco

di mosse brevi, immobili

pigramente inesorabili,

senza annuire o dissentire, senza cedere

alla sua luce perentoria:

 

il suo vento è ancora lontano,

il suo odore così impercettibile,

e noi così avidi di tempo,

insaziabili, come covata

del suo nido che oscilla nel cielo.

 

 

 

Non senso

 

Al sole di marzo mi sento intepidire

mi lascio a quella luce trasportare

come un grano di polvere,

oscillo assorbito dal traffico

discreto di questa mia terra

lontana da ogni centro,

centro essa stessa di un’assenza che mi rende

colpevole e leggero,

come un drappo che sbatte nel vento.

 

Siamo alla conta delle ore. Domani

il mondo finirà; comincerà il futuro

di nessuno.

 

Dio dal suo cielo ha giudicato

- era l’acqua dei fossi,

era la neve leggera di gennaio

e quel silenzio che strepitava fra i rami

spogli dei boschi -. 

                             Oh mie

parole colpevoli,

mie dita rattrappite

mia gola chiusa e malata... nessuno

fu mai così inutile nel tempo

meno che numero, meno

che voce... potersi levare

incamminarsi ancora, fuggire

verso un altro infinito...

 

 

 

Distonia

 

Primavera la dolce che si infiamma d’amore

già senti nell’aria che viene dal lago

umida e gonfia come un ventre di madre,

non brama che amplessi e silenzio,

vita che s’innesta nell’abbraccio e cresce

nella notte presaga nei ventri ingravidati,

negli occhi ingravidati dell’animale generoso

abbandonato alla sua tana senza tetto e senza mura

nel poco di mondo che accoglie la sua ombra.

 

Primavera dolce lusso dei poveri,

che si frange in mille rivoli

per saziarci il respiro d’inedite promesse,

fuori da ogni schema o calcolo

viziato circolo della ragione

onnipotente,

 

come l’abbiamo per sempre perduta

per sempre sepolta nel vento delle chiacchiere

nelle vampe d’un grande fuoco

che mai si spegne

e dei nostri dolori s’alimenta...

 

Solca l’azzurro di marzo un passero nero

e stride; di sotto la natura

è la natura di cent’anni or sono

è la montagna bianca nelle nuvole

che sfuma e si perde beata. 

                                            In tanta

pace il cuore nero dell’uomo

asincrono pulsa

brama l’innocenza e la ricusa...

 

 

***

 

Soffia alla mia porta il vento

che viene dal mare, il vento

che non sa dove andare e non ha occhi;

viene dai luoghi

dove sono tumulati i secoli sconfitti

e nomi che non hanno terra,

 

Mi porta l’eco di foreste mutilate

il crepitio delle nostre mitraglie

e il lucore dell’oro che le ha pagate.

 

 

 

Paesaggio

 

Sale vapore dalla brina.  Il sole

è lontano, l’aria è gelata,

la luce è luce di carneficina.

 

Così parla il linguaggio della terra

nell’anno della guerra più vile,

catarsi di vecchi rancori

fra i signori della vendetta.

 

E’ come se portasse cadaveri nel ventre.

 

Siamo già dentro l’era dell’incerto

e camminiamo su un sentiero senza luna:

tutto svanisce, nulla è come prima:

il male ha due teoremi: l’uno è tollerato

l’altro annientato con l’uranio impoverito.

 

 

 

Parallelismi

 

Il cielo di febbraio si riflette sulla neve,

l’orma della volpe disegna un’allusione

in tanta luce, come fuga

dai giorni muti dell’inverno.

Noi trepidanti la seguiamo

seguendo un atavico istinto, una voce

che ogni preda indovina nel silenzio

dell’abetaia.  Abbiamo

ancora sul corpo l’odore del bosco

la movenza del predatore

il sapore acidulo del sangue.

 

E lungo il declivio di tanta pace

montana pare glissare quel “si vis

pacem para bellum

che ci richiama alla nostra natura,

fino alle crepe dolorose

di colpe originarie.