Massimiliano D'ambrosi

            La funzione della musica

            nella filosofia                  

 

 

  

 

 

Nelle antiche civiltà la musica, pur avendo un suo spazio, soprattutto religioso e sociale, nella vita delle popolazioni, non era considerata come un’arte a sé e tanto meno era divisa in generi e tipi diversi, parcellizzazioni, queste ultime, che si sono formate nel corso dei secoli.

Nel mondo greco era considerata musica ogni attività che sorgesse per ispirazione delle Muse e, pertanto, essa comprendeva, oltre all’arte dei suoni, le lettere, le scienze, la matematica e la stessa filosofia, definita da Platone “la musica più alta” (Fedro, 1966).

Antiche leggende (come quella di Orfeo che attirava piante ed animali col suo canto o di Omero cantore cieco) testimoniano questa unificazione e, direi quasi, di identificazione di poesia e musica.

La musica era, dunque, fine cultura, animata, in genere, da intenti morali ed educativi: la considerazione non autonoma delle varie attività esprimeva il senso, tipico della cultura greca dell’antichità, di un intimo insieme armonioso di valori che dovevano caratterizzare l’ideale umano in cui l’unità spirituale e fisica era intesa come armonia, euritmia e perfezione.

Da tale concezione unitaria della realtà emerge il residuo di un panismo di fondo, che si manifesta nella convinzione dell’esistenza di una stessa potenza vitale, comune alle piante, agli animali, all’uomo, di un’energia misteriosa, presente nelle singole cose, da cui discende la credenza nell’unità e nella possibilità di un passaggio dall’uno all’altro essere[1].

La musica in particolare rappresentava sensibilmente l’accordo del molteplice nell’uno, norma generale della bellezza e dell’ordine interiore, valida per il singolo sia nella dimensione individuale che in quella sociale del suo esistere.

Assieme alla musica assumeva importanza anche la danza, unione di musica e ginnastica, strumento per il raggiungimento dell’equilibrio tra il corpo e la psiche; la danza corale, in particolare, per la sua complessità, accordava i cittadini in un medesimo ritmo nella celebrazione di comuni avvenimenti religiosi o politici.

L’ideale della formazione armoniosa dell’essere umano trovò nelle dottrine dei filosofi una giustificazione teoretica. Ma, ancora prima che tali interpretazioni concettuali venissero formulate, l’attività musicale (danza compresa), in quanto espressione della dimensione religiosa e sociale e, se vogliamo, quale mezzo educativo e terapeutico – poiché rivolta alla ricostituzione dell’unità, minacciata o perduta, tra le varie forme della natura - era praticata largamente nell’ambito delle religioni misteriche, e dei culti agrari legati ai cicli periodici delle stagioni e all’alternarsi della vita e della morte, della luce e delle tenebre.

Si trattava di rituali clandestini rispetto alla religione olimpica ufficiale, praticati dagli strati più umili della popolazione, ma che venivano tollerati  soprattutto per evitare le eventuali ribellioni che sarebbero conseguire al loro divieto.

Il canto, la musica e la danza, con ritmi ripetitivi e, spesso e volentieri, ossessivi, accompagnavano i riti iniziatici di questi culti come a voler costringere la vita a risvegliarsi. Ne conseguiva un’esaltazione collettiva e, talora, nei casi più estremi anche il fenomeno dell’indiamento, vale a dire del sentirsi trasportato fuori di sé e invaso da un nume; alcune volte, terminato il rituale, colui che aveva vissuto il processo di immedesimazione era considerato dal gruppo come un veggente, o un essere diverso[2].

In tale contesto musica, poesia, danza, fusi insieme contribuivano alla coreografia del rituale. E’ utile ricordare che proprio dall’unione di questi stessi elementi si sviluppò la tragedia greca.

L’ideale unitario che, in seguito, permeerà di sé la cultura greca più raffinata, era, come anticipato sopra, già presente nelle primitive e rozze manifestazioni dei vari misteri (orfici, eleuisini, Coribantici di Demetra con carattere matriarcale, ecc. ecc…).

E’ con la scuola pitagorica che si assiste al primo tentativo di elaborazione di una riflessione concettuale sulla musica, che diviene oggetto di indagine scientifica e filosofica in rapporto all’azione misteriosa del numero nei suoi tre diversi aspetti: fisico-matematico, etico-religioso e metafisico.

Si giunse, così, ad individuare nel numero l’essenza dell’armonia musicale, prodotta dai contrari, utilizzando, in seguito, questa stessa visione matematica per spiegare e valutare musicalmente, nell’ordine fisico e psichico, tutto l’universo.

Un ulteriore passo in avanti viene compiuto da Platone, che definisce la relazione anima-corpo come “armonia”, in similitudine all’accordo che scaturisce dal suono della lira (Fedro, 1966), e che, proprio per tale ragione, ritiene la  musica, più di ogni altra attività, in grado di esplicare una funzione educativa, morale e religiosa. Ecco, quindi, venire in rilievo tutta la sua importanza ed utilità per il recupero dell’unità e dell’integrità ogni volta che si fosse verificata una scissione, una lacerazione sia nel singolo individuo (tra corpo e psiche) sia in un organismo sociale, secondo la concezione parallelistica tra uomo e società di Platone.

Sempre secondo quest’ultimo, poiché il mondo fisico e la natura umana sono costituiti e dominati dai principi dell’armonia e del ritmo, un’adeguata educazione musicale può formare il carattere.

Riguardo alla natura della musica, nell’elaborazione platonica viene superata la visione puramente fisico-quantitativa dei pitagorici e si pone l’accento sul carattere qualitativo di ogni espressione estetica. Nello Ione, infatti, l’ arte è un “dono divino” che rapisce nell’armonia e nel ritmo: si diviene interpreti delle Muse inconsapevolmente, per “virtù celestiale” e non per studio o mera abilità tecnica (Platone, 1966, 535C, p.73).

E’, comunque, nel Convito e nel Fedro che questa concezione estetica si esplica maggiormente e, anche se in seguito, Platone sembra condannare e censurare alcune espressioni musicali per motivi etico-politici (Repubblica), rimane sempre il riconoscimento della funzione formativa della musica.

Il filosofo le attribuiva, inoltre, un particolare potere incantatorio sulla parte irrazionale dell’ io.

Di Aristotele non è del tutto chiara la posizione riguardo alla natura della musica che, per il ritmo e l’armonia, accomuna alle altre arti, ma di cui intuisce, forse, una peculiarità propria.

Nella sua filosofia viene, però, accentuato il carattere catartico - che tanta parte ebbe nelle tragedia greca - e purificatorio della musica e quindi la sua funzione liberatoria ed educativa.

A proposito della funzione purificatrice e, quindi, terapeutica della musica è interessante rilevare, che nel medioevo i monaci erano i depositari sia dell’arte medica sia della musica e che gli arabi curavano i disturbi mentali con il suono del flauto.

La concezione platonica e aristotelica della musica - accolta sostanzialmente dalla Patristica, che ripropone l’idea del bello come armonia, proporzione, numero nel pensiero di Agostino - viene anche elaborata teologicamente come strumento per comprendere l’armonia del divino e pervenire, per analogia, alle Verità immutabili nel pensiero di Bonaventura. Con Ambrogio, per di più, la musica, nella filosofia cristiana, diventa anche atto liturgico, mezzo di preghiera per innalzare l’anima a Dio.

Da ricordare, ancora, che l’insegnamento della musica era inserito nello studio del Quadrivio (musica, astronomia, aritmetica, geometria), base di ogni conoscenza filosofica e scientifica. Per la qual cosa, fino al 1300, il “musicus” era colui che conosceva la musica nei suoi principi filosofici e teorici: filosofo, dunque, e non mero compositore o esecutore.

Nei secoli seguenti, quanto più si perfezionano i mezzi espressivi musicali e le relative metodologie, tanto più si trascurano le riflessioni filosofiche sulla natura della musica che vedono una ripresa con la famosa definizione di Leibniz: “exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerari animi” (la musica è un esercizio nascosto dell’aritmetica di un’anima che non si rende conto di calcolare).

L’equiparare la musica a un’aritmetica inconscia annulla ogni interpretazione pitagorico-mistica ed evidenzia il principio costruttivo della musica, intuita come molteplicità organizzata: affinché si verifichi la creazione artistica, il soggetto deve trovare una corrispondenza tra sé e le regole dell’armonia.

Tutto il pensiero di Leibniz mira a raggiungere un’universalità di ordine superiore, a penetrare il principio armonico che governa il mondo e, in questo senso, la musica è la comprensione intuitiva dell’organizzazione del tutto, della composizione delle dissonanze.

Il Vico, al contrario, considera la musica come espressione delle grandi passioni dell’uomo, manifestazione dello spirito aurorale precedente ogni riflessione, per cui ne esalta l’aspetto irrazionale, aprendo la strada alle estetiche romantiche in cui la musica appare come un disvelamento del mistero.

Il carattere metafisico e la funzione liberatrice e purificatrice dell’espressione musicale ritorna prepotentemente in Schopenhauer: l’arte, mostrando all’uomo gli aspetti universali della realtà, le idee, lo sottrae dai bisogni e dai desideri quotidiani, dimostrando così la sua essenza catartica. Tra tutte le arti, inoltre, è la musica la più capace di mettere l’uomo a contatto con le radici della vita e dell’essere, anche se, purtroppo questa funzione è pur sempre temporanea e parziale.

Ritorna quindi l’idea della musica come terapia; idea che in tempi recentissimi tende a conquistare un posto tra le medicine alternative, e non si fonda, come nei tempi antichi o nei fenomeni, che analizzeremo più avanti, del tarantismo e dell’argia sarda, su nozioni empiriche o rituali, ma su dati clinici.

Secondo questa nuova disciplina (sulla cui validità la discussione scientifica è ancora aperta), attraverso la musica si può arrivare ad una “terapeutica liberazione” dagli aspetti negativi della realtà. Liberazione che non avviene producendo suono e musica in modo “spontaneamente disordinato” (come quando si urla o si batte con violenza contro oggetti sonori), ma attraverso una produzione oggettiva (canonica, guidata, ripetitiva) del suono, facendosi via via catturare dalle emozioni e dalle suggestioni emanate dalla nostra “energia creativa”, lasciandosi andare al corteggiamento della melodia, all’armonia, e all’impetuoso ritmo che rapisce il corpo e la mente (cfr. con il potere incantatorio della musica di cui parlava Platone come accennato prima).

La realizzazione di un soddisfacente prodotto musicale, che può essere individuale o collettivo, rappresenta una sorta di "stress positivo"; un’attività  stancante (perché richiede dosi massicce di energia) e, al tempo stesso, appagante (perché soddisfa le emozioni, rilassa la mente e il corpo).


NOTE

[1] Cfr. Zeller-Mondolfo, 1967, 143-144

[2] ibidem