Menotti Lerro

            Il perché che non trovammo

            Silloge

 

 

Di una sottile e infinita malinconia è intrisa questa poesia-vortice, questa catarsi di attimi che sembrano irrompere dalla memoria alla penna in un continuo e irresistibile flusso in crescendo.  La poesia a volte può essere catarsi e credo che questa di Menotti ne sia un esempio ben riuscito.  Infatti, il ricordo non prevarica mai, non occupa mai la scena in modo esclusivo, ma richiama sempre elementi che hanno una risonanza più vasta, che appartengono peraltro a una memoria collettiva per chi, come me, ha una certa età e inizia a vedere la sua vita non soltanto nella prospettiva progettuale, ma anche in quella dei bilanci.  Io non conosco Menotti: dai testi (dallo stile e dalla sensibilità della scrittura) mi sembra un autore lombardo, se non milanese.  Ma le cose che scrive appartengono in qualche modo anche a un mio personale vissuto emotivo e, credo, a quello di molte persone nate nei dieci o vent'anni successivi alla seconda guerra mondiale.  I testi trasudano dunque memoria, storia vera (non quella dei grandi avvenimenti o delle grandi date, ma quella vissuta nella propria sensibilità, giorno per giorno), per questo trasmettono lo stupore raccolto della poesia.  A volte basta una semplice immagine, un flash, un'allusione ed ecco che si ricrea un mondo che si credeva ormai passato ma che rappresenta il fondamento, l'origine della nostra psicologia, in qualche modo un luogo che inaspettatamente torna da un tempo già mitico e irraggiungibile e si fa presente, si veste di carne e sangue, rivendicando il suo ruolo costitutivo della nostra stessa personalità, o forse la certezza che finalmente si vuole accettare (certezza che, mi sembra di capire, è l'accoglimento della precarietà esistenziale e del dubbio come la sola verità degna di senso).

 

 

1

Ascolta, che cos'è quel rumore?

Sì sì, eccolo! un gatto randagio

che fermo rosicchia il suo topo,

le carni sfilacciate...

 

2

Stasera il bosco penetra le case

che aspettano, aspettano ancora, ancora.

Da qui si vede tutto..

 

3

Il grido di Maria ci sorprese

mentre spartivamo le focacce;

e poi il silenzio assoluto, spettrale.

Il gioco era finito. Lo capimmo allora

e tu piangesti e ti stringesti a me

invocando la nonna morta,

chiedendomi il perché

che non trovammo, che non trovo.

 

4

Nella classe c'erano solo occhi di gesso

appesi alla lavagna,

puniti dalla mano ferma del maestro

che ritrovammo bianco e gonfio sul suo letto

in un giorno di pioggia

che mai più sarebbe passato.

 

5

A casa perdevamo i colori

e si creavano i suoni del terrore.

Si mangiava di corsa

con la mano angosciata,

sudata al freddo delle mura umide, storte,

che mai più sarebbero passate.

 

6

Il gioco era un'invenzione:

sognare lo scudetto in una radio,

chiudere i soldatini nelle trincee del cuore,

affilare qualche molletta del bucato

per farne un’automobile giocattolo

che ci portasse via,

ma che poi mai sarebbe passata.

 

7

Il pianto della rassegnazione non ha eco,

non lo puoi toccare, vedere, sentire;

ma solo immaginare in attimi che non t'aspetti

mentre tua madre taglia le patate

e pulisce il coltello sul grembiule.

 

8

E poi Natale... Natale!

Natale per chi sogna è di domenica…

le strade si inebriano di incensi,

ogni mano porta in dono l'altra mano..

sulla soglia della chiesa c'è la brace…

sa di neve…

 

9

Chi mai sogna aspetta l’inclito giorno con timore,

e sorride per nascondere alla gente

le sopracciglia aggrovigliate dal rancore.

Gli anni non passano, si accumulano!

E i denti dei vecchi e dei bimbi cadono

e li ritrovi al suolo come diamanti.

 

10

La dentiera che mi baciava

è rimasta qui

dopo che te ne sei andata.

A volte la guardo

e ti vedo ripulirla con lo spago,

con uno stecco di campo,

e poi soffiarla, paziente, con amore.

Un giorno, forse, la darò alle mie mascelle.

 

11

Sulla soffitta potevi trovare la paglia

e le ossa del cranio delle pecore

che il macellaio incarcerava.

Le spolveravo con la maglia

e l'occhio immaginato era sublime.

Allora era quella la felicità.

 

12

La zia Adalgisa portava le camicie

una volta all'anno a suo fratello,

sempre di due taglie in meno: quelle del marito.

E a noi dava diecimila lire da spartire,

così da pagarsi il pranzo

e le offese senza prezzo.

 

13

Nel bar del gobbo

entravo in un video game

e nessuno me ne tirava fuori:

neanche la notte, il sonno

o gli schiaffi dei più grandi

che giocavano... giocavano...

 

14

Al tavolo

c'erano tre sagome sfatte

che insultavano le madri

di averli messi al mondo.

Sei pazzo ragazzo come la tua stirpe!  

Per questo...paga... un altro fondo del bicchiere..

 

15

Impazzire fu la morte del cane

che mi leccava il cuore,

e un pezzo della sua carne messo sulla legna

per farla bruciare;

impazzire fu perdere la casa

per i debiti; la scuola, l'amico più caro,

scappare da mio padre;

dal sadismo della gente...

 

16

Sulla sedia a dondolo inventavo

le nuvole d'aprile

aspettando la pioggia e le ombre della sera

che tardavano, che non m'ascoltavano.

 

17

Di notte, nella stanza,

mi appendevo al crocifisso;

lo vedevo cieco;

un povero cristo

morto sotto una corona di spine.

 

18

Una dopo l'altra, le immagini del giorno

bruciavano nell'angolo della testa morta,

lì, lì, sul guanciale,

e al mattino, resuscitato,

buttavo via le ceneri

in un sacchetto nero.

 

19

Il giorno in cui morì

fu l'unico diverso;

poi sempre uguali,

aspettando che qualcosa

arrivasse o andasse via

dal marasma del tempo

e dell'anima.

 

20

Starsene fermi,

trasportati dalle onde:

magari ti porteranno a riva

o a fondo, chissà?!

 

21

Sulle pareti bianche il sangue è in bella mostra.

Zanzare grosse e grasse muovono le zampe

al vento della finestra

da dove arriva il sole,

il sole che fiuta ogni cosa morta

e la cerca bussando fin dove non vede

per divorarne le carni, le carni!

Domani divorerà anche queste.

 

22

In ufficio ho gli occhi stropicciati

sulla scrivania. La barba flagellata,

gli stessi jeans,

e confondo le mie ascelle

con i deodoranti al borotalco.

 

23

Come va oggi?

(Ti chiede sorridendo una sagoma

offuscata dalla miopia).

Bene, bene; sempre meglio!

(Le biascico un sorriso.

Pian piano ci si abitua al buio..)

 

24

Qui se non ce la fai a sorridere

sei nella gabbia

che apre la sua porta al gatto...

 

25

Tornando a casa,

via Padova è un fiume di occhi neri:

sui marciapiedi, negli autobus marci.

Un filo d'acqua buona

per pulirsi, specchiarsi, bere.

 

26

Domani mi nascondo sotto la bancherella

dell'indiano con la piccola Yasmine..

immobile, in silenzio... gioca...

le racconto fiabe...

  

 

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Nota biografica

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l'Università degli Studi di Salerno. La prima raccolta di poesie risale all'anno 2003, 'Ceppi Incerti', pubblicata dal caffè letterario fiorentino 'Giubbe Rosse'. Allo stesso anno risalgono le recensioni da parte di varie riviste nazionali e internazionali, tra cui il mensile 'Poesia' edito da Crocetti. Nel marzo del 2005 viene dato alle stampe 'Passi di libertà silenziose', raccolta di poesie e prose edita da 'Plectica'. Le prose consistono nei due romanzie epistolari 'Ecco perchè non ti scrivo' e '"Lettere" a Giulia', raccolta di novelle, scritti teatrali, aforismi e piccoli saggi letterari. Del gennaio 2006 è invece l'ultima raccolta di testi letterari in versi dal titolo 'Senza Cielo'Guida editore. Nel 2004 il comune natìo di Omignano (in provincia di Salerno) conferisce una targhetta di congratulazioni. Nel 2005 si iscrive all'albo nazionale dei giornalisti e lavora nella redazione 'Narrativa italiana e straniera' della casa editrice Mondadori.