Stefano Joni Scarpolini

            Iter delle "Meditazioni" cartesiane

            Piccolo compendio

 

 

 

 

La missione vocativa di Cartesio nasce dal seguente interrogativo: se nella matematica vi è totale consenso, perché non fare di essa la base metodica di tutte le scienze? Il filosofo francese sente infatti l’esigenza di approfondire la metafisica come fondamento del sapere fisico: è a partire dalla metafisica che è possibile dimostrare l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima. Senza questa dimostrazione, tutte le verità, persino quelle eterno-matematiche, non sono più tali: la conoscenza di Dio è alla base di tutte le conoscenze. I sensi non sono però sufficienti per conoscere Dio, poiché l’esperienza sensibile non è tutta l’esperienza: se la conoscenza differisce dall’esperienza dei sensi, abbiamo bisogno di Dio per certificare la nostra conoscenza, ma per attestarla occorre  metterla in dubbio, coinvolgere il dubbio che nasce dalla riflessione sull’esperienza sensibile.

Nella prima meditazione (Delle cose che si possono revocare in dubbio) Cartesio fa un esame attento e solitario del suo patrimonio conoscitivo, non per sgretolare il sapere ma per ricercarne il fondamento su cui edificarne uno nuovo. Un minimo di dubbio ci induce a dichiarare che non abbiamo conoscenze certe: spesso i sensi ci ingannano. Cartesio esprime però una vetus opinio: vi è un dio che può tutto e da cui sono stato creato, e in quanto può tutto può anche ingannarmi. Vi è allora un dio ingannatore, un essere onnipotente che può illudermi sulle cose reali: il genio maligno, il demonio, sopravviene tramite possessioni ed illusioni.

Nella seconda meditazione (Della natura dello spirito umano) Cartesio afferra una certezza: se tutto è dubbio, non vi è nulla di certo; però su tutto posso dubitare, tranne sul fatto che sto dubitando, ovvero tranne sul fatto che il mio io è la condizione del dubbio, ovvero la condizione del soggetto che è ingannato: cogito ergo sum. Ma cosa sono io? L’io è una cosa pensante. L’io è quella realtà spirituale e al contempo pensante. L’io è l’attributo fondamentale come struttura costitutiva della sostanza dell’io stesso, è la mia ratio essendi e la mia ratio conoscendi. L’io non coincide con il corpo, perché questo non viene colto originariamente.

Non sono i sensi a conoscere, bensì la mens, la ragione, lo spirito: una cosa che pensa è una cosa che dubita, che vuole e non vuole, che immagina e sente. Queste operazioni sono subordinate allo spirito e, fin dove si estende il dubbio, si estende il pensiero.

La terza meditazione (Delle prime due prove per l’esistenza di Dio) si apre subito con la prima delle due dimostrazioni. Solo l’idea di Dio mette in evidenza l’esistenza di Dio stesso: Dio è infinto. Se l’infinito fosse un’idea negativa, sarebbe “tendenza a” e non un possesso; l’infinito è invece un’idea positiva, in quanto non è somma di finiti (una somma di finiti non dà mai l’infinto) ed è anteriore al finito (mi accorgo che una cosa è finita perché ho già l’idea di infinito, mi accorgo del limite perché ho l’idea di eterno): prima vi è la nozione di Dio, poi la nozione di me stesso. Se conosco Dio ma non in modo onnicomprensivo, come potrei essere io, che ho l’idea di infinito, quell’infinito in fieri stesso? L’idea di infinito che ho non è in fieri (l’infinito non è mai in fieri) ma in atto, quindi finita. 

Nella seconda prova Cartesio dimostra che il mio io non può essere causa di se stesso, perché altrimenti dovrebbe contenere in sé le perfezioni di Dio, e non può avere la sua causa in cause parziali, perché queste non spiegherebbero né l’idea di Dio in me in quanto tali né tanto meno la loro somma: l’infinito, come già detto, non è somma di finiti.

Nella quarta meditazione (Del vero e del falso), Cartesio afferma che Dio ci ha assegnato la facoltà di giudicare: giudicare la verità. In quanto proveniente da Dio, tale facoltà non potrebbe ingannarmi. L’esperienza però mi fa notare che siamo quotidianamente soggetto all’errore. L’errore è infatti il limite, la mancanza di una conoscenza dovuta, la negazione: il giudizio è per la verità, ma non sempre la raggiunge. E’ perciò Dio la causa dell’errore? Io non posso comprendere la scelta di Dio: la conoscenza del finito sull’infinito è vera ma non esaustiva. Perché allora Dio mi ha dato una facoltà inadeguata per il vero? Se riuscissi a comprendere il perfetto, dovrei avere l’idea dell’intero: Ad offuscare la ragione non è il peccato originale, ma sono le passioni e le concupiscenze. L’errore deriva dalla facoltà di conoscere e dalla facoltà di scegliere: l’intelletto tende al vero, la volontà tende al bene. Mentre l’intelletto è limitato, la volontà è una tendenza ampia perfetta e illimitata verso il bene, e per questo è la facoltà che più mi fa assomigliare a Dio: non c’è limite nella tensione al bene. Invece l’errore, che nasce dal superamento da parte della volontà dei limiti del mio intelletto, non è volere, ma è volere senza aver capito che ciò che voglio è bene. Al contrario, la volontà è quella tendenza libera non coatta al bene. L’indifferenza è il grado minimo della libertà, ma poiché la libertà è la riflessione sulla bontà di una cosa, più c’è una conoscenza meno remore ci sono su ciò che mi è presentato come bene: l’indifferenza evidenzia un difetto, non la perfezione, della conoscenza. Dio, che conosce ogni cosa, quando crea dovrebbe creare la cosa più buona, poiché la sua intelligenza è infinita come la sua volontà tesa al bene: Dio non è libero, perché costretto a creare il bene perfetto.

Nella quinta meditazione (Dell’essenza delle cose e della prova a priori) l’attenzione è focalizzata sul concetto di idea. Le idee delle cose non sono un puro niente, ma hanno una realtà oggettiva indipendente dall’esistenza delle cose, e sono vere quando le concepisco chiaramente. Benché spetta a noi pensarle o meno, esse esistono nella mia mens (ad esempio, può non esistere il triangolo, però l’idea di triangolo è vera ed esiste): tutto ciò che è vero è qualche cosa.

Mentre le cose finite non necessariamente esistono, in Dio e solo in Dio l’esistenza è unita necessariamente alla sua essenza. E se una perfezione appartiene ad un’idea costitutiva, le appartiene veramente: Dio, natura vera e immutabile, esiste. Da una parte allora Dio è l’idea sovranamente perfetta, dall’altra le idee sono base della certezza dell’esistenza delle cose eterne, e la certezza di ogni scienza dipende dall’esistenza di Dio.

Nella sesta e ultima meditazione (Dell’esistenza delle cose materiali e della distinzione anima-corpo), Cartesio si domanda se le cose materiali esistono realmente. Nell’io risiede non solo l’intelletto ma anche l’immaginazione, la quale non si riduce in una mera intellezione che mi conferma l’esistenza delle cose ma non me la rappresenta. A convincermi dell’esistenza delle cose è l’immaginazione ma, giacché non compresa nella mia essenza spirituale, essa è una facoltà rivolta non al mio spirito ma ad altro di esterno. Inoltre nel mio io, che è distinto dal corpo, risiedono le facoltà passive di immaginare e di sentire rivolte entrambe alla realtà esterna corporea: la natura insegna che le cose corporee esistono e che quando ho una idea chiara e distinta la cosa esiste. Pertanto mentre il corpo è divisibile, l’anima è indivisibile. Ed essendo l’anima me stesso inteso cosa pensante, mi concepisco come una cosa sola, intera, quindi non scomponibile in parti ulteriori.