Gianmario lucini

            Diario dal fronte

                              

I primi 7 testi di una raccolta alla quale sto lavorando.  Abbastanza espliciti i riferimenti ("guerra", in senso lato, anche - ma non soltanto - figurato).  Alcuni testi della stessa raccolta sono già apparsi lo scorso anno.

 

 

 

 

allora tutto tornerà a muoversi
verso il Caos supremo,
quando la Fame si fonderà con la Noia
e la Disperazione con la Rabbia,
 
quando i Rabbiosi del mondo intero
saranno tutti uniti:
- questa divina collera dei poveri,
profezia sempre in agguato!
 
allora non potrai neppure sparare
perché sparerai su dite.

 
  (D.M. Turoldo – La grande notte

 

  

Lettera della sentinella

 

Se scrivo parole è per farti male, per guadagnarmi un sincero

disappunto popolare – se parole sono fuggite via da me

incontrollate per il mondo a sollevare

pulviscoli e veleni

già sedimentati nel quieto dell’assenza

del dio nicciano morente da centovent’anni -

 

ti scrivo perché non mi importa

dell’odio o dell’amore e di tutti i sentimenti

che sul campo di battaglia cedono alle raffiche,

si confondono ai sibili del fosforo

ti scrivo perché sono un Budda impietrito issato su una rupe

a contemplare la patetica disfatta

di una grande civiltà che si divora

cannibalescamente.


 

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Potremmo rivenderti le sette bellezze

l’acquario degli squali, le foreste di piante carnivore

il sole che oscura il pomeriggio mentre grida

Cristo dall’alto del Gòlgota e la città commenta

 

sulle sobrie granite bevute a un bar sul lungo mare a S. Francisco

per mille altri eleganti tratteggi a regola d’arte, (ah il pregio

di non annoiare...) o intrattenerti nel brivido

di morbose cupe storie che viaggiano nei tubi catodici

mischiate nelle pentole dalle streghe di Macbeth

 

e in tutto questo vedresti la gloria di Dio e la grande fede

immane colonna che regge il desco del mondo

ben saldo sull’eterno nulla e il suo Fattore

dal volto coperto in un panno di notte scuotere il capo

 

sapremmo ingravidare la tua fede sazia con stille di sangue, grida,

vagiti  che cantano teodicee mai confessate

 

il tuo pensiero intrappolato

divisa invisibile che ti porti addosso.

 

 

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Questo aprile di pioggia sarà presenza

muta già vissuta

- e i cinquant’anni, nocciolo di pena

frantumata fra riposo e lavoro –. 

Questo aprile ha il colore della cenere, la vampa del macello americano,

ha il muso di uno squalo apocalittico e intorbida i colori

 

fra lacerti di opposti sentimenti

per tragitti inariditi.

  

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Se frugo nel cassetto

trovo soltanto vecchie cianfrusaglie,

ricordi di battaglia – altro non resta

di una vita vissuta allo sbaraglio.

 

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Metto da parte uno sguardo per domani

e mi ascolto nel futuro a commentare

gli antichi sbagli sapendo di sbagliare.

 

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Accadono al mondo storie importanti,

ma sono troncate per soffocamento;

accade lo scontento e la filosofia vincente che non consente replica,

- non tesi o antitesi ma solo una retorica

che ammicca cavalcando straniamenti –

 

vicende delle quali ho ormai perduto il senso

la genesi, il tempo,

vagando nel deserto da qui all’infinito

riflettermi nel vuoto amaro della mente

- sobillo di neuroni, stridore di sinapsi -

vivendo a scatti - come tutti - per frammenti che si cercano,

occasionali si toccano, si lasciano, si scrutano pervasi da corrente elettrica,

che si auto-genera

per furori,

o attriti

 

- lo so, siamo tutti un po’ sfiniti

interpreti mediocri di vite mai vissute.

 

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Ricognitori

  

Usciamo di pattuglia.  Nel languore della primavera

devastano veleni. 

L’azzurro dell’Adda riflette un cielo e scintillìo di neve sulle alture,

si fa largo il cuore a quella gioia che quest’anno si rinnova

ancora a conservarci in vita

- e continuare a uscire di pattuglia.