Stefano Lorefice

            L'esperienza della pioggia

                    Campanotto editore,  Udine, 2006               

 

 

 

 

Stefano Lorefice ha 29 anni ed abiterebbe a un tiro di schioppo dal sottoscritto (è infatti nato a Morbegno,  ed abita a Mantello, poco distante, mentre il sottoscritto abita nei pressi di Sondrio) se non fosse andato a vivere in Francia.  Così come io me ne andrò, fra poco, in Calabria.

Non sapevo di questo autore valtellinese, dal cognome siciliano (come il nostro Cesare, apparso anch’esso alcuni giorni fa su queste pagine) ed emigrato in Francia, sino a quando ho ricevuto la lunga silloge (Lorefice non la chiama “raccolta”, ma si tratta infine di 40 testi), edita da Campanotto, che mi appresto a commentare – il mondo è piccolo e immenso nello stesso tempo...

Il verso di Stefano Lorefice si caratterizza per l’assoluta libertà metrica; l'unica regola è una scansione emotiva e pneumatica (che sottende cioè un respiro polmonare che si riconduce a un ambiente emotivo) e per il fluire ininterrotto, senza pause.  Ogni sua composizione vuole uscire dalla lettura come un unico respiro, come unica espirazione dall’inizio alla fine, nel tentativo di riprodurre anche nella costruzione testuale questa foga o fuga, questo continuo ininterrotto passare della vita senza che la si possa arrestare in un’oasi di riflessione, in una pausa di senso. La sua prosodia entra quindi nel flusso di quanto viene evocato dal testo, sostanzialmente uno “stile di vita” segnato dalla fretta, dalla necessità di correre sempre in qualsiasi luogo e quasi senza chiedersi il motivo di questo affannoso e arrancante modo per transitare attraverso la vita.  Anche l’amore, gli affetti personali sembrano venir segnati e logorati da questa nevrosi e, anche se l’amore viene percepito come unico luogo di senso, nondimeno viene come stemperato, fagocitato dal caos.  Il verso si fa quindi grumo emotivo, non pennellata ma spatolata densa e perentoria, continua variazione sul tema, ossia l’”esperienza della pioggia” non tanto vissuta come fenomeno fisico ma come ambientazione mentale, come costante o ronzìo o sottofondo nel quale geme lo spirito non sapendo il perché del suo disagio.  Anche qui dunque, come in altre raccolte che abbiamo recentemente commentato, si tratta di una poesia esistenziale dagli accenti essenzialmente tragici, anche se il linguaggio non ha la benché minima inflessione retorica.  La “raccolta” è in realtà un poema continuo suddiviso per comodità o anche solo per momento cronologico nella fase di elaborazione.  C’è un’ambientazione, un basso continuo, un tema che viene continuamente ripreso e sviluppato con continue e pur ardite “variazioni” come in una passacaglia o un motum perpetuum.

Stefano Lorefice non si cura molto del lessico, egli cerca volutamente una lingua di confine fra colloquio e poesia inserendo nei suoi testi anche espressioni gergali e il “parlato” quotidiano.  In realtà ciò che trascina la sua poesia è una parola espressionistica, diretta, un “crescendo” di tono che si arresta a un passo dall’urlo in una chiosa o un troncamento, come certi temporali estivi che sorgono improvvisi, si irrobustiscono sempre più, menano venti sempre più forti ma di colpo si placano come esausti.

Un  poeta della giovane generazione dunque, agguerrito e promettente, che ha tutti i numeri per proseguire su un percorso già tracciato con vigore allineandosi a una sensibilità frequente nella generazione dei ventenni (mi viene in mente Sinicco, Astremo e altri) che è orientata decisamente ad intendere la poesia come modalità comunicativa e veicolo di senso, considerando il canone della tradizione semplicemente un generico riferimento e non un tabù che si possa violare poco a poco e per piccoli gradi.  La tradizione stessa infatti è recepita nel suo significato e non nella sua forma, che viene dismessa o almeno non costituisce una preoccupazione in fase di composizione e neppure in quella di revisione e licenziamento dei testi.

 

 

da L'esperienza della pioggia

 

agli estremi delle periferie

nell'assenza d'arrivo sottratta alla sopportazione

per il sapore del viaggio

le luci folte della subway

sotterranee

con tutto un peso di notte, sopra

col freddo tossico

scavato

senza figura ci si stringe controvento

venite vicini

aiutiamoci

che il gelo congestioni fuori

anche s'è tardi

anche se siamo in pochi

stringiamoci

anche se non sappiamo come

 

 

 

tutti compatti, vicini, schiacciati

in un pub che dà scampo solo ai più sorridenti

tra gli occhi di chi si conosce

e chi nuovo ha la voce più forte

che bisogna portare ciascuno un colore

e non pensare al freddo fuori

e chiedere d'altri

e lasciare fare ad altri ancora

non bisogna essere vecchi, sventolare certezze

ci si accontenta di stare

neanche troppo comodi

tra un sorriso e la musica che non interessa

che c'abbiamo grandi pianure dentro

e laghi

e abbracci

ma nascondiamo ancora le mani

per pudore

per proteggere l'interno più tenero

 

 

 

Ci sono queste persone che corrono

una fermata, poi l'altra

che non ti basta il fiato

un corpo contro un altro corpo

con tutte le lingue, tutti gli accenti

di un popolo in fuga

perché qui l'amore è sotterraneo

e di fretta

servono altri biglietti, metrò più veloci

per uscirne vivi

io apro la bocca e la tengo ferma, forte

coi denti lì

a consumare la lingua

e me la mangio tutta

senza scuse

questa voglia di correre

con le mani in tasca, immobili

come se aspettare avesse addosso un viaggio

che solo lo sguardo pare allontanato

 

 

 

Ci si avventa sui resti, a cercare

come pazzi autentici, piegati in due dal ridere

ci si affoga, che si sta troppo vicini

e la mano scortica, dissangua

poi, giù nel fango, che non basta il fondo,

manca ancora qualcosa;

a seguire ne vengono altri,

dicono che non c'è tempo,

che a quelli come noi non è concesso

ed i resti devono stare soli

a marcire fino a sbiancare

dicono che di questi strazi non sanno che farsene

che c'è bisogno di camice pulite, oggi,

e facce serie, gonfie di sangue

dicono che ridere è roba da pazzi,

non serve sciupare la mano,

poi si fanno sotto, a due a due

ci spingono, bisogna cambiare,

le nostre unghie non bastano più

che c'abbiamo la mano sinistra legata dietro

perché da sempre ci hanno obbligato ad usare la destra

e troppa terra è rimasta via

vogliono esserci loro

perché cercare è uno stare attorno

nei luoghi vicini

è un procedere per difetto

è un tornare alla prima domanda


 

quel mio pensiero ch'è più vicino a una lotta

che ogni tanto sbanda

e morde l'amore

e ci si attacca

per necessità

per rientrare stretto ad ogni curva

come una vecchia giacca

impigliata

che non vuole sapeme di andare

 

 

 

Con i polsi slogati, tesi

a svenare le mani

ad invidiarne la pelle

che non se ne ha mai abbastanza

che si ferma sulle cicatrici

s'intreccia

stringe forte

s'accorge delle nostre pareti

subisce ogni rifiuto

estende senza chiudere

annusa il sangue del dentro

e sta al limite

dove non pesa

dove non descrive

dove non spiega più

estenuata strappa

disidrata

chiede acqua

cerca l'esperienza della pioggia

 

 

 

è l'estate ch'è troppo fresca, da maniche lunghe,

si parla del mare, d'essere ospitati dai tuoi

del mio Aperolsoda e del tuo Campari

del fatto che hai un uomo pantofolaio

e c 'hai pure le tue ragioni

di quello che farò: qualche giorno o settimane?

un viaggio?

qui sul lago ?

c'è la ragazza conosciuta

ch' è ora di sistemare i miei sentimenti sbilenchi

metterli a posto nei cassetti, in ordine

e tu che non la capisci proprio questa felicità

che si deve recitare per la stagione,

dici che senza caldo non ha senso

che sono cinque anni che ogni estate si litiga

ma siamo due persone serie e concrete,

e si finisce per assaggiare le pizzette

dicendo che in fondo il gusto è tutto lì