Gianmario lucini

            Il Blog

                   ovvero dell'agorà virtuale

                                        

 

 

 

Prendo spunto dall'interessante ed acuta analisi fatta da Gianni Nuscis dell'ormai non più nuovissimo (misurato con i parametri temporali della evoluzione delle forme di comunicazione nell'età contemporanea) fenomeno del "blog", per proporre alcune considerazioni che interessano la letteratura e la cultura in senso generale.  Mi soffermerò dunque sulla categoria di blog che trattano temi culturali e politici.  Del resto poco mi importa.  Considero infatti sciocchi o quantomeno inutili alla mia vita (ovviamente ognuno si gestisce la sua come meglio crede...) i blog che trattano di sport, di passatempi vari, di canzonette o altre simili forme di "arte", di celebrità, ecc. ecc.

Non amo il blog, anche se indubbiamente è un importante strumento di libertà (i lettori di Poiein noteranno i "link" a Erodiade e al blog di Beppe Grillo), perché fagocita il tempo.  I tempi del blog sono quasi mai commisurati alla profondità delle materie trattate e quando lo sono (come ad esempio nel caso dell'intervento di Nuscis al quale rimando) si scopre che vengono affidati a un contesto inadatto, che è il contesto dell'agorà.   Ogni blog è una piccola agorà virtuale, nella quale ognuno "si trova" non fisicamente ma emotivamente e sentimentalmente.  L'agorà non è lo spazio chiuso della riflessione ma quello aperto della discussione (come nei Dialoghi di Platone) o al limite del comizio (come fa Beppe Grillo).  E, mentre nell'esempio di Platone la finalità è l'esaurimento di un discorso, il venire ad un "dunque" nella pur elementare forma di dialettica socratica, nell'agorà virtuale ogni discorso sta per sé e anche quando si accende un confronto è difficile che si produca una strozzatura, una sintesi, un accantonare dal ragionamento le parti spurie per denudare gli elementi dialettici nei loro termini essenziali; tutto fluisce in un magma incandescente di idee che pure hanno il pregio di aumentare e non di poco gli aspetti di hystoria ma non forniscono quasi mai nuovi elementi noetici, e forse non producono nel profondo un cambiamento, pur minimo, che ogni forma di genuino confronto produce fra i comunicanti.  Una posizione insomma si addossa a un'altra, avanza retoricamente le sue ragioni, le sue pur relative pretese di verità, ma a fronte di tanto impegno (a volte con interventi di notevole spessore culturale) non c'è un corrispettivo nella risposta, e spesso non c'è neppure la risposta.  Tanto vale, per fare una battuta, pubblicare la propria idea in un sito culturale come Poiein: almeno lì rimane e contribuisce a definire un orizzonte culturale, un modo di vedere la vita, un qualcosa che a suo modo è un luogo, un ambiente, con contorni ben definiti e una sottostante base di riferimenti.  Il blog invece assomiglia spesso a una "voce di colui che grida nel deserto" cose belle e interessanti ma che hanno come spettatore non colui che vuole ascoltare, ma soltanto altri che vogliono dire, forse per affermare una loro interiorità che il paradossale "rumore" degli innumerevoli strumenti di comunicazione invece di ampliare annichilisce.

Ciò che primeggia nel blog infatti, l'elemento sul quale ci si sofferma, non è la persona con la sua storia di vita, il suo mondo, la sua sensibilità, ma il tema: è il tema, ossia un'entità astratta decisa con criteri altrui, il centro, il totem, lo storicizzato orizzonte nel quale dobbiamo rientrare, per non essere fuori tema e pertanto non presi in considerazione.  E' di per sé il tentativo di chiudere lo spazio dell'agorà, teoricamente però, perché nei fatti il tema si sfilaccia, moltiplica le sue facce, subisce una metamorfosi che ne cambia i connotati. Il tema regge per un po', poi muore e con lui muore, in un esiguo lasso temporale, un pensiero, un'idea, un punto di vista che magari necessitava di più riprese e approfondimenti.  Tutto questo è estremamente triste e avvilente, soprattutto per chi investe in questo esercizio intellettuale molto impegno, molto tempo e una certa dose di affettività.

Il blog inoltre amplifica un altro aspetto che la potenza e insieme la facilità di approccio e di uso dello strumento di comunicazione (la rete) già investe in altre forme di comunicazione, come lo stesso sito culturale.  Per pubblicare un libro infatti, non solo si paga finché, e solo per pochissimi, non si è pagati per farlo, ma bisogna confrontarsi con editori, con critici, e per certi versi con le regole del mercato.  Per pubblicare su Internet le maglie sono più larghe, perché "l'editore" non rischia nessun capitale e il "ritorno" non è in danaro ma in immagine e considerazione sociale (in termini psicologici, un certo riconoscimento sociale che aumenta la nostra autostima e contribuisce alla nostra "sicurezza di base" - che non vale, io credo, soltanto per il periodo dell'infanzia).

L'autostima per una buona recensione, magari su un giornale o TV nazionali o anche solo regionali di una propria pubblicazione cartacea, aumenta in modo rilevante la propria autostima e insieme il proprio sistema motivazionale e, di conseguenza, la voglia di creare ancora.  Si entra cioè in un processo virtuoso sostenuto dal consenso sociale.  Meno significativo è questo processo nel caso di una pubblicazione su un sito letterario, perché lo strumento di comunicazione è meno prestigioso, perché il critico che scrive sul sito (anche se altrettanto bravo o forse più bravo del critico che scrive per il giornale) non ha lo stesso prestigio e la stessa fama e perché - sembra sciocco ma è così - l'impatto emozionale della carta stampata è infinitamente superiore all'impatto emozionale di una pagina Internet.  Questo GAP è ancora più profondo nel caso del "blog".  La bellissima poesia pubblicata sul "blog" ha la considerazione sociale della durata di un volo di farfalla; difficilmente supera lo spazio della sua agorà per approdare ad altri spazi che le riservino maggiore attenzione.  Qui invece ci si disperde, si diventa archivio (al limite da indagare, come giustamente profetizza Gianni Nuscis, in futuro, dagli storici e studiosi, ma in una sorta di autogenesi della storiografia sull'esempio dei "filmati storici" della televisione?

Tutto ciò non è molto motivante per un poeta.

Noi siamo abituati a correre, a fagocitare cibo, fumo, idee, mondo, senza più soffermarci a gustare il sapore delle cose.  Fermarsi significa riflettere, interrogare, cercare il significato personale, confrontare, non soltanto reagire.  Di tutto questo poco arriva al blog perché, come nell'agorà, bisogna intervenire a botta calda, essere presenti, dire - più che dare.  (Dire per non morire?)