Tre voci:

               Elias Khouri,  Moni Ovadia, Barbara Spinelli

 

             

Centro di Documentazione Rogoberta Menchù - Rassegna stampa

 

Intervita a Elias Khouri, scrittore libanese, L’Unità 3 agosto 2006

 

Le sue riflessioni sono intrise da amarezza, rabbia, indignazione. Le sue parole sono un lucido, appassionato, argomentato atto d'accusa nei confronti di Israele ma, ancor di più, degli Stati Uniti: «Israele continua a sostenere che tre settimane di guerra hanno colpito pesantemente Hezbollah, La verità è l'esatto opposto. Oggi, molto più che all'inizio della guerra, il futuro del Libano non potrà  essere definito. senza  il contributo decisivo di Hezbollah. Israele e Stati Uniti sostengono che la guerra in Libano deve servire da monito per !'Iran. Il risultato raggiunto è opposto: oggi, molto più di tre settimane fa, l'Iran sta uscendo rafforzato da questo conflitto. E tutto questo avviene sulle macerie del mio Paese». A denunciarlo è Elias Khouri, tra i più affermati scrittori libanesi. «La mia sensazione - afferma lo scrittore - è che Israele e Stati Uniti puntino a una nuova guerra civile in Libano con la speranza che questa guerra civile possa mettere a terra definitivamente Hezbollah. È una follia che può portare alla disintegrazione del Libano».

 

Israele ha Intensificato l’offensiva militare. Il nostro obbiettivo, ripetono le autorità dello stato ebraico, è di neutralizzare hezbollah

“Stanno facendo del Libano terra bruciata e la chiamano pace. Dicono di voler limitare le loro operazioni di distruzione al Sud Libano ma se davvero vogliono "neutralizzare" Hezbollah devono raggiungere Beirut e dunque ventiquattro anni dopo si sta riproponendo il devastante scenario dell'Operazione  "Pace in Galilea “

Anche allora gli israeliani sostenevano che era loro intenzione limitare nel tempo e nella profondità l'invasione del Libano. Sappiamo come è finita. Dicono di voler mettere in ginocchio Hezbollah, ma ora, molto più di tre settimane fa, il futuro del mio Paese non potrà definirsi senza il contributo decisivo di Hezbollah. Ma Israele non si sarebbe spinto sulla strada della guerra totale se non avesse avuto il via libera e il sostegno attivo degli Stati Uniti. Il Libano dopo l’Iraq. Il Medio Oriente sta pagando un prezzo insopportabile alla scellerata politica statunitense. Non sono dei neocon sono dei "neofolli".

Un atto di accusa molto pesante.

"Pesante? Pesante è ciò che il popolo libanese sta subendo. Pesante, fino all’insopportabilità, è la condizione di quasi un milione ili persone costrette ad abbandonare villaggi e case bombardati da lsraele.  Insopportabile è sostenere lo sguardo dei bambini segnati per sempre dall'orrore a cui hanno dovuto assistere, di cui sono state vittime incolpevoli. La verità, la tragica verità, è che gli Stati Uniti, stanno avallando la distruzione del Libano. Qualunque altro Stato che invadesse un altro Stato sovrano, qualunque altro Stato il cui esercito avesse commesso un crimine contro l'umanità come è stato il massacro di Cana, avrebbe scatenato la reazione del mondo libero, democratico. Israele no, . Israele. si muove come se avesse ottenuto dal mondo la licenza di uccidere, in spregio al diritto e alla legalità internazionali Israele può permettersi impunemente di violare la Convenzione di Ginevra. Israele dice di voler combattere il terrorismo di Hezbollah ma chi contrasterà il suo terrorismo di Stato?».

 

Eppure gli Usa continuano a considerare il premier libanese Fuad Siniora un interlocutore credibile.

«Chiacchiere, fumo negli occhi di chi pensa di poter mascherare la realtà. E la realtà è che stiamo assistendo; e noi libanesi ne stiamo pagando il prezzo, al fallimento della politica americana. Prima hanno sostenuto, in funzione anti-siriana, Sinora, salvo poi abbandonarlo per favorire i piani di guerra di Israele».

L'intervento di Siniora alla Conferenza di Roma per il Libano ha rappresentato uno dei momenti più significativi e toccanti di quel summit.

«Siniora è stato molto efficace nel denunciare in quella sede la tragedia di un popolo costretto a subire una guerra d'aggressione da parte di uno degli eserciti più potenti al mondo. In quella sede ha chiesto, usando le parole e i toni giusti, al mondo di non chiudere gli occhi davanti ai crimini che Israele sta commettendo in Libano. Siniora ha invocato con dignità un intervento della comunità internazionale per fermare la mano di Israele. Ma c'è una cosa che il primo ministro non ha fatto, c'è un ordine che avrebbe dovuto dare e che non ha dato...».

Di quale ordine si tratta?

«L'ordine ai soldati libanesi di difendere il Paese, di non delegare ai miliziani di Hezbollah il compito di sbarrare la strada all' armata israeliana. In questo modo non ha fatto altro che far assurgere agli occhi di tutti i libanesi, anche di chi come me non ha mai lesinato critiche a Hezbollah, i guerriglieri di Hassan Nasrallah come i paladini di una resistenza non islamica ma nazionale».

  A scatenare l'offensiva israeliana è stata l'azione militare condotta a freddo da Hezbollah con il rapimento di due soldati israeliani.

«I piani di attacco contro ìl Libano erano pronti da tempo ed erano funzionali a trasformare il Libano in un secondo Iraq. Spetta a noi libanesi discutere sulla forzatura di Hezbollah come del disarmo delle sue milizie. Ma oggi non è tempo di dividerci. Oggi è il tempo dell'unità per tutti ì libanesi. Perché oggi in pericolo è l'esistenza stessa del Libano come Stato sovrano. Di fronte alla guerra totale scatenata da Israele, non c'è differenza tra cristiani, drusi, sunniti, sciiti. Oggi siamo prima di ogni altra cosa libanesi».

Cosa si sente di chiedere all'Europa?

«Di non farsi complice della distruzione del Libano. Di non attendere altre stragi di innocenti come quella perpetrata da Israele a Cana per agire contro chi in Libano si sta rendendo responsabile di un crimine contro l'umanità».    U.D.G.

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MONI OVADIA

Lettera di un Ebreo a Israele

L’Unità, sabato 5 agosto 2006

 

Yad Vashem è il Museo dell’Olocausto a Gerusalemme, il sacrario della Shoah, ma per gli israeliani è ben altro che questo. Quel luogo è per molti aspetti, il topos del senso stesso dell’esistenza di Israele come stato ebraico. Ogni cittadino, ogni fanciullo, ogni soldato, si reca in pellegrinaggio in quel luogo per assumere il pieno statuto identitario di cittadino israeliano, Ogni persona, dal semplice turista al viaggiatore, al più illustre politico in visita in Israele, quale che sia la ragione della sua presenza, sa che ha il dovere di rendere omaggio alle vittime dello sterminio nazista a Yad Vashem.

Con quel solenne pellegrinaggio, il visitatore riconosce il suggello con cui  o lo stato d'Israele assume su di sé un'intera eredità.

Per un grandissimo numero di ebrei che si riconoscono nelle istituzioni ufficiali, Israele diviene acriticamente e senza mediazioni, passato, presente e futuro. Per essi la diaspora perde significato in sé per divenire appendice di un ritorno in pectore anche se procrastinato sine die. Di fatto, essi si sentono israeliani in standby. Le recenti drammatiche vicende mediorientali, richiedono una rimessa in questione di questi assetti israelo-ebraici e delle dinamiche psicologico-culturali che vi sotto stanno. Il movimento sionista ha avuto fra i suoi obbiettivi primari quello di normalizzare gli ebrei, collocandoli in una terra con la quale avevano un antico legame e facendone un popolo come gli altri. Quando il primo ebreo fu arrestato per furto e messo in prigione nella neonata entità statuale ebraica, il padre fondatore e primo capo del governo, David Ben Gurion, esultò:«Siamo un paese normale!». Mai affermazione fu più rovinosamente scentrata. Israele è tutto fuorché un paese «normale». La sua collocazione geografica è in Medio Oriente ma in questo momento la sua vocazione è occidentale. Per certi aspetti potrebbe essere uno stato degli Stati Uniti, anche se più di metà della sua popolazione viene  da stati arabi e il 17% di essa è arabo-palestinese. La sua politica, in grande misura coincide con quella delle amministrazioni americane. È stato fondato da scampati alle persecuzioni antisemite zariste e degli stati autoritari centro-orientali e da sopravvissuti alla Shoà, ha piena dunque titolarità a quella eredità, ma gli ebrei sterminati dai nazisti erano quanto c'è di più lontano da quello che è oggi l'ebreo israeliano. Quelli parlavano lo yiddis ed erano a proprio agio in molte altre lingue, vivevano a cavallo dei confini, erano cosmopoliti, ubiqui, inquieti, refrattari alle logiche militari, poco interessati, quando non ostili ai nazionalismi, erano smunti, fragili, dediti allo studio, alle professioni liberali, intellettuali, al piccolo o grande commercio, appartenevano alla categoria dei paria perseguitati emarginati, erano dalla parte degli sconfitti.

 L'israeliano delle nuove generazioni si esprime in ebraico moderno, una lingua costruita desantificando l'ebraico biblico e piegandolo alle esigenze di una nazione e la sua seconda lingua è l'inglese. L'israeliano sta con i vincitori, è forte, determinato, orgogliosamente nazionale, militarmente molto preparato, capace di essere agricoltore e soldato quanto intellettuale e tecnico, ma anche taxista, ingegnere, negoziante o impiegato, operaio e persino occupante e poliziotto di un altro popolo, cosa inconcepibile per un ebreo della diaspora che subì lo sterminio.

Oggi, che nuovamente un leader fanatico di un paese islamico chiede la cancellazione dello stato sionista dalla carta geografica, in Israele e nella diaspora, si evoca il legame con la Shoà in modo univoco e schematico quasi a volere stabilire un parallelo, inaccettabile con, il ghetto di Varsavia. Ma ancorché Israele viva in stato di grande difficoltà e subisca il terrorismo e l'aggressione di Hezbollah sulla carne della propria gente, pensare di rappresentare la tragica eredità dello sterminio solo con un modello rigido per giustificare l'uso indiscriminato della propria soverchia forza militare e radere al suolo intere città provocando quasi esclusivamente morti civili, è scambiare etica pro propaganda.

Se Israele vuole assumere l'eredità di quell'ebraismo ridotto in cenere, deve assumerne la piena eredità morale, cessare di vessare ed imprigionare un altro popolo, diventare più piccolo, molto più democratico, abbandonare la mistica della potenza, diventare leader del processo di pace ed assumere la funzione di ponte fra occidente e Medio Oriente.

 

Il sonno dogmatico

Barbara Spinelli, La Stampa, 6.8.06

 

Gli israeliani lo sperimentano sulla propria pelle ogni giorno, da quando il 12 luglio si son trovati nell'obbligo di rispondere a un attacco Hezbollah che non ha più come scusa i territori occupati, ma è un'aggressione che minaccia esistenzialmente Israele ed è a! contempo laboratorio di uno scontro Iran-Usa: in questa guerra libanese sono in realtà soli, nonostante le attestazioni solidali che vengono da Bush e Blair. Non si sentono rassicurati neppure dall'accordo, ambiguo, che si delinea fra Parigi e Washington al Consiglio di sicurezza Onu. Quella congerie di stati cui viene dato il nome falso di comunità internazionale si agita, domanda la "piena cessazione di ostilità", ma non osa chiedere che essa sia "immediata" e simultanea. Nell'immediato devono cessare gli attacchi Hezbollah e le operazioni offensive israeliane: una formula che consente a, Israele di restare in Libano per operazioni difensive, ma che non gli risparmierà aggressioni. Difficilmente infatti Hezbollah - non sconfitto accetterà la tregua. Alcuni governi europei sono pronti a schierare soldati per aiutare l'esercito libanese a conquistare il monopolio della violenza ai confini meridionali, ma è improbabile che intervengano finché la tregua sarà ambigua: un'ambiguità cui l'amministrazione Usa non sembra rinunciare.

Quel che Bush desidera è la continuazione della guerra contro Hezbollah, fatta da Israele o da altri: gli strumenti impiegati possono cambiare ma non l'obiettivo' e l'obiettivo è una guerra-test con l'Iran, con la Siria, per interposte persone. È come se l'amministrazione volesse proprio quello che sta accadendo: lo stato d'Israele sprofondato in un conflitto che sta perdendo, il Libano che è stato scardinato e offeso, l'Iran e la Siria che manovrando Hezbollah son divenuti attori di primo piano in Medio Oriente e nell'Islam, e in quanto tali vengono messi in guardia e minacciati. Poi c'è il conflitto in Iraq, da cui l'odierna catastrofe discende e che il Libano ha obnubilato: anche qui è forte l'impressione di un voluto ampliamento dei disastri. Ogni giorno muoiono 100 civili. in Iraq, ma è la guerra in Libano che occupa le prime pagine dei giornali. In America, lo spazio televisivo dedicato a Baghdad è caduto del 60 per cento fra il 2003 e questa primavera. Una manna, per il governo americano: fin quando dura la piaga libanese, Washington non dovrà rispondere del caos suscitato - tramite Iraq - in Medio Oriente e nel mondo.

Non son pochi gli israeliani che cominciano a intuire il terribile ingranaggio in cui rischiano di restar impigliati: un ingranaggio che fa del loro Paese il tassello della strategia Usa di esportazione della democrazia e .di mondiale guerra antiterrorista, e che ha finito col debilitare Israele anziché proteggerlo. Una strategia che ha tutta l'aria di trattare Israele come un mezzo, non un fine come Bush pretendeva. Lo storico Tom Segev s'indigna sulle colonne di Haaretz, denunciando una politica americana che lascia solo Israele, che lo aizza in guerre perdenti, che ha perduto ogni autorità nel mondo. Daniel Levy che ha partecipato a numerosi negoziati di pace (Oslo, Taba, accordi di Ginevra) scrive che Israele non può continuare a subire una linea dettata fin dal '96 da neoconservatori come Richard Perle e Douglas Feith (Haaretz 4-8-06). E ricostruisce quella linea, che i neocon suggerirono all'allora Premier  Netanyahu e che aveva come scopo la fine delle trattative di pace e una rivoluzione nei rapporti tra Israele e Usa. Oggi, essi adoperano la guerra libanese per rifarsi della bancarotta irachena.

Molti (Tom Segev, Avi Schlaim sull'HeraldTribune) sostengono che l'America non aiuta più Israele, dal momento che l'aizza invece di disciplinarlo: "Mai nella nostra storia è accaduto che Washington ci spronasse così poco all'autocontrollo", scrive Schlaim, ed è il motivo per cui gli Stati Uniti "sono ormai parte del problema e non della sua soluzione". Segev sospetta che le modalità della guerra libanese nascano da un coordinamento con Washington e ricalchino il modello Iraq, con effetti perniciosi: anche questa guerra sembrava facilissima, anch'essa era tassello d'una vasta lotta contro l'asse del male, e la degenerazione insidia anche lei. Uscire dall'Asse del Bene, ritrovare la realtà di questioni e guerre che hanno origini locali: è questa l'opportunità, per i critici dell'America in Israele, di uscire dal sonno dogmatico che l'alleanza esclusiva con Washington impone agli israeliani.

Il sonno dogmatico sacrifica l'esperienza, sull'altare di concetti generali e globalizzanti; non vede il particolare, dunque il reale. Secondo Levy, questo è il vizio dei neoconservatori che da un decennio propugnano un Nuovo Medio Oriente, una rottura netta con le passate politiche israeliane (così s'intitola il documento del '96, A Clean Break). II loro obiettivo: spingere i governi israeliani ad abbandonare la strategia di restituzione dei territori; incitarli a regolare i conti con Siria, Iran, Autorità palestinese; convincerli a cercare un'autosufficienza che spezzi le pratiche del contenimento e della cooperazione internazionale tornando ai vecchi equilibri di potenza. La cosa più esiziale è stata quando questa visione s'è intrecciata con quella degli evangelicali in cui Bush si riconosce. Gli evangelicali americani sono filoisraeliani solo in apparenza. Nei loro affreschi messianici la nazione ebraica deve disporre di territori possibilmente vasti, per poter accogliere il secondo avvento di Cristo. Un avvento non promettente per gli ebrei: nei Tempi Finali Israele sarà convertito, distrutto. Anche per gli evangelicali Israele è un mezzo, non un fine.

Chi aspira all'uscita dal sonno dogmatico chiede passi politici sostanziali anche se scabrosi, per il Libano. Chiede che si negozi col nemico (fu Rabin, a dirlo, dopo gli accordi di Oslo nel '93: "Con chi dobbiamo negoziare, se non con il nemico? La pace non si fa con gli amici!"). Chiede il ritorno alla diplomazia, alla restituzione delle terre, e se la guerra è necessaria che sia la Ia continuazione di una politica, non di una non-politica. L'uso americano d'Israele è un male che può rivelarsi grande, ed è la ragione per cui Segev e altri sperano disperatamente nell'Europa: "La spinta su Israele perché eserciti autocontrollo non viene più da Washington, ma dagli europei". Il senso delle realtà locali sono gli europei ad averlo. Bisogna negoziare con Iran, con Siria: gli europei ne sono convinti e sapranno farlo. La maniera in cui Israele viene adoperato (come non-persona) è utile a tutti coloro che si sentono orfani di lotte ideologiche fra bene e male, fra destra e sinistra. Israele è pedina dispensabile, in quest'ordine del giorno interamente occidentale.

"Anche se l'America conquistasse l'Iran, a Israele ,resterà pur sempre l'obbligo di vivere accanto ai palestinesi", spiega Segev. Il che vuol dire: Israele deve capire di cosa è fatto l'odio Hezbollah in Libano, deve distinguerlo da quello di Hamas nelle terre occupate, deve tener conto che la Siria reclama con ragione la restituzione delle alture del Golan. Hezbollah è una malattia, difficilmente estirpabile perché non è solo una cellula terrorista: in Libano è al governo e ha un'agenda politica, si occupa di sanità, e scuola in regioni povere, è profondamente scontento per, come gli sciiti sono emarginati, nonostante l'alta loro forza demografica (40-50 per cento della popolazione. Gli equilibri attuali si basano sul censimento del 1932, che premiava sunniti e cristiani). Secondo Robert Pape, studioso di terrorismo a Chicago, il partito di Dio è proteiforme, raccoglie tutti coloro che 'hanno combattuto i 18 anni d'occupazione israeliana. Nel suo libro sul terrorismo, ha studiato da vicino il profilo di 38 Hezbollah kamikaze: "Ho scoperto che solo 8 erano fondamentalisti islamici. 27 appartenevano a gruppi di sinistra (Partito comunista, Unione socialista araba), 3 erano cristiani, tutti erano libanesl" (New York Times3-8-06. il libro s'intitola: Dying to Win, Morire per Vincere, Usa 2005):

Studiare più da vicino e non da lontano: uscire dai sonni dogmatici comincia così, aiutando davvero Israele. Ed è significativo che siano studiosi di terrorismo come Pappe a mostrare la strada. O come Jessica Stern, che suggerisce di non mescolare Iraq e Libano, guerra globale anti-terrore e guerre locali: "Gli errori fatti su un fronte guastano l’efficacia nell'altro, anche perché gli eventi (Guantanamo, Abu Ghraib, Cana) vengono filmati, confermando l'idea che l'Occidente stia combattendo una guerra contro l'Islam" (The Boston Globe, 1-8-06). Da questo punto di vista, scrive Stern, i terroristi hanno vinto. Il Gihàd è divenuto una "moda globale", non diversa dai violenti ritmi del gangsta rap: si nutre di bambini morti, di risentimento, pervadendo le zone di conflitto come le città d'Occidente. Ignorare questi pericoli è sonno dogmatico.

Lo dice Thomas Friedman, che approvò la guerra in Iraq e ora invita a riconoscerne il fiasco. Essa ha moltiplicato il terrorismo, ha irrobustito l'Iran suscitando negli sciiti una sete di rivincita mondiale, e ha lasciato solo Israele. Dunque oggi non resta che trattare con l'Iran oltre che con la Siria, "così come la Gasa Bianca trattò nel 2003 con la Libia" (New York Times 2-8-06). Non si può ottenere da Ahmadinejad la rinuncia all'atomica, e al tempo stesso tener l'Iran sotto tiro. Bisogna dargli precise garanzie di sicurezza, simili a quelle date Gheddafi. Bisogna instaurare con Teheran ,una guerra fredda, fondata sul suo contenimento anziché sul suo arretramento forzato (roll-back). Si dirà che il comunismo sovietico non colpiva come oggi vengono colpiti Israele e Occidente. Ma l'Urss non aggrediva alla maniera di Hezhollah perché contenimento e dissuasione avevano funzionato, non perché esistessero buone condotte da premiare. È questa dissuasione che oggi non funziona e per questo Washington barcolla come un ubriaco, fra la brama di abbattere regimi avversari e il desiderio - limitato ma più praticabile - di modificare i loro comportamenti.