Maurizio Tomba

            Passandoti accanto

                    (song in tempi 3)               

 

 

Meriterebbero più commenti i versi elegiaci (ma non solo) di Maurizio Tomba, un poeta che da tempo ci manda proposte di inserimento e che vediamo felicemente "crescere", se così si può dire, dai tempi del Premio Turoldo 2004 e dalle toccanti "poesie per Duba".

Se dovessi descriverli con un'immagine, direi che i versi di Tomba evocano spazi e lontananze spazio-temporali, come nella musica di Rimskij-Korsakov.  C'e una sottile pena, che peraltro non si lascia mai cogliere esplicitamente e si discioglie anch'essa in uno sfumato orizzonte onirico, come nei quadri di Chagall.  Nella accorata composizione che presentiamo in questa pagina e che il poeta definisce in modo minimalista (ma non senza una certa ironia) "Song", il verso si carica di pathos e di trasporto lirico, trasfigurando il tema (che è di tipo etico filosofico) in una fantasmagorica allegoria di immagini, come capita nel linguaggio del sogno.  Se dunque è corretto (ed io ne sono convinto) il riferimento a una specie di "sogno da svegli" per questa poesia, è conseguente il fatto che il linguaggio non cerca l'ermetismo ma descrive una visione, non si basa su una qualsivoglia logica linguistica e tanto meno su una teoria ma su un'ansia espressiva, un'impellenza che giunge fino all'afasìa, pur nell'adozione di un metro tranquillo e corto (perlopiù settenari) ma non concitato.  Se il sogno è del poeta,. nostra e personalissima è l'interpretazione e, qui specialmente, il personale ascolto, la calma rivisitazione ed interrogazione del testo, perché si faccia nostra "poesia".

 

 

I

 

Ecco che è venuto

il tempo che non torna,

l’aurora profonda

dei pesci guizzanti

fra le mille uova disperse.

 

Ecco ecco – fratello,

la mia memoria è sangue,

tamburi le mie orecchie.

 

Ecco ecco - fratello,

nella pancia mi nasce

il cuoricino piccolo

della materna lingua.

 

 

 

II

  

Ma tu, cara, prima di ogni strada,

se le maree vorranno,

un’isola avrà il tuo nome.

Un vento azzurro roteando

raccoglierà i groppi bizzosi

e drizzerà ulivi di nuvola

e di chiome nell’altissimo,

Se le maree si placheranno.

Se tacerà la lotta che tutto sprofonda

nel buio cavo dell’esistere mozzo

diviso, e invisibile, e niente.

Se nell’attimo perfetto

in cui mite una mano di luce

calda porgendole

al pettine delle spiagge

ne prosciughi anche l’eco in grido

di cupo silenzio nero tramato

di luce purissima,

alleluia, allora, alleluia

fratello - ché vano non fu

il piccolo cuore del tuo se,

capostipite sorpreso,

inconscio fecondissimo progenitore

del dolore nostro fra i marosi e le stelle…

 

 

 

III

 

E prima di ogni strada

si sappia dunque

e dopo le parole e tutto

ciò che le sovrasta:

non nascondiamoci ancora

ciò che non sapremo,

e diamoci ciò che non avremo.

 

Regala tu, dunque, a chi

sbrana una fame di vento

come altari  fioriti quegli occhi

che altrove rilucono,

sgorgati dal sangue

che la perla ne incastona.

 

Poi me ne andrò.

Vuoti di te, fuori di me,

i tuoi occhi mi cercano sempre altrove:

senza colpo ferire, io là cercherò.

Tutto ci allontanerà.

Per niente, niente saremo.

E tu regalami di sentire

la mano tua su me

Poi me ne andrò.

Tutto ci allontanerà.

Per niente, niente saremo,

 

Ma il cieco volto mio lascia

che io disperda

sul letto dolce di quel niente di te.