Mia Lecomte (a cura di)

            Ai confini del verso

                     Poesia della migrazione in italiano

                                           Ediz. Le Lettere, 2006

 

 

 

 

Venti poeti, alcuni di primo piano e non solo in Italia sono compresi in questo notevole volume, anche nella mole (233 pagine), edito  dalla casa editrice Le Lettere di Firenze, curato dall'ottima Mia Lecomte, con l'acuta, come sempre,  postfazione  di Franca Sinopoli.  Inutile dire che è impossibile tentare una lettura critica del testo o cercarvi un qualsiasi elemento, poiché si tratta di autori molto diversi fra loro, per ovvi innumerevoli motivi.  Si tratta insomma di una antologia, la cui ragione di unitarietà sta nella scelta linguistica, ossia la lingua italiana, che non è madrelingua per nessuno di questi poeti.  Ne consegue che ogni scrittura è al tempo stesso anche una personale interpretazione della lingua italiana, il risultato di uno studio (la maggior parte di questi scrittori ha conseguito una laurea presso un'università italiana, come l'albanese Hajdari che si laurea alla Sapienza in Lettere moderne), di una esperienza professionale (come nel caso di Arnold de Vos, che è traduttore e laureato anche in lettere italiane) o per semplice pratica in vari ambiti della cultura, che vanno dal giornalismo alla sceneggiatura, all'insegnamento. ecc.  Pertanto, l'elemento che rende forse anomali questi testi, specie alcuni, rispetto alla nostra poesia contemporanea, è proprio il modo diverso di rendere il messaggio poetico, nei temi, nella sensibilità, in quel back-ground cognitivo e culturale che pur emerge sensibilmente specie negli autori di cultura araba o africana.  La lingua, mi pare, è usata da tutti in modo più che dignitoso, a volte raffinato; si capisce pertanto che è una scrittura "straniera" non certo da improprietà linguistiche, ma appunto dagli elementi culturali e di diversa sensibilità presenti nel messaggio poetico.

Siamo dunque davanti a un prezioso strumento di confronto, a una miniera di stimoli, a tracce, piste che ci vengono mostrate, praticabilità nuove, modi diversi di scrivere che possono stimolare il poeta italiano nativo, rinnovare e ampliare le prospettive della sua scrittura.  I poeti italiani, per la maggior parte, non sono molto attenti alla poesia straniera, fatta eccezione per quella anglofona e per alcune forme che hanno incontrato un successo imprevisto, come l'haiku - successo che a mio avviso è dovuto non soltanto a motivi letterari.  I nomi più conosciuti della poesia italiana contemporanea sono saldamente orientati ai modelli tradizionali, che vanno da Dante a Montale.  I metri dominanti sono ancora l'endecasillabo e il settenario e i verso, anche libero, tende a produrre un'entità estetica autonoma.  Nella nostra sensibilità passa in secondo piano la poesia come ontologia a vantaggio della poesia come forma.  Questi poeti però sembrano curarsi poco di tutto questo e sembrano mirare di più all'espressione di quel complesso moto personale che chiamiamo "poesia" e che esprimiamo con le parole.  Non ha senso, in quest'ottica, interrogarsi sull'appropriatezza dei lessemi ad esempio, e concludere che certe parole non vanno usate in poesia perché sconvenienti, troppo gergali, poco "alte".  Questo ragionamento non è congruente per una poesia che vuole sporcarsi le mani con il quotidiano, con l'impoetico, con la tribolazione e i sentimenti negativi (anche quelli, infatti, sono nostri...).  Chi è costretto ad espatriare, chi ha visto la morte in faccia, chi ha subito umiliazioni di ogni genere, chi è costretto a non parlare il suo idioma (che spesso non è neppure scritto ma solo orale), chi manca di un totem protettivo che è la sicurezza di almeno poter tornare quando vuole là dove sono le proprie radici e ritrovare il contesto generativo che l'ha fatto fiorire al mondo, a tutti costoro poco importa dell'afflato lirico e dei toni alti.  Hanno bisogno di dire un "Io" e di sentirsi rispondere da un altro "Io" per sapere di esistere, anche come poeti.  Tendono dunque ad esprimere una poesia ontologica, che coincide con l'essenza del loro essere, senza un preciso palinsesto culturale che in qualche modo orienti e insieme condizioni il loro dire.  E se le cose stanno così, ecco che il poeta italiano nativo può ricavare da questo libro una enorme mole di stimoli sui quali riflettere per migliorare la sua stessa poetica e trovare altri motivi di ispirazione.

 

Di ogni autore vengono presentati alcuni testi significativi, una breve nota bio-bibliografica e la motivazione che li ha spinti a scrivere in lingua italiana.  Anche da questo punto di vista perciò questa antologia mi pare particolarmente curata e capace di rendere più vicino a noi l'autore stesso, le sue ragioni artistiche ed esistenziali.