Alfonso Benadduce

            Libercolo dell'onta

                    LietoColle, 2006               

 

 nota di G. Lucini

 

Sembra ispirarsi al celebre Le memorie del sottosuolo questo scritto di Benadduce, giovane e aggressivo autore teatrale ormai conosciuto al grande pubblico, nel quale il protagonista, ma con più foga che nel romanzo di Dostoewskij (ma più che il grande russo questa foga ricorda Carmelo Bene), si compiace morbosamente della propria autodistruzione, del proprio autoannichilimento, dopo ovviamente aver annichilito ogni possibile forma di vita attorno a lui.  Il tratto saliente del carattere del protagonista di questo romanzo, a suo modo, o racconto per flash di un proprio perverso (rovesciato) mondo interiore, è la negazione, il tratto autolesionista e insieme paranoide, l'insofferenza se non il terrore per i sentimenti positivi - l'amore innanzittutto - per il gesto gratuito.  L'ambiente nel quale si svolge questa selvaggia vicenda è una enorme casa, l'abitazione dell'unica superstite parente del protagonista, una mite e tranquilla zia di campagna, sui sessant'anni, che ormai ha fatto della grande villa la sua ragione di vita, spendendovi tempo ed energie per tenerla ordinata, linda, ridente, tranquilla.  La nera psicologia del nipote vi si insinua prima quasi di soppiatto, poi in maniera sempre più prepotente e distruttiva fino alla totale dissoluzione di questa armonia, parallela a una dissoluzione, a una devastazione mentale assoluta e irreversibile del protagonista, ben peggiore della stessa schizofrenia, in una specie di "crescendo" senza requie, inarrestabile dalla stessa morte.

Al di là del racconto resta la metafora.  E' infatti quasi ovvio l'accostamento dell'archetipo "casa" con la realtà della mente, della psicologia e, d'altra parte, il parallelo procedere del degrado esteriore con il degrado interiore del personaggio, ne è un'indiretta conferma.  Il protagonista sa magnificamente suscitare ogni forma di irrisione, di ribrezzo, di disappunto, effetto che ovviamente è voluto dall'autore ma, io credo, col preciso scopo di insinuare nella sua mente l'idea di un confronto, di un rapporto con la stessa psicologia del lettore, o forse con un collettivo psicologico, con una psicologia del rimosso che i narratori moderni non descrivono spesso (argomento che non procura molti consensi e peraltro non fa cassetta, non incrementa le vendite).  Il libro di Benadduce sembra insomma scritto per farsi odiare, per far odiare il suo protagonista, ma, alla fine con fine cinismo giunge allo smascheramento, a suggerire l'idea che quello che stai leggendo sei tu stesso, il mondo nel quale vivi.  Ma ovviamente un libro così complesso può avere molte altre chiavi di lettura.  Una, molto acuta, ce la suggerisce l'ottima Silvia Bre nella sua nota finale a pag. 61:

"Di nessuno è questo libercolo se non di quelli che senza saperlo se lo portano da sempre, come per una nascita sgraziata.

lo l'ho visto di persona vagare come un dannato da una sponda a un'altra, respinto da chi, non potendosene appropriare, se ne è tenuto alla larga come si fa con una nave di appestati. È stata una visione esemplare. Noi si rideva.

Ora, per errore, risulta pubblicato. Un guanto ben bene rovesciato si è gettato da solo contro la vita per azzerarla. Con mezzi di mirabile fortuna l'onta è stata dichiarata.

A partire da essa, dall'urlo di chi non si voleva vivo e subisce, tutto potrà essere detto. La scena è stata ripulita, e il delirio di esistere può spaziare nel vuoto che si merita: una tabula rasa da cui la fenice del senso, come dopo un teatrale capitombolo, non sembra volersi sollevare."

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Da Libercolo dell'onta

 

Ho un cadavere in corpo

 

Cominciai a reagire, ad amare nuovamente i colori di un tempo.

Stanco di esprimermi meramente per comunicare, avevo finalmente voglia di parlare e lo facevo. Prima vestivo a caso, senza interesse, portavo addosso solo una maglia riconoscibile a darmi forza, a non farmi ammettere di essere inattivo. La maggiore necessità era quella di non averne alcuna.

Cercavo una qualche neutralità, convinto com' ero che fosse vita ciò che esisteva senza alcun impegno a farla esistere, che riuscire a posarsi sopra la vita con apparente indifferenza fosse la grandezza del vivere. Un dolce vivere nell'illusione di assecondare la vita e così sopraffarla.

 

Seguivo i passi in qualunque direzione. Ero solo tragitto, non avevo meta ne bisogno di andare. Mi trovavo sempre ineluttabilmente nella meta, movendomi da un posto all'altro, impossessato.

 

Un'antipatia profonda provavo. Odiavo tutto. Non disponevo di alcuna occasione di rifugio. Odiavo il possibile rifugio, me che ero da rifugiare. Il rifugiare stesso, tassello del tutto, era cosa da odiare.

 

Nella mancanza assoluta di pace ho pensato ovviamente alla morte e ancora detestavo.

 

Odiavo di detestare, di accorgermi di stare a detestare, di stare - incappavo ancora nel tutto che odiavo. Disperazione amara di non poter far nulla per averla vinta ma avere la smania di lottare, possedere interesse a farlo.

 

 

Casa chiusa

 

Mi risvegliai ancora. Ero sul solito bordo dei gradini. Tutto intorno era denso, di un fosco losco che quasi mi si annebbiava il cuore. Rimpiansi come non mai di non essere privato in modo conclusivo degli attimi. Di nuovo mi riebbi, rividi lo scalone di antica fattura: ancora ero io, l'eroe, a essere in quel luogo.

 

Ma prima di destarmi da quei divini angoli legnosi, decisi di rischiare oltre, di fermarmi in quella impareggiabile brughiera, dura rampa inaccogliente e scura: in guerra contro dio.

Statua ero immobile a ignorare il sangue e miriadi di pensieri planavano sugli occhi semimorti: e avrei voluto che fossero avvoltoi e avrei voluto che un lupo mi mangiasse.

 

Ubicato in quel meandro assente, coglievo le amarezze degli svantaggi e le erosioni delle bellezze, ero posseduto dallo sconcio desiderio di permanervi, giacervi, restando steso, avvinghiato a chi non c'è.

I..;ardore spudorato per l'ignoto mi ha da sempre coinvolto, da capo a piedi, sborniandomi di voluttà e di arrogante assalto. Non mi ribello a ciò che dell'anonimo mi è sconosciuto, spio e contemplo, detesto e mi disgusto ma niente oltre, neppure e soprattutto quando dono il me stesso e gli altri agli altri. Fare di me una casa d'appuntamenti, questo il mio sovrumano caos. Essere smantellata, aperta, libera dal desiderio e sua vittima durevole.

Tanti, tanti gli incontri nella mia isteria, vili gli approcci, bieche le frodi. Ampi, ampi i colpi e le erotiche aspersioni, salato il piacere, bollenti le fughe.


 

Ma lì, quando oltre l'assenza non v'è che altra assenza, come risolvere la questione delle evasioni? occorre affrontare il vivere? l'esserci? con schiamazzante coraggio? umile coraggio? silenzioso coraggio?

 

Di contro, io carnefice di me, posso narrarmi entità di un energia insolita, massiccia, possente. La mia devozione più estrema riconducibile interamente al desiderio di affondare nei miei desideri, al bisogno di far fronte ai miei bisogni. Immettermi spavaldo in mondi inediti o illusoriamente tali. Inesplorati.

Ogni cosa si sbroglia al fine di essere un'indagine, uno sbandamento.

 

Scesi nelle mie pericolose distanze, non appena adocchiai il quieto vivere.