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Lettera aperta ai colleghi poeti
Cari amici miei, noti sconosciuti, dal silenzio e dalla noia conseguenti l'erotica carezza di una sega circolare - e perciò in consapevolezza nuova di tempo che scorre a rilento, fra corali di Bach e il martellarmento carogna all'anulare sinistro - mi levo lo sfizio di lallare e cantare a pieno sangue come gli ubriachi nelle notti estive di paese e tenterò di stuzzicare il coro d'ululati che tali romanze fomentano sotto cupole di stelle; a mie spese, in solido - che sarebbe il solito vostro lavorar di reni e sgusciare di sguincio nel no comment evitando un catartico "Lucini è pazzo e non capisce niente di poesia" che subito si affaccia ad ogni sana mente leggendo le stramberie di un poeta monco - (seppur momentaneamente). Dirò - posto che siamo in tema di sangue - che il sangue ha un bel colore vermiglio - e questo già cantammo nei versi - ma versato sul cemento del passo condominiale fa senso, s'aggruma, cambia colore e s'annera in poco tempo e se piove in pochi giorni fa parte del tutto, svanisce lentamente come il disappunto del poeta monco. Rimane pertanto la noia, la lettura le lunghe fughe in rete alla ricerca di un verso decente; ma non trovo niente che esalti - di nuovo, di vero. C'è chi sempre si lamenta per la frégola e ricanta all'amorosa la solita piva dalla vecchia cornamusa slabbrata di un secolo fa, c'è l'intelligente ironico che stuzzica en passant ma insistente vizi e rivizi stuzzicati da Marziale o da Orazio qualche millennio fa, c'è l'elegante che ricama prosodie e rimartella dolcemente un vecchio rap manzoniano, o un Petrarca un vecchio sublime Dante - ma vecchio - un Verlain fuori tempo, un Montale riuesumato sul quale ricama la storia inventata del suo intimo niente, un narciso che si coccola e si ravviva il ciuffo, un vate (quelli poi) che col dito (ahia!) puntato al cielo catalizza le saette di Dio. E simile ciarpame sul quale i critici boccheggiano come pollastri agonizzanti. E per il bene che mi voglio risparmierò il vostro nome e il mio ma vivaddio se qualcosa mi muove a scrivere da monco questa lettera che ormai si dilunga in una gaffe sempre più devastante sarà un qualcosa di parente col sangue, col cemento, e non col niente che stride e si lamenta palpitando sul monitor... Eppure la parola non è niente - siamo tutti d'accordo - è veleno, medicina, può avere il colore del sangue, la voce d'una musica, il soffio del vento che asciuga il sudore delle nostre fatiche. La parola è da sempre nostra amica: anche quando uccide è veicolo di riconoscimento. Ma di fronte al macello dei vivi, a ciò che sappiamo e non sappiamo dei tanti macelli nel mondo, di fronte al dolore inflitto dalla nostra squalifica, di fronte al silenzio per l'ingiustizia e l'enfasi sulla notizia per una Juve in serie B o un attentato immaginario allo stile di vita elisabettiamo noi passiamo la mano, ci rifugiamo nei nostri mondi incompresi e incomprensibili se scriviamo è quasi per dovere kantiano a margine della cronaca, ridiciamo l'orrore senza credere, emuliamo lo sdegno, siamo freddi, siamo sazi, scriviamo per gli evasi per gli sradicati dal reale, per i ciechi, i sordomuti nel linguaggio astratto dei segni, senza voce, senza corpo a mimare ciò ch'é scritto - siamo vento forse che sostiene nuvole e piume. Siamo nuvole in calzoni. "Ecco, ci risiamo - dirà qualcuno - il solito pesante Lucini che si macera sensi di colpa cattolicamente che vuol mischiare l'impoetico al poetico rimacinare la notizia che - si sa - invecchia giorno per giorno. A che pro storicizzare la poesia nella cronaca incatenarla all'evento lei che è sola essenza libertà?" Lo confesso, ho ecceduto nel delirio agostano, per il dolore che mi tormenta il dito associato all'ubbia sanguigna nella noia scandita dal coro bachiano, ne convengo, è giusto rispettare la libertà della poesia la sua sensibilità così attenta a colludere col gusto del lettore rimboccargli le coperte prima di spegnere per sempre il lume nella stanza. A voi l'onore di salvare il salvabile, di assicurare ai posteri una letteratura, a me basta cantare ubriaco di sciagura nella notte scomposta d'agosto rigata di stelle cadenti rispondere al lamento cani che mi rispondono dolorando fino al mattino finché mi sarà data la notte in quest'atomo opaco del male.
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