Gianmario Lucini

            Lettera aperta ai colleghi poeti

                                   

 

 

 

 Cari amici miei, noti sconosciuti, dal silenzio

e dalla noia conseguenti l'erotica carezza

di una sega circolare - e perciò in consapevolezza

nuova di tempo che scorre a rilento,

fra corali di Bach e il martellarmento

carogna all'anulare sinistro -

mi levo lo sfizio di lallare e cantare a pieno sangue

come gli ubriachi nelle notti estive di paese

e tenterò di stuzzicare il coro d'ululati che tali romanze

fomentano sotto cupole di stelle; a mie spese, in solido - che sarebbe

il solito vostro lavorar di reni e sgusciare di sguincio nel no comment

evitando un catartico "Lucini è pazzo e non capisce niente

di poesia" che subito si affaccia ad ogni sana mente

leggendo le stramberie di un poeta monco - (seppur momentaneamente).

Dirò - posto che siamo in tema di sangue -

che il sangue ha un bel colore vermiglio - e questo

già cantammo nei versi - ma versato

sul cemento del passo condominiale fa senso, s'aggruma,

cambia colore e s'annera in poco tempo e se piove

in pochi giorni fa parte del tutto, svanisce

lentamente come il disappunto del poeta monco.

Rimane pertanto la noia, la lettura

le lunghe fughe in rete alla ricerca di un verso

decente;

ma non trovo niente che esalti - di nuovo, di vero.

C'è chi sempre si lamenta per la frégola e ricanta

all'amorosa la solita piva dalla vecchia cornamusa

slabbrata di un secolo fa, c'è l'intelligente

ironico che stuzzica en passant ma insistente

vizi e rivizi stuzzicati da Marziale o da Orazio

qualche millennio fa, c'è l'elegante

che ricama prosodie e rimartella dolcemente

un vecchio rap manzoniano, o un Petrarca

un vecchio sublime Dante - ma vecchio -

un Verlain fuori tempo, un Montale riuesumato

sul quale ricama la storia inventata

del suo intimo niente, un narciso che si coccola

e si ravviva il ciuffo, un vate (quelli poi) che col dito

(ahia!) puntato al cielo catalizza le saette

di Dio.  E simile ciarpame

sul quale i critici boccheggiano

come pollastri agonizzanti.

E per il bene che mi voglio

risparmierò il vostro nome e il mio

ma vivaddio se qualcosa mi muove

a scrivere da monco questa lettera che ormai si dilunga

in una gaffe sempre più devastante

sarà un qualcosa di parente col sangue, col cemento,

e non col niente che stride e si lamenta

palpitando sul monitor... 

 Eppure la parola non è niente - siamo tutti d'accordo -

è veleno, medicina, può avere il colore del sangue,

la voce  d'una musica, il soffio

del vento che asciuga il sudore

delle nostre fatiche. 

La parola è da sempre nostra amica:

anche quando uccide è veicolo

di riconoscimento.

Ma di fronte al macello dei vivi, a ciò che sappiamo

e non sappiamo dei tanti macelli nel mondo, di fronte al dolore

inflitto dalla nostra squalifica, di fronte al silenzio

per l'ingiustizia e l'enfasi sulla notizia

per una Juve in serie B o un attentato immaginario

allo stile di vita elisabettiamo

noi passiamo la mano, ci rifugiamo

nei nostri mondi incompresi e incomprensibili

se scriviamo è quasi per dovere kantiano a margine della cronaca,

ridiciamo l'orrore senza credere,

emuliamo lo sdegno, siamo freddi, siamo sazi,

scriviamo per gli evasi per gli

sradicati dal reale, per i ciechi, i sordomuti

nel linguaggio astratto dei segni, senza voce, senza corpo

a mimare ciò ch'é scritto - siamo vento

forse che sostiene nuvole e piume.

Siamo nuvole in calzoni.

"Ecco, ci risiamo - dirà qualcuno - il solito pesante

Lucini che si macera sensi di colpa

cattolicamente

che vuol mischiare l'impoetico al poetico

rimacinare la notizia che - si sa - invecchia

giorno per giorno.  A che pro

storicizzare la poesia nella cronaca

incatenarla all'evento

lei che è sola essenza

libertà?"

Lo confesso, ho ecceduto nel delirio

agostano, per il dolore che mi tormenta il dito

associato all'ubbia sanguigna nella noia

scandita dal coro bachiano, ne convengo, è giusto

rispettare la libertà della poesia

la sua sensibilità così attenta

a colludere col gusto del lettore

rimboccargli le coperte

prima di spegnere per sempre il lume nella stanza.  A voi l'onore

di salvare il salvabile, di assicurare ai posteri

una letteratura,

a me basta cantare  ubriaco di sciagura nella notte

scomposta d'agosto rigata di stelle cadenti

rispondere al lamento cani che mi rispondono

dolorando fino al mattino

finché mi sarà data la notte in

quest'atomo opaco del male.