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Silenzio con variazioni LietoColle, 2006
Nota di Gianmario Lucini
Hanno la stessa ineffabile e spasmodica ricerca di armonia
che troviamo nei quadri di Vermeer questi enigmatici lavori del giovane
Mastropasqua Tutto questo potrebbe lasciarci interdetti (e un po' ci lascia), con l'impressione di avere per le mani una silloge un poco scentrata dal suo tempo, come "La suonatrice di chitarra", di Vermeer appunto, è scentrata nella tela. Ma ci fa anche concludere che la poetica di Mastropasqua, a suo modo, pur fiorente di immagini, di metafore, di ogni possibile apparato di mestiere - e non solo tradizionale ma anche inventivo - in realtà punta a una musica più che a una prosodia, a una misura più che a una lingua. E' come se le parole fossero note che debbono prendere il colore da una direzione melodica, piegarsi a strumento orchestrale chiaro o cupo a seconda dell'intimo fluire di questo canto. Ecco il silenzio, lo stesso silenzio che ha dipinto Vermeer nelle sue tele, forse troppo perfette e per questo un po' statiche. Da qui anche la fatica che il lettore alla ricerca di senso (come chi scrive) potrebbe provare nel tentativo di risolvere e chiarire i numerosi enigmi verbali, quel quid di mistero o i trasalimenti di certi toni (come la luce nei quadri di Vermeer...), che spiazzano anche menti allenate all'intuizione e a decodifiche azzardate. Ma ovviamente dall'artista non si pretende il compiacere alle nostre attese (così almeno dovrebbe essere) e pur nella divergenza di opinioni come è comprensibile nel campo dell'arte, si deve riconoscere i meriti evidenti. E noi riconosciamo senza ripensamenti a questo giovane poeta una scrittura alta e ben saldamente posseduta, un'evidente competenza, una musicalità accattivante, una straordinaria capacità di creare atmosfere e ambienti e farli interagire con la dimensione del profondo.
Giampaolo G. Mastropasqua: da Silenzio con variazioni
AIfa
Nell'ottobre di un arbusto indelebile quando amavo soppesare i fantasmi smascherando i lenzuoli più bianchi per scoprire la forma dell'aria, nella gabbia dei miei sette anni sbarre di vento e marzapane la mente sgroppava allegria distesa sui papaveri ninna nanna.
L'albero
Sono solo quest'aria che respiro pura e bestiale come un quadro mai dipinto mi arrampico per cadere, cado per arrampicarmi su quest'albero immenso che qualcuno partorì. Le strade sono anguille, foglie di carta le città, l'uomo è scomparso in una scatola eppure qualcosa sotto corteccia qualcuno risponde, perde lacrime, atomi... si allenano vite accartocciate, onde troppo alte, se questo salire fosse sprofondare, divorare? Incido le iniziali sulle rughe di bimbo nel silenzio violento di un padre impagliato anche per oggi ho ucciso abbastanza.
Come vivo sogno
Disteso tra le valli di queste giornate rinsecchite, una vita ferina tra pareti sottili, sale le scale col fiatone dei piani vibra nei miei fratelli il dente del buio libertà randagia in corridoi biancolucidi, assopito tra meraviglie rapprese il passato parlante dipinge il presente con dita di nebbia, in questo parco di cemento, piccoli uomini imparano a dondolare, sull' altalena di una vita, in questo prato di stanze numerate cerco la chiave della porta vera, tra gli occhi socchiusi della serratura un'aquila, vestita da colomba, prende forma e vola limpida nel grigio, tra isole sotterranee di silenzio. Campanelli come rugiada sulle foglie stanche.
L'incontro
Ti ho vista tra pupille di cenere viva camminavi come un ricordo, in fila indiana. Eri Il potevo toccarti come allora sotto la gonna si affacciava l'universo dimentica il mio nome - basta guardarsi. Tutto era uno sfondo, il grigio chiamava le tempie giungevano stanze, vite sfiorate, fiori di buio e noi restavano Il, pietre oscure. Nessuno capì, il silenzio baciava la nuca il tempo aveva mille occhi, scompariva come la terra nella sua tana. Era sera come cento anni fa, eri ancora lì, a guardarmi.
Storia di un amante senza veli
Ti lascio un pugno di mosche nella danza del vetro: piccole ali, sillabe ad alto spin, parole che si decompongono in trasparenza a te schiacciarle o lasciarle in volo non bastano sei corde vocali per aprire la finestra del mutismo devi spalancare la bocca del cielo. Ti lascio un foglio bianco con cui esorcizzare il buio e combattere le ipnosi del tuo tempo. Ti lascio la mia stanza silenziosa e insonne e questi occhi che ti sondarono l'anima furtivamente, in un mattino semplice.
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