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Catasto ed altra specie Fara editore, Rimini, 2006
nota di G. Lucini
La nuova raccolta di Antonella Pizzo, pur se improntata,
come la precedente, nello stile del graffio e dell'improvvisa impennata,
ci sembra però orientata a Rottura che si registra anche nel linguaggio, che cerca una collocazione di confine fra dialogo in prosa e poesia, pronta cioè a sacrificare anche la metrica pur di evitare fraintendimenti. Il linguaggio parlato infatti viene qui usato non tanto per esigenze linguistiche, ma per esigenze di rappresentazione, di realismo. Nel linguaggio stesso sta la chiave per l'interpretazione dell'intenzione poetica e pertanto lo si deve intendere come ipersegno, non nel significato letterale ma nel rimandare a un orizzonte mentale e perché "sta per" questo stesso orizzonte. E' insomma una raccolta felice, che sprizza energia e forza interiore, che ottiene l'effetto desiderato, ossia quello di farci ragionare sul senso del lavoro. La struttura della raccolta e anch'essa una specie di gioco già noto ai poeti: ogni composizione infatti (eccetto la seconda) prende il titolo da un verso o un emistichio della prima poesia. Come a dire che su molte cose ci sarebbe da scrivere, ma che bisogna contenersi, darsi un limite per evitare che l'ansia di dire ci precluda pause di silenzio e ci condanni all'alienazione del dire impedendoci la libertà del sentire, o anche per dare ordine e forma a una materia in sé magmatica, infinita.
Antonella Pizzo: poesie da Catasto e altra specie
Nel I978 Sara portava la treccia Luciana il kilt, io un maglione rosso. Gina cantava e contava, lui faceva il cuoco.
Sognammo nel '90 o giù di lì Cesare, invece, volò nell'agosto '82 e non ci fu niente da fare.
A ciascuno il proprio tempo un volo straordinario radici stritolate nei passi i propri errori i propri giorni, gli anni.
A ciascuno la propria mappa, il mare i propri motivi, i fantasmi le filastrocche, i pensieri gli squilli, i furori le idee, le chiusure, i mobili.
1/ proprio volo, il proprio lavoro l'infinito proprio, il proprio disegno e poi l'approdo, o l'attesa di un possibile riscontro la paura di una perdita delle proprie incongruenza dei languori e di un badge che è ossessione. E gli affetti i vuoti propri, e gli addii fra la schiena e il foglio.
Spesso le carte parlano da sole se ci appoggi l'orecchio puoi sentirei la storia: sono cataste d'atti accertamenti e fatti sono vicende spurie di divisioni nette; lì ci puoi trovare il tempo che bisbiglia il rigo che racconta di una svista che fece il notaio della rabbia che si fece salto poi l'ingiustizia cieca e nel profondo l'urlo nella nebbia, il fosso oltre misura.
Gina cantava e contava
Contare bisogna étagère étagère étagère tre file lunghe di scaffali due armadi a battenti scorrevoli è necessario che si estraggano i dati che si studino intimamente e sorriso se si stagliano cifre se gli zeri ritornano chiari se si stendono su un cielo rigato nell'assoluto verificato.
Lui faceva il cuoco
Aveva solcato i sette mari forse era la Victoria o forse no di sicuro era una nave da crociera faceva la spola dall'Europa all' America una notte ci fu un incendio e bruciò
facevo il cuoco: quando passavamo dal triangolo delle Bermuda andavamo a tutta forza.
Quando m'imbarcavo mia madre piangeva. Le mogli portavano i bambini al porto a guardare le navi che salpavano il cuore si spendeva, le mani si scioglievano in un saluto sottile, in uno spigolo aguzzo (custodivamo il resto nelle tasche) qui non si parte e si vagheggia l'america si lavora tranquilli in una morte lenta quasi indolente.
Un volo straordinario
Non è un sorvolo straordinario ma voglia di un volo a raso muovo in un incedere svogliato in un passo a ritmo preordinato che mi conduce in uno strano pensiero di un prato ad erba voglio germinato.
Radici stritolate
Lievitano e si distendono crepitano e sfrigolano le sento lontane, poi sempre più vicine. fuggo e mi discosto ma chiacchiere m'assalgono per analogia di dolci impasto di frivoli discorsi prendono il posto dei pensieri intorti trucidano idee ancora in boccio chiacchiere bloccano le sinapsi soffocano germogli stritolano radici.
I mobili
Lo scrittoio, la seggiola, la torre, il video il tavolo dattilo stile cleopatra, lo scrittoio metallico spostare i mobili da una stanza all'altra quando il precedente è andato in pensione dividersi la roba, giocarsela a dadi se è il caso. è stata un'eredità contesa: ti lascio i lacci e le imposture la cartella e la nota spesa, il sigma la pinza ed il martello. ti lascio la lente d'ingrandimento così potrai trovare le sviste e le omissioni rimaste appiccicate alle pupille i sorrisi schiacciati in mezzo ai denti un saluto accennato all'angolo del ciglio mattini bofonchi accanto alla macchinetta del caffè.
Un altro volo
Che notizia fu quella, fece scalpore al ponte corse e s'affacciò la gente in linee e linee, in simmetrie esatte scale geometriche misurazioni e censi sulle tavole censuarie nessuna macchia né scapigliatura turbò il tuo turno e né la tua statura. le stadie, i paletti infissi sul terreno, gli ombrelloni in tela olona a rinfrescare la tua strumentazione collaudata e il teodolite sempre. vita in missione di perimetri ed angoli allineamenti a punti fiducia li. ali e volo libero poi sagoma perfetta al ponte nuovo.
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