Antonella Pizzo

            Catasto ed altra specie

                    Fara editore, Rimini, 2006

 

 nota di G. Lucini

 

La nuova raccolta di Antonella Pizzo, pur se improntata, come la precedente, nello stile del graffio e dell'improvvisa impennata, ci sembra però orientata a una nota più serena, ma è soltanto un cambiamento di registro, l'uso della carota invece del bastone, per stigmatizzare e mettere in ridicolo una sorta di piccineria morale, una sorta di perbenismo piccolo piccolo nel quale rischia di scorrere l'esistenza degli individui.  Ecco allora che il lavoro al catasto, il lavoro quotidiano, diventa l'osservatorio privilegiato per un campionario di personalità, con i loro mediocri difetti, la ristrettezza di vedute, il passare la mano e la rinuncia a un ideale o anche a un semplice "seguir virtute e canoscienza" per adagiarsi nel tran tran del quotidiano e per giunta credendo di ingannarlo con piccoli trucchi, passatempi, carabattole e pacchianerie che di fatto diventano il senso, l'occupazione vera, la vita stessa.  E' insomma una vivace messa in discussione di una prospettiva che, nel mondo contemporaneo, sembra lasciata a se stessa - e la poesia stessa, credo, poco o nulla si occupa di lavoro.  Il lavoro può essere realizzazione del proprio "io", ma può essere anche condanna, quando perde senso, diventa ripetitivo, decisamente inutile com'è nella maggior parte del lavoro burocratico, a volte legato a necessità concrete o a norme che ormai non sono più attuali.  Antonella sembra appunto prendere di mira, con un linguaggio leggerissimo e quasi scherzoso, questa rimossa alienazione del "lavoro-condanna", ma l'effetto che ottiene, se si considera e si riflette attentamente sul senso globale della raccolta, è quello dello sberleffo feroce, della presa in giro un po' volpona, del ridere alle spalle facendo finta di essere seri.  Cattivella, pertanto, la nostra autrice e per nulla conciliante.  La sua poesia resta, come sempre e anche in modo così giocoso e appena velato di satira, una poesia impegnata moralmente, di rottura.

Rottura che si registra anche nel linguaggio, che cerca una collocazione di confine fra dialogo in prosa e poesia, pronta cioè a sacrificare anche la metrica pur di evitare fraintendimenti.  Il linguaggio parlato infatti viene qui usato non tanto per esigenze linguistiche, ma per esigenze di rappresentazione, di realismo.  Nel linguaggio stesso sta la chiave per l'interpretazione dell'intenzione poetica e pertanto lo si deve intendere come ipersegno, non nel significato letterale ma nel rimandare a un orizzonte mentale e perché "sta per" questo stesso orizzonte.

E' insomma una raccolta felice, che sprizza energia e forza interiore, che ottiene l'effetto desiderato, ossia quello di farci ragionare sul senso del lavoro.  La struttura della raccolta e anch'essa una specie di gioco già noto ai poeti: ogni composizione infatti (eccetto la seconda) prende il titolo da un verso o un emistichio della prima poesia.  Come a dire che su molte cose ci sarebbe da scrivere, ma che bisogna contenersi, darsi un limite per evitare che l'ansia di dire ci precluda pause di silenzio e ci condanni all'alienazione del dire impedendoci la libertà del sentire, o anche per dare ordine e forma a una materia in sé magmatica, infinita.

 

 

Antonella Pizzo:  poesie da Catasto e altra specie

 

 

Nel I978 Sara portava la treccia

Luciana il kilt, io un maglione rosso.

Gina cantava e contava,

lui faceva il cuoco.

 

Sognammo nel '90 o giù di lì

Cesare, invece, volò nell'agosto '82

e non ci fu niente da fare.

 

A ciascuno il proprio tempo

un volo straordinario radici stritolate

nei passi i propri errori

i propri giorni, gli anni.

 

A ciascuno la propria mappa, il mare

i propri motivi, i fantasmi

le filastrocche, i pensieri

gli squilli, i furori

le idee, le chiusure, i mobili.

 

1/ proprio volo, il proprio lavoro

l'infinito proprio, il proprio disegno

e poi l'approdo, o l'attesa

di un possibile riscontro

la paura di una perdita

delle proprie incongruenza

dei languori e di un badge

che è ossessione.

E gli affetti

i vuoti propri, e gli addii

fra la schiena e il foglio.

 

 

 

Spesso le carte parlano da sole

se ci appoggi l'orecchio

puoi sentirei la storia:

sono cataste d'atti

accertamenti e fatti

sono vicende spurie

di divisioni nette;

lì ci puoi trovare il tempo che bisbiglia

il rigo che racconta

di una svista che fece il notaio

della rabbia che si fece salto

poi l'ingiustizia cieca

e nel profondo

l'urlo nella nebbia, il fosso oltre misura.

 

 

 

Gina cantava e contava

 

Contare bisogna

étagère étagère étagère

tre file lunghe di scaffali

due armadi a battenti scorrevoli

è necessario

che si estraggano i dati

che si studino intimamente

e sorriso se si stagliano cifre

se gli zeri ritornano chiari

se si stendono su un cielo rigato

nell'assoluto

verificato.

 

 

 

Lui faceva il cuoco

 

Aveva solcato i sette mari

forse era la Victoria o forse no

di sicuro era una nave da crociera

faceva la spola dall'Europa all' America

una notte ci fu un incendio e bruciò

 

facevo il cuoco:

quando passavamo dal triangolo delle Bermuda

andavamo a tutta forza.

 

Quando m'imbarcavo mia madre piangeva.

Le mogli portavano i bambini al porto

a guardare le navi che salpavano

il cuore si spendeva, le mani si scioglievano

in un saluto sottile, in uno spigolo aguzzo

(custodivamo il resto nelle tasche)

qui non si parte e si vagheggia l'america

si lavora tranquilli

in una morte lenta

quasi indolente.

 

 

Un volo straordinario

 

Non è un sorvolo straordinario

ma voglia di un volo a raso

muovo in un incedere svogliato

in un passo a ritmo preordinato

che mi conduce in uno strano

pensiero di un prato ad erba voglio

germinato.

 

 

Radici stritolate

 

Lievitano e si distendono

crepitano e sfrigolano

le sento lontane, poi sempre più vicine.

fuggo e mi discosto

ma chiacchiere m'assalgono

per analogia di dolci

impasto di frivoli discorsi

prendono il posto dei pensieri intorti

trucidano idee ancora in boccio

chiacchiere bloccano le sinapsi

soffocano germogli

stritolano radici.

 

 

 

I mobili

 

Lo scrittoio, la seggiola, la torre, il video

il tavolo dattilo stile cleopatra, lo scrittoio metallico

spostare i mobili da una stanza all'altra

quando il precedente è andato in pensione

dividersi la roba, giocarsela a dadi se è il caso.

è stata un'eredità contesa:

ti lascio i lacci e le imposture

la cartella e la nota spesa, il sigma

la pinza ed il martello. ti lascio la lente

d'ingrandimento così potrai trovare

le sviste e le omissioni rimaste

appiccicate alle pupille

i sorrisi schiacciati in mezzo ai denti

un saluto accennato all'angolo del ciglio

mattini bofonchi accanto alla macchinetta del caffè.

 

 

 

Un altro volo

 

Che notizia fu quella, fece scalpore

al ponte corse e s'affacciò la gente

in linee e linee, in simmetrie esatte

scale geometriche misurazioni e censi

sulle tavole censuarie nessuna macchia

né scapigliatura turbò il tuo turno

e né la tua statura. le stadie, i paletti infissi

sul terreno, gli ombrelloni in tela olona

a rinfrescare

la tua strumentazione collaudata

e il teodolite sempre.

vita in missione

di perimetri ed angoli

allineamenti a punti fiducia li.

ali e volo libero

poi sagoma perfetta

al ponte nuovo.