Carmelo Pirrera

            Cronaca

                    Intilla editore, Messina, 2006

 

 

 

 Bene ha fatto a intitolare "Cronaca" questa raccolta, lo scrittore siciliano Carmelo Pirrera, perché oltre che di una silloge si può parlare qui anche di racconto in versi. L'originalità della raccolta no sta però in questo aspetto, ma nell'esito finale che decisamente mette in secondo piano la "cronaca", pure in sé esaurientemente delineata anche se soltanto tramite veloci allusioni, e man mano che la vicenda prosegue acquista i connotati universali della poesia.  Da una parte, dunque, la vicenda di un uomo nel quale la narrazione poetica entra in punta di piedi e con forte partecipazione emotiva (scrive Antonino Rosalia nella prefazione: "La silloge, infatti, è una organica sintesi di momenti della vita di un uomo - molto probabilmente l'autore stesso" [...]), dall'altra, invece, per una sorta di legge della compartecipazione fra autore e lettore, l'intenso vissuto interiore che emerge dal testo, vi troviamo un destino comune, una poesia sull'uomo, una rivisitazione emozionata della vicenda umana, al di là degli elementi narrativi, peraltro non circostanziati.  Aspetto questo ben evidenziato anche dal prefattore. La "scena" immaginaria si sviluppa da un contesto inanimato, l'appartamento del protagonista, che non è più, e lasciando parlare gli oggetti, i ninnoli, i quadri, le fotografie, muta di segno e si fa epopea.  Pirrera dunque dimostra di essere molto abile a sfuggire ai pericoli della poesia al confine con la narrativa (uno dei quali potrebbe essere ad esempio la tentazione di usare un linguaggio prosastico oppure quello di cedere all'affabulazione), e piuttosto sembra voler ricondurre la narrazione alle regole del contesto poetico.  Egli ben sa scrivere, infatti,  come ci è capitato di leggere, anche racconti di poche righe ma estremamente sintetici: ed è quindi anche da una riflessione sulla prosa che deriva questa capacità di sintesi che è propria della poesia.

E' insomma lo sguardo del poeta, non quello del narratore, che caratterizza la scrittura di questa "Cronaca", soffuso di un pathos velatamente crepuscolare, ma in sé modernissimo e stemperato a volte da veloci annotazioni quasi giocose, mantenendosi lontano dall'enfasi e dai tono troppo carichi e come sgravando il dramma (emblematico l'esempio della bellissima 23.sima poesia) dai toni cupi ma anche scontati della tragedia individuale.

 

 

2.

 

Sciacalli bisbiglianti

ci inoltriamo in stanze semibuie

già intime e ora aperte, offerte al volgo

curioso di sbirciare tra rovine

di vite altrui,

tra ninnoli e ricordi di viaggi

cui non partecipammo:

una clessidra

a ricordare il tempo,

podere dove rompersi la schiena,

un pugnale malese,

poi una pIpa

dalla canna lunghissima, un ventaglio,

un tagliacarte dal manico d'osso,

un vecchio bronzo di uomo a cavallo...-

 

ciarpame da mercato delle pulci.

  

 

3.

 

C'era pure un ritratto della madre

- di lei nessuno sa niente,

s'affaccia a guardare con aria stranita,

rispunta tra le carte di una lite

che il tempo non può più sedare.

 

Che suonava l' armonium nella chiesa

lo ricorda qualcuno,

e che cantava

inni sacri alla gloria del Signore;

e si nutriva di letture bibliche,

conversava con Sara e con Isacco,

con Esaù che volle le lenticchie.

E lottava con angeli, a sua volta.

 

Ai ragazzi insegnava l'alfabeto

e a far di conto.

Le diedero persino una medaglia

con l'effigie del re: c'era una volta...

 

 

6.

 

Una sorella?

Mancano ritratti,

solo una lunga storia d'ospedale,

altra odissea di pianto che si tace.

 

Non la cerchi nei vicoli la sera

o nei portoni bui: non la senti

cantare canzoni

né la sorprendi a mostrare

le gambe a giovinastri del paese.

 

Si chiuse, recluse in un sogno

di nebbia rosata, lì affonda:

un' Ofelia

che i vestiti sorreggono sull' acqua

passati gli anni, diagnosi impietose,

la perdita dei denti e dei capelli.

  

 

10.

 

Con questi pesi che ti porti appresso

giri per la città, tutto da solo,

la cattiva coscienza t'importuna:

un vino inacidito dentro l'anima.

 

C'è un bar all'angolo dove ti faranno

la carità di un dito di J&B

e una voce sospira Summer time

portandoti veleni d'oltre Oceano.

 

Le colombe s'inventano Venezia

e tu rianneghi nella tua laguna,

senza violino.

 

La cassiera sorride a una battuta

arguta sul suo seno che è in rigoglio,

ti tratta già da vecchia conoscenza

e niente sa di te, dei tuoi fantasmi.

  

 

18.

 

Per qualche tempo lo ricorderanno

tra i cattivi compagni,

quelli che fanno far tardi la sera

ti introducono al mondo delle femmine

ti rivelano i nomi delle stelle.

 

Per qualche tempo, e poi solo silenzio:

verranno ancora sere,

ancora femmine

 

e stelle senza nome all'orizzonte.

 

Per qualche tempo tenterà resistere

nei sogni di qualcuno

o in discorsi nostalgici d'ubriachi

che dicono i compagni ormai perduti.

  

 

23.

 

Rosa irrecuperabile, la vita.

 

Svendettero i suoi libri, il suo violino

e bruciarono i versi

dove la rondine suggeriva un bivio

e, nell'acquario, i pesci, nuove rotte

tentate

poi smarrite nella notte

in solitari naufragi dell' anima.

 

Tu lo sapevi: ognuno muore solo,

sigillato in un'urna di silenzio.

Le parole rimangono per gli altri,

e ti è fortuna cedere al motivo

d'una canzone antica

 

che sapevi:

 

O creola, creola dalla bruna aureola...