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Cronaca Intilla editore, Messina, 2006
Bene ha fatto a
intitolare "Cronaca" questa raccolta, lo scrittore siciliano Carmelo
Pirrera, perché oltre che di una silloge si può parlare qui anche
di racconto in versi.
E' insomma lo sguardo del poeta, non quello del narratore, che caratterizza la scrittura di questa "Cronaca", soffuso di un pathos velatamente crepuscolare, ma in sé modernissimo e stemperato a volte da veloci annotazioni quasi giocose, mantenendosi lontano dall'enfasi e dai tono troppo carichi e come sgravando il dramma (emblematico l'esempio della bellissima 23.sima poesia) dai toni cupi ma anche scontati della tragedia individuale.
2.
Sciacalli bisbiglianti ci inoltriamo in stanze semibuie già intime e ora aperte, offerte al volgo curioso di sbirciare tra rovine di vite altrui, tra ninnoli e ricordi di viaggi cui non partecipammo: una clessidra a ricordare il tempo, podere dove rompersi la schiena, un pugnale malese, poi una pIpa dalla canna lunghissima, un ventaglio, un tagliacarte dal manico d'osso, un vecchio bronzo di uomo a cavallo...-
ciarpame da mercato delle pulci.
3.
C'era pure un ritratto della madre - di lei nessuno sa niente, s'affaccia a guardare con aria stranita, rispunta tra le carte di una lite che il tempo non può più sedare.
Che suonava l' armonium nella chiesa lo ricorda qualcuno, e che cantava inni sacri alla gloria del Signore; e si nutriva di letture bibliche, conversava con Sara e con Isacco, con Esaù che volle le lenticchie. E lottava con angeli, a sua volta.
Ai ragazzi insegnava l'alfabeto e a far di conto. Le diedero persino una medaglia con l'effigie del re: c'era una volta...
6.
Una sorella? Mancano ritratti, solo una lunga storia d'ospedale, altra odissea di pianto che si tace.
Non la cerchi nei vicoli la sera o nei portoni bui: non la senti cantare canzoni né la sorprendi a mostrare le gambe a giovinastri del paese.
Si chiuse, recluse in un sogno di nebbia rosata, lì affonda: un' Ofelia che i vestiti sorreggono sull' acqua passati gli anni, diagnosi impietose, la perdita dei denti e dei capelli.
10.
Con questi pesi che ti porti appresso giri per la città, tutto da solo, la cattiva coscienza t'importuna: un vino inacidito dentro l'anima.
C'è un bar all'angolo dove ti faranno la carità di un dito di J&B e una voce sospira Summer time portandoti veleni d'oltre Oceano.
Le colombe s'inventano Venezia e tu rianneghi nella tua laguna, senza violino.
La cassiera sorride a una battuta arguta sul suo seno che è in rigoglio, ti tratta già da vecchia conoscenza e niente sa di te, dei tuoi fantasmi.
18.
Per qualche tempo lo ricorderanno tra i cattivi compagni, quelli che fanno far tardi la sera ti introducono al mondo delle femmine ti rivelano i nomi delle stelle.
Per qualche tempo, e poi solo silenzio: verranno ancora sere, ancora femmine
e stelle senza nome all'orizzonte.
Per qualche tempo tenterà resistere nei sogni di qualcuno o in discorsi nostalgici d'ubriachi che dicono i compagni ormai perduti.
23.
Rosa irrecuperabile, la vita.
Svendettero i suoi libri, il suo violino e bruciarono i versi dove la rondine suggeriva un bivio e, nell'acquario, i pesci, nuove rotte tentate poi smarrite nella notte in solitari naufragi dell' anima.
Tu lo sapevi: ognuno muore solo, sigillato in un'urna di silenzio. Le parole rimangono per gli altri, e ti è fortuna cedere al motivo d'una canzone antica
che sapevi:
O creola, creola dalla bruna aureola...
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