La Clessidra 1/2006

                    Edizioni Joker              

 

 

 

Come sempre attenta allo stimolo esce il primo numero del 2006 de La Clessidra, proponendo testi di bravi poeti e una notevole inedita traduzione del semisconosciuto poeta francese Bernard Noël, ad opera di Lucetta Frisa.  Notevole anche, per impegno e competenza (e ampiezza di respiro), il saggio di Gabriele Zani sulla poesia di Giampiero Neri, uno fra i poeti lombardi di spicco.  Anzi, direi che quest'ultimo scritto può essere considerato un riferimento imprescindibile se si vuole approfondire la poetica di Neri, pur tenendo conto che ormai su di lui si è ampiamente scritto e non mancano di certo autorevoli critiche.

Fra le opere in poesia spiccano per il loro piglio leggero e insieme segnato da amare impennate, alcuni inediti di Cesare Oddera (sino ad oggi a noi sconosciuto, ma certo benvenuto...); quattro liriche di Adriano Napoli anticipate da una nota di Francesco Piluso; alcune  (a volte caustiche) quartine di Sandro Montalto, un autore che spazia a 360 gradi, assorbe come un'idrovora, elabora il tutto nel magma incandescente della sua fucina e risputa in forma di libri, prendendoci ogni volta in contropiede; i versi feroci di Massimo Morasso; la prosa lirica di Mauro Germani... e non vediamo scorie, così come in ogni altro numero passato della rivista: la qualità si mantiene sempre alta e anche quando si dissente da una scrittura o da una considerazione critica, non si più mettere in dubbio livello di competenza e di serietà di chi scrive.

Un piccolo problema alla mano sinistra mi costringe a rinunciare a digitalizzare troppi testi: scelgo perciò il poeta che più mi ha colpito e col quale mi sento umanamente in maggior sintonia di vedute, ossia Oddera (e anche perché Oddera non è ancora apparso su Poiein), e mi scuso con gli altri.

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 Cesare Oddera, tre inediti

 

Nemici alleati

 

Lei andava per i venti e aveva voglia di una guerra

Indossava una vestina che le volava via

sui fianchi come la coda di un pavone

Era una vestina tenuta insieme da una cerniera lampo,

e lei metteva in ghingheri la sua coda sul balcone,

e mi chiamava: Se tu salissi, diceva, parleremmo

Se io salissi, risposi, non parleremmo affatto

Se tu salissi lascerei cadere il mio pavone senza vantarmi

Se io salissi potresti, con quel ventaglio, darti fin troppe arie

Mise il sale sulla coda e il pepe sulla mia, e io salii

Avevo servito il mio corpo in centinaia d'altre guerre

ma ancora ne sentivo il bisogno

Salendo ricordai altre battaglie, momenti gloriosi

Vecchie ferite facevano il solletico, prudevano dolcemente

Il sangue mi chiamava

Non durò molto

Fu una guerra lampo

La cerniera s'inceppò

 

 

 

Briciole ad Anna

 

Non costava caro nutrire una qualche speranza

Le mie speranze mangiavano come uccellini

Anna pure masticava la poca mollica rimasta sul tavolo,

ne faceva palline e c'imboccava al balcone

i passeri perduti degli anni a venire

Era l'estate del novantotto

e la sterminata bandiera del tempo,

triste da levare il respiro, sventolava per altri altrove,

in posti privi di vento

Il fiato era corto

Il passo era lungo

L'etichetta una smorfia d'ombre lungo il muro

La luce un neonato piangente

Ci davamo alla magia

E oggi ancora, quando scrollo via dalla tovaglia

il ricordo contento di quei giorni di cortesia

il mio pensiero va a loro, quel pianto di luce,

le mie speranze di allora

Le mie briciole ad Anna

Così sia sempre

 

 

 

È morto Ferruccio

 

È morto Ferruccio

La notizia l'ha data anche il giornale

con cui amava coprirsi ai tempi quando si fantasticava

su chi tra noi avrebbe fatta quella fine

È morto per la seconda volta, ma questo il giornale non lo dice

La prima volta fu in un campo crucco - era il '44 o giù di là

e il giornale non dice nemmeno questo

Così come non dice che Ferruccio lascia un paio di bottiglie

e un angolo vacante in un atrio di stazione

e che né le bottiglie né il posto

rimarranno a lungo senza un padrone

Non c'è niente di niente sul giornale,

solo le iniziali e la data dello scorso venerdì

Eppure la gente si fermava a leggere il giornale su Ferruccio,

la gente era felice e Ferruccio era felice,

persino la faccia del presidente pareva interessante addosso a lui

E infine la coperta che gli s'indurisce attorno

fino a diventare una lapide incompleta

Cerca ora quella pagina, o lettore, tagliala dal tempo se ti riesce,

gialla che la trovi, odorosa per la piscia secca

Corri all'edicola a comperare altri sudari da macero

e senti quella bella: Ferruccio non sapeva leggere