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La Clessidra 1/2006 Edizioni Joker
Come sempre attenta allo stimolo esce il primo numero del
2006 de La Clessidra, proponendo testi di
Fra le opere in poesia spiccano per il loro piglio leggero e insieme segnato da amare impennate, alcuni inediti di Cesare Oddera (sino ad oggi a noi sconosciuto, ma certo benvenuto...); quattro liriche di Adriano Napoli anticipate da una nota di Francesco Piluso; alcune (a volte caustiche) quartine di Sandro Montalto, un autore che spazia a 360 gradi, assorbe come un'idrovora, elabora il tutto nel magma incandescente della sua fucina e risputa in forma di libri, prendendoci ogni volta in contropiede; i versi feroci di Massimo Morasso; la prosa lirica di Mauro Germani... e non vediamo scorie, così come in ogni altro numero passato della rivista: la qualità si mantiene sempre alta e anche quando si dissente da una scrittura o da una considerazione critica, non si più mettere in dubbio livello di competenza e di serietà di chi scrive. Un piccolo problema alla mano sinistra mi costringe a rinunciare a digitalizzare troppi testi: scelgo perciò il poeta che più mi ha colpito e col quale mi sento umanamente in maggior sintonia di vedute, ossia Oddera (e anche perché Oddera non è ancora apparso su Poiein), e mi scuso con gli altri. ___________________________________
Cesare Oddera, tre inediti
Nemici alleati
Lei andava per i venti e aveva voglia di una guerra Indossava una vestina che le volava via sui fianchi come la coda di un pavone Era una vestina tenuta insieme da una cerniera lampo, e lei metteva in ghingheri la sua coda sul balcone, e mi chiamava: Se tu salissi, diceva, parleremmo Se io salissi, risposi, non parleremmo affatto Se tu salissi lascerei cadere il mio pavone senza vantarmi Se io salissi potresti, con quel ventaglio, darti fin troppe arie Mise il sale sulla coda e il pepe sulla mia, e io salii Avevo servito il mio corpo in centinaia d'altre guerre ma ancora ne sentivo il bisogno Salendo ricordai altre battaglie, momenti gloriosi Vecchie ferite facevano il solletico, prudevano dolcemente Il sangue mi chiamava Non durò molto Fu una guerra lampo La cerniera s'inceppò
Briciole ad Anna
Non costava caro nutrire una qualche speranza Le mie speranze mangiavano come uccellini Anna pure masticava la poca mollica rimasta sul tavolo, ne faceva palline e c'imboccava al balcone i passeri perduti degli anni a venire Era l'estate del novantotto e la sterminata bandiera del tempo, triste da levare il respiro, sventolava per altri altrove, in posti privi di vento Il fiato era corto Il passo era lungo L'etichetta una smorfia d'ombre lungo il muro La luce un neonato piangente Ci davamo alla magia E oggi ancora, quando scrollo via dalla tovaglia il ricordo contento di quei giorni di cortesia il mio pensiero va a loro, quel pianto di luce, le mie speranze di allora Le mie briciole ad Anna Così sia sempre
È morto Ferruccio
È morto Ferruccio La notizia l'ha data anche il giornale con cui amava coprirsi ai tempi quando si fantasticava su chi tra noi avrebbe fatta quella fine È morto per la seconda volta, ma questo il giornale non lo dice La prima volta fu in un campo crucco - era il '44 o giù di là e il giornale non dice nemmeno questo Così come non dice che Ferruccio lascia un paio di bottiglie e un angolo vacante in un atrio di stazione e che né le bottiglie né il posto rimarranno a lungo senza un padrone Non c'è niente di niente sul giornale, solo le iniziali e la data dello scorso venerdì Eppure la gente si fermava a leggere il giornale su Ferruccio, la gente era felice e Ferruccio era felice, persino la faccia del presidente pareva interessante addosso a lui E infine la coperta che gli s'indurisce attorno fino a diventare una lapide incompleta Cerca ora quella pagina, o lettore, tagliala dal tempo se ti riesce, gialla che la trovi, odorosa per la piscia secca Corri all'edicola a comperare altri sudari da macero e senti quella bella: Ferruccio non sapeva leggere
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