Annalisa Macchia

            Giancarlo Bianchi, Come una

            monodia

                                          Edifir, Firenze, 2006

 

 

 

 

 

Questo nuovo libro di poesia di Giancarlo Bianchi, dal formato piccolo, elegante, introdotto da un’ampia ed illuminante prefazione di Carmelo Mezzasalma, si presenta al lettore distinto in quattro diverse sezioni, ma, nel corso della lettura e come il titolo suggerisce, appare chiaro che queste si configurano come modulazioni di uno stesso canto.

È inevitabile parlare di canto. Si ha quasi l’impressione che per l’autore le parole non siano sufficienti ad esprimere quello che sente. In queste liriche, infatti, ogni parola si tende, si lancia inarrestabile fino a toccare le corde più dolci che il linguaggio conosce. Si ripete, si rincorre, si tinge della luce e dei colori più vividi e trasparenti che la natura ci regala, nel tentativo di lasciare sulla carta l’ineffabile Bellezza che l’ha provocata.

 

“ Il sogno, luce pura

si traduce in cose autentiche,

vivere dietro lo spessore

di un misterioso cristallo,

strade di smeraldo

mari infiniti.

Dio plana in me.  …”

 

Ecco la fonte che anima questa poesia. Quando Dio plana in noi la meraviglia che ci circonda non conosce più confini e la luce, il silenzio e la solitudine, il tempo e lo spazio, la bellezza, la gioia acquistano dimensioni sovrumane. Perfino la sofferenza, la morte - che prendono campo soprattutto in versi dedicati a  figure a lui particolarmente care - assumono gli smaglianti colori dell’accettazione cristiana che, ben lungi dall’essere rassegnazione, vede nel dolore l’abbraccio salvifico di Cristo. Alcuni termini ed espressioni, rigorosamente scelti tra quelli che appaiono nel nostro vocabolario quotidiano - poiché Giancarlo obbedisce ad un impulso, anzi ad una necessità del cuore e la sua poesia si tiene lontana da qualunque riferimento a moda o tendenza letteraria - ricorrono frequentemente, insaziabili nel cercare di definire il riflesso infinito di Dio: “In alto verso i rami più alti / si spalanca il cielo” - “Si spalancarono i cieli, / stupenda avventura” oppure “Questo fiore nato per caso” – “e mi indicavi i timidi seni / nati per Caso”. E si potrebbero aggiungere numerosi altri esempi. In questa ricerca le parole, che da sole sarebbero insufficienti, rafforzandosi l’una con l’altra, riescono a confluire misteriosamente in una armonia superiore ed è così che la voce del poeta si trasforma in puro, instancabile canto. Un canto che assai ben raramente ci è dato di ascoltare nella società in cui viviamo, troppo spesso minata e svilita da indifferenza e opportunismo, così raramente che ormai non siamo nemmeno più abituati a riconoscerlo e pare addirittura strano che qualcuno sia capace di ricordarcelo con tanto ardente candore.

 

            “Mi nutro alla sorgente cosmica

mi accosto alle frasi non dette

o troppo spesso ripetute.

E il giardino della luce,

vita universale

oltre ogni regola

oltre ogni confine

tu mi raggiungi

e vibro, infinita energia,

questa musica incessante

diventa improvvisamente canto.”

 

Ha ragione Carmelo Mezzasalma, nella sua introduzione La scrittura della nostalgia, a sottolineare l’aspetto sapienziale di questa poesia che, se pure profondamente legata alla vita terrena dell’autore, è sempre estaticamente orientata oltre l’esperienza sensibile  “…il poeta che così ci fa partecipi di quell’invisibile nella pura forza di un ‘nominare’ che rende presente ciò che insieme vela e nasconde”.

Ancora si ribadisce nell’Antologia della critica curata da Franco Manescalchi e posta a conclusione del libro, “…I versi sono sorretti da questo ‘contatto’, dove un’energia-melodia dell’anima supera ogni metodo, metamorfosi, trasformazione…”.

Alla fine della lettura di questi versi ci rendiamo conto che dalla iniziale “nostalgia” per il trascendente con cui il libro di Giancarlo Bianchi si apre, si arriva alla piena rivelazione di quella fonte d’amore che ha ispirato tutte le sue liriche. L’ultima di queste, che segna  non certo la fine, ma il punto di arrivo del suo percorso poetico, mi sembra particolarmente significativa al riguardo. Per poterne percepire a pieno tutta la solennità, il misticismo e l’incanto che la pervadono credo che la migliore scelta sia quella di riportarla per intero, lasciando alla voce dell’autore l’ultima parola:

 

            In dolce armonia

profondo silenzio, messaggero

di anime alate,

un solo destino.

Unica matrice

meta sconosciuta

fonte di luce, perenne

trabocca il mio cuore

metamorfosi silenziosa.

Letto di fuoco sacro

uno, indicibile

sgorghi copiosamente.

Il risveglio è un’alba radiosa,

limpide lacrime

al ruscello della forma perfetta

appesa a grappoli.

Taccuino magico

nel profondo dell’anima.