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Le macerie e oltre nota a: Di passaggio, di Niccolò Grossi Joker, Novi Ligure, 2006
“Del resto, siamo di passaggio,/ come i gabbiani sospesi,/ tra cielo e mare”. Per trovare le radici del titolo del libro di Niccolò Grossi (e forse anche per individuare una possibile chiave di interpretazione, o, almeno, di lettura) è necessario giungere ai versi finali, alla lirica conclusiva. Questo particolare non appare secondario né casuale. In primo luogo perché nulla è casuale, meno che mai nell’ambito della scrittura, ma anche, con uguale urgenza, assume rilievo se si valuta tale aspetto dopo aver preso visione, e atto, del sapore, dell’impostazione e della consistenza specifica della raccolta. Grossi è un poeta consciamente, razionalmente “eversivo”. Lo è senza strepito, senza cercare quei colpi di teatro sensazionali che poi, in fondo, sono parte integrante di ciò che lucidamente rifugge. E’ eversivo nel senso che coltiva, con tenacia salda, sedimentata, una resistenza vigorosa, sull’intera linea del fronte. Ciò, necessariamente, implica una capacità di reagire, creando barriere costruite con materiale autonomo, individuale. “Come noce stretta resisto”, scrive. E l’aggettivo in questo caso assume una chiara funzione di rafforzamento, doloroso e salvifico. La coscienza dello iato, lo stacco, la distanza, crea di per sé la trincea, il solco. A partire da questa consapevolezza la strada appare obbligata. C’è tuttavia uno snodo, un bivio fondamentale: il solco può essere di sabbia sterile oppure di terra potenzialmente fertile, dotata di humus in grado di generare e nutrire qualche forma di vita, qualunque essa sia. Vita viva, in qualche maniera. Ostinatamente tale. Grossi appare eversivo anche in questo: è un combattente che, dopo aver contrastato e distrutto ciò che lo aggredisce, osserva le macerie e valuta qualche progetto di rimodellamento. Disegni di ricostruzione potenziale. Non importa quanto complessi o basati su equilibri precari. D’altronde, lo esclama il titolo del libro e lo ribadiscono passo passo i versi, siamo di passaggio. Siamo viandanti, viaggiatori per forza, con la sola certezza della meta. La differenza, ancora una volta, sta nelle opzioni. “Il significato è nella scelta”, afferma Chomsky. Ciò vale per le combinazioni linguistiche, le lettere, i sintagmi, gli enunciati. Ma allo stesso modo funzionano le scelte a livello dei fonemi e dei grafemi esistenziali: le voci e i segni che, volenti o nolenti, lasciamo di noi. E’ bene allora che la necessità diventi virtù, o, meglio, volontà. Grossi dimostra di conoscere e percepire questo elemento di discrimine. Sa adeguatamente farsi viaggiatore, in questo suo libro: consapevole della fragilità del tempo e dello sguardo, ma, allo stesso modo, attento a selezionare bene ogni parola, ogni immagine, ogni istantanea da mettere in memoria, per parlare a se stesso, finendo a mano a mano per parlare di sé. Ogni viaggiatore autentico sa che il bagaglio deve essere leggero, essenziale. Bisogna saper rinunciare a qualche peso, che, in un primo momento, si ostina ad apparire utile. L’arte del viaggio impone lievità. Grossi ha saputo partire per questa sua opera d’esordio portando con sé ciò di cui veramente aveva bisogno: una voce sincera, aspra ma non vanamente amara. Ha lasciato in soffitta i cliché, anche quelli colorati e attraenti, per riprendersi il gusto di poter camminare sui sentieri stretti delle “cose”, le verità quotidiane, quelle che, stilla a stilla, scavano dentro. Ha saputo presentarsi a coloro che incontra lungo il cammino, lettori o ascoltatori attenti o distratti, schiettamente interessati o occasionali, con una voce nitida, comprensibile. Evitando con cura la banalità ed arricchendo la narrazione con parole ricercate, particolari, rare, a volte. Non per il gusto dello sfoggio, ma per rendere più accattivante e aderente alla varietà dei paesaggi fisici e interiori ciò di cui parla. Le radici ci sono, c’è la tradizione, letteraria e filosofica. E’ l’ombra fedele e preziosa che segue i passi. Ma il cammino, il percorso, è del tutto originale, e, è il caso di ribadirlo, sincero. C’è varietà nelle liriche di questa raccolta. Ci sono variazioni sul tema, e cambi di modulo stilistico, di ritmo, di passo, di tono. In qualche caso l’andamento si muove sulle oscillazioni di una fluttuante musicalità interna che tuttavia non soffoca la sostanza e la forza di suggestione. In altri casi la scrittura si fa più frammentaria, procedendo per linee brevi e fratture, di tempo e di spazio. L’omogeneità tuttavia è garantita dalla coerenza, torna necessariamente anche questa parola chiave. La coerenza con la voce che il poeta si è scelto, la strada che vuole indicare e che percorre, sapendone le insidie, e, alla fine, amandole, di un amore paradossale ma forte. Lungo la strada, un po’ alla volta, Grossi apre lo zaino dei ricordi, delle esperienze, della memoria. La vita si siede accanto alla cultura, le cose viste vicino alle cose lette, immaginate, pensate. Dialogano a lungo, tra accordi e contrasti. Pirandello parla delle beffe dell’esistenza, e Montale gli parla di ciò che non è, di ciò che è, nell’atto del non-essere. Pirandello risponde evocando “lo strascico di lumìe/ al vespro”, e Montale allora si dirige verso “un porto/ certo, nella bufera di ciò che è”. Accanto a loro, dentro il verso, nell’immagine, nell’insieme, interviene Grossi, che propone di tutto ciò una sorta di resoconto, o solo un’osservazione a latere: “Lo so bene, che è un po’/ graniare la vita”. La vita, Grossi ne è pienamente consapevole, è sostanzialmente miseria. Tanto vale allora scavare nel suo fango solidificato, trovandovi ancora una volta il proprio volto. Rinascere, in una genuina presa d’atto. Come nella lirica “Rabbia”, dove si analizzano i come e i perché di fatali incoerenze, senza però rinunciare al gusto amaro come fiele del distico finale: “Prego Dio pensandolo più buono di me./ Sono il fariseo che volle suo figlio morto”. Basta sfogliare pagina comunque, per trovare, nella poesia “Io non”, un verso scandito e scolpito come in una roccia: “Chiedo solo di essere trovato”. Nonostante tutto, nonostante le colpe personali, i torti fatalmente subiti e fatti, i dardi della fortuna oltraggiosa, resta questo grido, questa umana necessità. Che non nega la cupa presa di coscienza dell’essere, ma la integra, dandole un possibile scopo, o, almeno, una rotta percorribile, una direzione di massima. Nella lirica successiva, “La parte”, troviamo forse un cartello, un indicatore. Magari soggetto a ruotare per i capricci del vento, ma pur sempre presente. Una freccia, un punto cardinale: “Mi sento in colpa d’esser vivo/ mi ci sento perché sono vivo”. La più naturale e la più arcana delle confessioni. Spiega tutto, lasciando tutto come prima, in apparenza. Non resta che dare un’occhiata al panorama circostante. Un passo avanti Grossi ci parlava di sua nonna che “in bicicletta non volle/ ridere a una Viareggio fresca/ sebbene il vento di scirocco,/ chè il suo fratello morto non poteva fare altrettanto.” Un verso oltre, invece, un’annotazione: “Mi chiamano sul palco:/ mi han dato la parte di ridere”. Tra la vita e la morte, tra il richiamo del passato e l’urgenza dell’attimo, prende forma un destino, una condizione. Ancora una volta miscela complessa, quasi alchemica, di imperscrutabili chiarezze, di fatalità e di scelte. Contano, allora, gli attimi, i momenti singoli, piccoli, grandi, effimeri ed eterni. Contano le parole. Soprattutto quando nascono dalla poesia della vita, quella che ti assale, a sorpresa quasi, imponendoti di guardarla. Come Lelia, “giunta ignara dopo una notte di bufera/ e frecce sul finestrino”. L’immagine qui è felice connubio del livello emotivo con la sfera del lessico. Quelle frecce sul finestrino colpiscono precise anche chi di quell’attimo percepisce solo un’immagine riflessa, come “un’eco che rimbalza sui colori che vivi ristanno”. Forse è questa la luce, la scia ottica e sonora, che consente, per qualche istante, di dar corpo al “sogno di uscire” del Minotauro, protagonista di una delle liriche più intense della raccolta. Il labirinto ineluttabile è quello delle domande di sempre, la trappola è l’istinto a porle e a porsele in continuazione. “Sai tu del fuoco?”, oppure “E’ morte che mi aspetta, solo?”. La tradizione classica e mitologica si sposa alla poesia più recente, alla linea di Montale, arcuata in infiniti punti interrogativi. Il risultato finale è vedersi e sentirsi “non uomo, poco meno che toro”. Un ulteriore “non”, un segno meno che non sazia la fame di conoscenza. O forse sì. Perché tra una negazione è l’altra si scopre, o si riscopre, che “Poco mi perseguita; e non è gioco”. Una forma di certezza. Fosse pure nel paradosso di un dubbio. Un’altra voce, quella di Leopardi, per via di assonanze e per l’abilità ad abbinare il ragionamento ad un sarcasmo asperrimo e lieve, pare risuonare poco oltre, nel finale della lirica “Ramarro”, là dove un dito puntato dritto al mare, sussurra una sentenza quasi dolce, micidialmente consolatoria nella sua assoluta crudezza: “si muore tutti uguale”. Come la foglia, che “muore e rinasce”. La differenza è che la foglia “non sa di non esser lei: le/ è concessa l’illusione”. Questa è la differenza. Questo il risultato di una riflessione proposta con una mediazione essenziale, contenuta, in punta di piedi, danzando sul filo sospeso tra le sensazioni personali e la necessità di una comunicazione autentica. Senza tralasciare la ricchezza del dubbio, le sue prospettive generose. Grossi infatti non dimentica mai l’ironia, la certezza dell’incerto: “Mi pare di aver visto tutto”, annota. E in quel “mi pare” c’è un mondo, una serie di mondi possibili. Forse anche di ulteriori, umanissime illusioni. Anche quando le disillusioni prevalgono. “L’osso è rimasto del mio senso civico”, scrive Grossi. Ma persiste nonostante ciò la volontà di cercare e chiedere “una prosa onesta”. Il tutto all’interno di una poesia dal titolo “Questa non è una poesia”. Affermazione falsa, e vera allo stesso tempo. Fertile di ambivalenze e contraddizioni. Quindi poesia. Così come l’amarezza è anche il suo contrario, pur restando essenzialmente se stessa. Grossi è molto conscio del linguaggio, del suo senso, anzi dei ventagli di senso che si aprono e chiudono. Questa suo libro d’esordio è, come ha opportunamente osservato Mauro Ferrari, già notevolmente maturo. Trasmette un senso di divertita e sofferta padronanza del verso e di ciò che il verso può rispecchiare. L’asprezza della luce e della visione acuisce per contrasto la vista. Magari tramite ossimoriche e deliberate ombre: il dubbio, di nuovo protagonista, la riflessione, il chiaroscuro. Il gioco della vita impone un “controgioco”. In “Agricoltura domestica” l’autore prende atto che “la stagione è buona per/ vendere l’uva tosto raccolta./ Buttarmi: farò buon vino?”. La domanda è giocosa nella forma, ma la sostanza è sapida, come il liquido a cui fa riferimento. Forse vino, sangue, linfa vitale. Anche le parole sono oggetto di divertito studio. Nella poesia “Amanti” vengono snocciolati termini d’uso tutt’altro che frequente: stinnicchiare, domiti, coltroncino, doglia... Rari, particolari. Se la parola spesso è ferita, a volte può anche essere cura, o almeno divertimento, in senso etimologico. Siamo di passaggio, d’accordo, ma qualche sosta nell’ombra a raccogliere ciliegie non gusta. Per sentirsi un po’ come Berta che, “sebbene sia un cane”, si comporta come il poeta, schiva l’acqua fredda del mare. Il gioco con le parole di Grossi tuttavia tocca il suo vertice nel brano di “prosa poetica” dal titolo assolutamente consono “De forma”. Una accurata e indovinata escursione metaletteraria, ma anche un valido esercizio linguistico-acrobatico. Lieve ed accurato, giocoso e notevolmente saldo. Colto, con la capacità di ironizzare sulla cultura. Da leggersi prima e dopo i pasti. Un libro sincero e incisivo, quello di Niccolò Grossi. “Di passaggio” nel titolo e nell’impostazione, rapida, discorsiva, quasi dialogica. Non certo di passaggio in quanto volatile e inconsistente. Tutt’altro. La poesia di questa raccolta permane, lascia una traccia. Soprattutto per il modo coraggioso di schierarsi e di raccontarsi. Parlando di sé, con i dovuti filtri, certo, ma senza gli schermi fittizi del già detto e del facile allineamento a schemi o stilemi. Un camminatore solitario, Grossi, che comunque, non ha rinunciato del tutto a dialogare faccia a faccia con gli indigeni dei luoghi che attraversa, e neppure, e direi soprattutto, con se stesso. Con uguale schiettezza. Se ne accorge anche il lettore, che ascolta, confronta, percorre qualche metro di strada al suo fianco. Nel silenzio della comprensione, o nel sorriso dell’ironia. La condivisione dell’incomprensibile. Anch’essa a suo modo una risposta. Così come la parola, la poesia, è una forma di cura. Magari del male che da essa stessa deriva. E’, forse, “la malva fiorita nel limite/ tra i sassi e il cemento”. Ed è bene, essenziale, necessario, continuare a credere che “le micille difendono dalle infezioni”. E, che sia vero oppure no, consola ascoltare chi, parlando di quella malva, sa ancora confessare: “La tengo stretta al cuore”.
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