Ivano Mugnaini

            Dirette, di Marco Righetti

                    Lietocolle, 2006

 

 

 

 

 

            Conoscere un autore di persona può influenzare in modo più o meno evidente l’atto della lettura e il conseguente tentativo di esprimere le proprie impressioni e il proprio punto di vista sul testo. Può essere rilevante e condizionante in diverse maniere e con differenti gradi di intensità. Nel caso del volume “Dirette”, recentemente edito dalle edizioni Lietocolle, il fatto di aver conosciuto, circa un anno fa, l’autore, Marco Righetti, è stato un elemento di cui tener conto pagina dopo pagina, verso dopo verso. Perché costantemente si riproponeva il discrimine, il contrasto, netto, tra l’immagine dell’autore e la sostanza, la natura, l’andamento, il modo di rapportarsi delle liriche al lettore, ideale o reale che sia. Ho fatto conoscenza con Righetti in occasione di un premio letterario. Ambiente e circostanza che può tendere a fare assumere atteggiamenti formali, o comunque poco genuini. L’idea che l’autore ha dato invece è stata proprio quella di una spontanea naturalezza. Un’indole che lo conduceva a cercare una forma di comunicazione immediata, autentica. Esprimeva, anche tramite un funambolismo complesso e virtuosistico di battute, la necessità di cercare una forma di espressione che infrangesse le barriere e gli steccati per creare vie rettilinee, vere autostrade in cui ciascuno potesse far correre le parole, l’umorismo, le idee serie e leggere. Con identica e libera fluidità.

         Mi sono soffermato su questo aspetto, che di per sé può apparire tutto sommato normale, e di sicuro poco “epico”, perché assume senso, e misura, nell’ottica del contrasto a cui ho fatto cenno precedentemente. Leggendo i versi di tale arguto e gradevolmente sfrontato comunicatore, ci si aspetterebbe di trovare un’identica e lineare vis affabulatoria. Versi elegantemente guasconi, tanto per intenderci. Parole piane, dirette, appunto, come suggerisce il titolo. Ma anche il titolo del libro, volontariamente o meno, è sviante e sorprendente. Fertilmente sorprendente. Non c’è nulla di diretto, nel libro di Righetti. Tutto è costruito su sistemi articolati di curve e gradini. Impone di percorrerlo lentamente, a passo d’uomo, valutando bene ogni stacco, ogni salto, ogni distanza. Sembra che Marco Righetti, quando scrive poesia, utilizzi come porta d’ingresso quella diametralmente opposta, e contraria, rispetto a quella con cui comunica nei rapporti interpersonali. Tanto più è aperto nei dialoghi faccia a faccia, tanto più è cauto, sospinto per via di sussurri, frammenti, ricordi, brandelli di esultanze e malinconie, quando compone, pezzo a pezzo, sillaba a sillaba, i propri versi. Il risultato, tuttavia, è simile, apparentabile: in entrambi i casi riesce a dire, a parlare di sé, a far parlare, di sé e degli altri, tentando di far convivere fatali individualità e attimi di condivisione, fosse pure di dubbi, di labili memorie, di proiezioni verso orizzonti ancora tutti da tracciare. Una poesia difficile, quella del libro “Dirette”. Ma ciò che è difficile, se non lo è sterilmente, o per mero capriccio di vuote astrusità, possiede un notevole potere di coinvolgimento. E’ senza dubbio il caso delle poesie di Righetti.

         Come ha opportunamente rilevato Gianfranco Lauretano nella prefazione al libro, Righetti dà al lettore “una sorta di compito, che consiste nel colmare i vuoti, nel continuare una voce, un ascolto, come se il poeta fosse il maestro di un’orchestra a cui dà solo il segnale di avvio”. Indubbiamente è vero, la lettura di ciascuna delle liriche conferma questa impressione. Non solo Righetti è maestro d’orchestra che si concede solo per gli attacchi di ciascun brano, ma anche il singolo gesto è sobrio, contenuto, misurato. Evoca il pathos, traccia nell’aria l’immagine di un suono, una melodia, che ciascuno è chiamato a recuperare e ripercorrere, nota su nota, sul proprio spartito di esperienze e fantasie. Procede per sottrazione, Righetti, scava colpo su colpo le parole strappando via il materiale in eccesso. Operazione sempre complessa, sia per il rischio di minare la struttura portante, causando vuoti e crolli, sia per l’affetto che ciascun poeta e ciascun scrittore prova nei confronti dell’organismo linguistico a cui ha dato vita. Come lo shakespeariano Mercante di Venezia, soffre, a togliere sillabe e sintagmi, come se dovesse strappare i brandelli della sua carne. Ma l’operazione è necessaria. Righetti ricerca l’essenzialità. La forma secca, scavata. Quella che richiama, anche nell’asciuttezza espressiva dei segni e dei significati, i contorni e i connotati di un viso colto nell’atto di un sussurro, un soffio, un grido.

         La ricerca linguistica è evidente. Ma appare insita, connaturata all’atto del dire, del narrare, del descrivere mondi e ipotesi di mondi. Non è un mezzo, non è un canale. E’ un tutt’uno con il gesto che la genera e con la meta ricercata. Per questa ragione, in un ambito così denso di significanti, spesso in funzione e posizione contrastante, un singolo dettaglio, un’apparente minuzia, orienta il senso ed il sapore di una lirica in una direzione piuttosto che in un’altra. Ed è nei dettagli, nella necessità di una duplice e lenta lettura, che si trovano le tracce sottili ma percepibili che conducono a stralci più ampi, porzioni più generose di visioni e percezioni. Come accade ad esempio incamminandosi nella lettura della poesia “Lungomare”, che parte con una brusca negazione, “Vecchiaia non è quell’uncino/ che preleva fiato dal petto”, per giungere poi, dopo aver attraversato cose e oggetti, fisici e mentali, all’epifania improvvisa del distico finale: “restare anzi/ nello stesso genere del vento”. Dove, finalmente, come dopo un’estenuante nuotata, si giunge alla percezione di uno spazio più sgombro, e ad un verso, l’ultimo, che svela prospettive percorse e percorribili di poesia. L’attimo in cui si è, effettivamente, senza sapere come, nello stesso genere del vento.

         La roccia erosa e limata dei versi, si fa a tratti sabbia fluida e calda. Non svela l’enigma del tempo, ma ci rende capaci di scorrere, di farci moto, movimento indirizzato verso una speranza di meta, di senso. Ed è anch’essa una forma di risposta. O una magia effimera e vitale, alla portata dell’uomo. Le poesie di Righetti avanzano su binari a volte volutamente scardinati, spaiati, regolati da insiemi intricati di scambi. Tramite parallelismi estremi, bruschi, basati su logiche non sempre sondabili, o almeno non in modo immediato. Ma nell’atto della ri-lettura, nuovi sensi, nuove direzioni, negano, rinnovano ed integrano, creando nuove reti. Le rime si inseguono a molti versi di distanza, come sassi, ciottoli che vengono a combaciare irrorati da un alveo comune, spesso sotterraneo. L’evoluzione è costante, mima la complessità perennemente mutevole della comunicazione e della vita stessa. Sospeso tra la volontà di esprimere l’inesprimibile e la coscienza di limiti invalicabili, l’autore, come nella lirica “Viali e rami”, sembra percepire “il bisogno di cielo sulla nuca”, ma anche, con uguale forza, la consapevolezza di non poter toccare “la vita che ti stai promettendo”.

         Il rispetto per la sacralità delle parole è un’altra delle costanti del libro. Non parla di Atene tout court, Righetti, ma di una Atene. Ciascun segno grafico è stillato e pesato, per farlo aderire il più possibile, nonostante tutto, a quel reale, o alla sembianza di quel reale, di cui è fatalmente specchio infedele. Tale ricerca di esattezza non ostacola tuttavia il senso del gioco, della libertà priva di costrizione delle soluzioni e delle combinazioni. Anche la geometria in qualche caso è fertile di imprevedibili disegni, piani e solidi. Conserva una carica di creatività spontanea, prelogica. Così come, citando ancora i versi dell’autore, ci si accorge in certi momenti che “nuovi dialoghi salgono/ storie nella preluce”.

         Questi attimi di rivelazione, e di creazione ex-novo, su basi e radici antiche e profonde, si trovano non di rado nella parte conclusiva delle liriche. Come un lento disgelo che giunge a sciogliere cristalli affiancati angolo per angolo, vertice per vertice. La poesia “Scrivimi”, ad esempio, inizia con annotazioni precise, e con nitide recriminazioni. Si conclude però con un invito a domare il peso e la misura della vita, “spessore formato A4”, tramite un “foglio ammaestrato a sentire/ anche un grammo di dolore”. Una sorta di antidoto. Se l’oppressione è misurabile al millimetro e al milligrammo, anche la salvezza deve farsi orafo e farmacista.

         “La piazza ha mutato misure:/ lui com-prende gli assenti/ ci sono posti in più/ nelle ore visibili”, scrive Righetti nella lirica “Arrivo”. Le parole vengono scomposte, smontate, come orologi, come cronometri. Oggetti severi, rigorosi, ma anche, in qualche modo e per qualche verso, divertenti, in senso stretto e figurato. Malleabili. Nelle quantità essenziali delle sillabe, dei toni, degli accenti. La poesia evoca e fa ri-evocare. Magari l’attimo in cui non abbiamo com-preso gli assenti. E così come “ci sono posti in più nelle ore visibili”, ci sono spazi di intuizione ed emozione in istanti particolari, inattesi.

         La descrizione parte sovente con procedimenti quasi pittorici, ma l’abbinamento delle immagini, le sequenze e gli accostamenti, ricordano il montaggio cinematografico, un ritmo incalzante, spezzato, inframezzato da flashback e dissolvenze istantanee o prolungate. L’analessi e la prolessi danno colore e sostanza ad un presente nuovo. Mondi reali o perlomeno possibili, scommesse di vita di esito incerto. Ma quell’incertezza è, anch’essa, disegno, progetto. “Dentro di me c’è il tempo che spalmava castelli/ e pastelli”, scrive Righetti, e, poco oltre, confessa, annota, rivela che “sono le cose in disparte a spegnere i fuochi”. Quelle cose in disparte, solo in apparenza minori, transitorie. Un messaggio nella bottiglia, quest’ultimo, forse. Per se stesso, per il lettore, per chiunque, in qualche modo, lo sappia cogliere, aprire, e affidare a nuove onde.

         Gioca Righetti, ma è gioco serio, non di rado agro, a cospargere il cammino di segnali. Quegli “indizi spazzati via per paura”, di cui parla nella poesia “Diario sparso”. Parole come ami, che restano piantate nella gola, o nella mente, come arpioni. Una sfida, forse, e non a caso la lirica citata apre la Sezione del libro denominata “Sfidanti”. Ma non si pone fuori della contesa, l’autore. Non si mette al riparo, in posizione protetta, dietro mura e feritoie. Partecipa, si espone, si mette in prima fila, sotto tiro. Si mette a nudo, seppure con adeguati schermi e scudi protettivi. Trova l’ardire aspro e dolce della sincerità. Lasciando da parte le prudenze, anche quelle più coriacee, “lessico-comportamentali”. E allora, come per incanto, bastano cinque brevi parole, per aprire un mondo: “Fatti aquilone./ E io filo”. Una manciata di sillabe. Ma il peso specifico è alto, estremamente consistente.

         I titoli delle poesie di questo libro sono spesso spiazzanti. Appaiono staccati, non solo graficamente, dal resto dei versi. Non si sa se aprono o se in realtà chiudono la poesia, confermando e smentendo. In virtù di assonanze, consonanze, affinità e regole autonome, il cui scopo reale, forse, è l’eco di un moto del sentire. E che sia un’eco distorta non è dramma, anzi, più di frequente è sollievo. La sincerità si muove lungo sentieri contorti. La cognizione del dolore, proprio e del mondo, arriva a tradimento, alle spalle, da lati fragili, vulnerabili al vento e ai coltelli. Come nella lirica “Correità”, in cui la violenza e l’ingiustizia dei secoli piove addosso attraverso “sfiati di nebbia”. Facendo comprendere la pena della “specie che ho amato/ prima di diventare terra”.

         Il titolo della Sezione conclusiva del volume, “Con lieve incalzare”, contiene forse una chiave di più ampio uso e funzione. Il titolo sarebbe stato consono per l’intero libro. L’indicazione di un passo, un ritmo musicale, che dà il tempo a tutte le liriche. Lievi ma pregnanti, dense, non di rado graffianti. Ma sempre con leggerezza, senza mai pretendere di indicare ed imporre verità assolute. “Non abbiamo il rapporto preciso/ ma dovuto, forse, è vero/ ma così sensibili a fusione,/ presto/ si accordano i canti”, esordisce Righetti nella lirica “Lunghezze a sud”. Quel frammento di verso, “sensibili a fusione”, a me pare una sintesi mirabile di tutta la materia di realtà e di sogni di cui è composto questo suo libro. “Dirette” è una miscela complessa, alchemicamente distillata, di sensibilità raccolte, contrastate, limate, prese a colpi di scalpello, e, infine, lasciate trionfare nella loro statuaria fluidità. L’attimo si fa movimento, tanto più possente quanto più misurato e concentrato. Il lettore cuce, compensa, percorre terreni incolti per trovare, dove meno se lo aspetta, un sentiero, una traccia che riconosce come sua, creandola di nuovo, nell’attimo di un ricordo potenzialmente condivisibile. E’ in quei frangenti che l’ermetismo rigoroso di Righetti concede, “pause nitide”, si fa spazio aperto, come certi quadri di Vermeer. E il lettore si pone nella stessa linea dei versi, ad “aspettare panorami”. Una poesia ostica, quella di Righetti. Non si concede alla prima lettura, né, meno che mai, ad una lettura distratta, da ombrellone e sdraio. Ma si sa, a volte è bello anche comprendere che “il bruco ruba lentezza al tempo perduto”. A volte è bello anche rallentare, per poi progettare nuovi slanci. La forma espressiva scelta da Righetti conferma per l’ennesima volta che i panorami della poesia, quella che necessita attendere, sono potenzialmente infiniti. Si passa dall’asprezza rocciosa delle montagne alle spiagge assolate su cui si può camminare a piedi nudi. Ciò che conta, la costante che accomuna i diversi territori e le differenti traiettorie, è la serietà del progetto, l’accuratezza di ogni passo, ogni gesto. Nel libro “Dirette” Righetti si è confermato viaggiatore appassionato. Ha optato per mulattiere e sentieri scavati sopra valli scoscese. Ma il cammino si è rivelato sincero, capace di cercare e trovare attimi di visione, istanti di luce e “preluce”, quell’intuizione che parte da stati d’animo che nascono dalle parole, e ad esse, per vie tortuose, ritornano.