Daniele Santoro

            Bbommine, di F. Granatiero

                                       Joker, Novi Ligure, 2006

 

 

 

 

Definisco pregnante la parola che erompe dai testi poetici di Francesco Granatiero, nato a Mattinata (Foggia) nel 1949, già autore di diversi raccolte di poesie in lingua e nel dialetto di origine nonché scrittore di saggi dedicati ai vernacoli di area geografica garganica. L’aver voluto richiamare la duplice attività di poeta e studioso è indicativo della centralità che in Granatiero acquisisce l’adozione del dialetto, strumento di potenzialità espressiva nel tradurre le proprie origines, ai margini della civiltà tecnocratica o piuttosto in totale sintonia con quel mondo dell’infanzia di cui il nostro ricrea l’autenticità altrimenti perduta, «dilaniata dalla ferocia del dolore cieco e incomprensibile». È il dialetto - come suggella Franco Pappalardo La Rosa, autore della sapiente nota introduttiva al volume - «che sta di là dei vivi e dei morti e gli risuona dentro, guazzabuglio di sequenze vocaliche cupe e dolci […] e che l’io apprese ai primordi del suo essere nel reale e nella storia dell’oralità di chi gli ha insegnato a battezzare una volta per sempre le cose del mondo».

Bbommine (Edizioni Joker, 2006) sta, come chiarifica in nota l’autore, per “fiori d’asfodelo”, fiore attribuito, già nel mondo antico, ai defunti, dunque emblema della morte e al contempo della vita se la parola traduce anche il termine “bambino”, e per antonomasia il bambino Gesù. Anche questa chiarificazione è indicativa a tradurre la dialettica incontro/scontro tra Vita e Morte; lemmi che animano i testi della raccolta e assolvono la funzione di veri e propri indicatori chiave.

Il risultato perseguito da Granatiero è stato quello di volere richiamare alla memoria, resuscitare alla luce del ricordo se stesso e «l’allegra brigata» dei cari; emerge allora la compianta sorella del poeta, Rosa Anna, destinataria di testi suggestivamente intrisi di nostalgia, come nelle due ninnananne-preghiere che non a caso, a mo’ di narrazione a struttura ciclica, aprono e chiudono la raccolta; seguono le figure del padre da «li mméne caddòuse» che «hóu menéte na vita stradzejéte» e della coppia madre-figlia che il poeta immagina andare insieme «pe nd’u parche u prejatòreje»; la nonna Rosa; il cognato Michele la cui bontà animo è commossamente rievocata nella bellissima poesia «Mechéle a vvrazze apèrte»; la Zia Leonarda della quale il poeta, in un testo di sottile grazia, ricorda come un giorno non si accorga del passero ammaestrato che «scazze mbòrme ascènne lu iradòune». Nondimeno affiorano i luoghi dei trascorsi che assurgono a luoghi della memoria, luoghi dell’anima, protagonisti di un’infanzia poco fiabesca e rasserenante (l’oliveto di Mont’Elci, il canale Romondato, Manfredonia, il centro storico di Ischitella in provincia della natia Foggia); luoghi che, insieme ai protagonisti, diventano spesso testimoni di un vissuto doloroso e luttuoso cui Granatiero oppone la forza di un canto lirico ostinato e riscattatore dal facile oblio e dal silenzio della morte. Un canto che deve la sua riuscita ad una tenuta linguistica tutt’altro che anacronistica (come indurrebbe a credere l’adozione del dialetto, beninteso, ricostruito o reinventato), quanto piuttosto attenta a una modernità accortamente metabolizzata dal nostro, come si evince dall’uso di un verso snello - fa notare Pappalardo La Rosa -, prevalentemente asindetico, di misura franta e irregolare [...] e intramato su un fitto ordito di preziosità stilistiche, quali ellissi, iperbati, impiego raffinato di enjambements, densità e lucori metaforici”.