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Dire sì al "sì" e no al "no"
Il linguaggio comune è infarcito di ambiguità semantiche, ossia di espressioni che all'apparenza definiscono, denotano un fatto, ma in realtà non definiscono un bel nulla. Uno di questi termini, ad esempio, è "criminalità organizzata". Definire "organizzata" una "criminalità", significa innanzittutto distinguerla da una "non organizzazione" che sarebbe tipica di altre forme di criminalità, ossia i ladri di polli ad esempio, non la banda del buco nel celebre film di Totò, ché in quel caso abbiamo già una forma pur brancaleonesca di organizzazione. Significa insomma il delinquente solitario, che agisce senza l'appoggio di nessuno, perché gli gira, o magari per fare spacconate, come i ladri di polli per l'appunto. "Ladri di polli", perché un delinqueste "professionista serio", ha una sua forma molto sofisticata di organizzazione, che si avvale di complicità, punti di appoggio consapevoli o non consapevoli, riferimenti, ecc. Ma queste figure ormai stanno scomparendo. Pertanto, creare una divisione ipotetica fra due criminalità, l'una organizzata e l'altra non organizzata è, a mio avviso, una ambiguità semantica, perché nessuna foglia si muove, nel mondo del crimine, se non c'è l'approvazione di una qualche organizzazione che controlla le attività criminali di una certa zona. Anche i ladri di polli devono fare i conti con questa realtà, nel senso che possono rubare i polli ma non i vitelli: quella è cosa troppo impegnativa per il loro status e potrebbe disturbare le attività di livello criminale più alto: per questo a volte sono proprio i criminali veri, quelli che fanno sul serio, a "punire" i ladri di polli e fare in modo che vengano anche "pizzicati" dalle forze dell'ordine. L'importante è che non ci sia chiasso, che il crimine si mescoli al solito tran tran, che munga la società attraverso canali non vistosi, senza traumi e senza chiasso. L'ambiguità semantica sta insomma nel mettere sullo stesso piano in quanto "criminalità", sia quella del ladro di polli che quella del trafficante di armi o di droga, della pedofilia, della prostituzione, della schiavitù (che fiorisce infatti, nel silenzio generale), del traffico di organi, di clandestini, ecc. ecc. Eppure, a livello legislativo, l'essenza del reato del ladro di polli o anche di chi ruba la mela al mercato della frutta magari per fame, è della stessa natura dei reati contro le persone, prevede lo stesso trattamento (ossia l'applicazione del Codice Penale, con la detenzione anche per le spacconate) anche se con sfumature ed intensità differenti. L'ambiguità deriva insomma dal mettere tutto nello stesso calderone perché nessuno possa distinguere, in questo modo si generalizza un fenomeno, lo si attornia di una nebbia, lo si investe di una diagnosi che non vuol dire nulla, come quando lo psichiatra definisce un paziente "psicotico" senza chiarire in che cosa consista questa psicosi, da dove venga, per quali motivi, ecc. ecc. e poi la curi con qualche psicofarmaco tanto per "contenere" e quindi fare in modo che il disturbo non debordi, non appaia, non crei disturbo sociale (o anche: non ponga un problema a chi sta intorno). Ma più bravi degli psichiatri nell'applicare le ambiguità semantiche sono i giornalisti. Se leggiamo le pagine della cronaca di questi giorni e ascoltiamo i telegiornali o i giornali radio, ci vien detto che in Italia oggi, 5 agosto 2007, sono attivi ben 450 incendi sul territorio, la quasi totalità dolosi (diciamo: 440 su 450?), e in quanto dolosi non sono appiccati soltanto dai soliti piromani, ma dalla "criminalità organizzata" (diciamo: 40 dai piromani e il resto dalla "criominalità organizzata"?) A questo punto viene spontaneo chiedersi: ma chi è questa "criminalità organizzata", una centrale del crimine? una Spectra contro la quale solo 007 può farci qualcosa? Una signora in pensione? Riflettendoci un po' e anche adocchiando l'esito di qualche indagine, si intuisce che dietro questa ambiguità semantica ci stanno quattro realtà: mafia, camorra, 'ndràngheta, Sacra Corona Unita, le mafie infine. Se siamo un po' informati sappiamo che, queste sì sono "centrali del crimine", organizzate verticalmente, con una "cupola" che decide tutto. E allora, perché i giornali non scrivono semplicemente: "Le mafie stanno incendiando l'Italia"? Sarebbe più aderente al vero. E perché non aderiscono al vero questi giornali? Io credo per almeno due motivi: a) perché nessuno crede davvero, oggi, in Italia, al reale potere delle mafie; b) perché esporsi con le mafie non porta bene alla salute per i giornalisti e loro famiglie Dice bene don Ciotti quando ricorda che i morti di droga (20.000 giovani negli ultimi anni) sono morti di mafia perché dire "mercato della droga" significa indicare un'attività al 100% controllata dalle mafie. Ma non dice bene il giornalista quando dimentica che l'Italia non è in balìa dei piromani o di fenomeni di "combustione naturale" ma delle mafie. E a proposito dei commi a) e b) di cui sopra, vorrei fare alcune brevi considerazioni. A proposito del comma a): sono pochissimi gli italiani che si rendono contro dello strapotere delle mafie e lo stesso quadro politico ne dà l'esempio. Ci sono infatti dei deputati che sostengono che in Italia del Nord non esisterebbe la mafia, ma solo la "criminalità organizzata" - e i fatti superficialmente darebbero loro ragione, perché è il Sud che brucia, non il Nord, a parte qualche focherello qua e là come quello di La Spezia. A mio modo di vedere queste affermazioni sono un misto di imbecillità in primis, di disinformazione e di altro indefinibile ideologismo. Ci si dimentica infatti che le mafie, a un certo punto, i soldi li devono investire da qualche parte. A me, ma credo a nessuno che abbia un po' di sale in zucca, non risulta che investano al Sud. Se ci fosse davvero la volontà politica di volere la verità, anche a costo di un sano allarmismo sociale, ci vorrebbe poco a scoprire che interi settori della finanza, dell'industria, del commercio, del terziario avanzato, sono prosperati, in Italia, con gli investimenti del danaro riciclato dagli affari di droga, armi, schiavitù varie che le mafie impongono alla nostra società. Io non so quanto grande sia la fetta di questa economia: alcuni esperti suggeriscono il 15% dell'intera economia italiana, ma io credo molto di più, o sarei portato a considerare questo 15% la fetta "certamente" di origine mafiosa - ma c'è anche una vasta area di dubbio, oltre a una vasta area di connivenza di imprese che, pure tendenzialmente oneste, per campare in qualche modo devono assecondare i tiramenti della finanza mafiosa. E allora diciamo e continuiamo a sostenere che le mafie non sono il primo dei nostri problemi, ma invece sono gli incendi, la difesa del territorio, le tasse, ecc. ecc. e continueremo a non voler capire e a non voler vedere. A proposito del comma b) invece, voglio esprimere tutta la mia solidarietà alle figure di quei giornalisti e alle loro famiglie, per il prezzo che hanno pagato per la verità, per la gente, per combattere la schiavitù della mafia, ma allo stesso tempo esprimo anche il mio sdegno per quei giornalisti che, o per vigliaccheria o per malafede, fanno finta che la mafia non esista, promuovono campagne denigratorie contro le famiglie colpite dalla mafia e di fatto sono una colonna importante dell'attività mafiosa. Quanti sono? Chi sono? Francamente non lo so. So soltanto che quando c'è un politico appoggiato dalla mafia, una iniziativa di carattere mafioso da promuovere, una vittima di mafia da denigrare, mettere in dubbio un giudizio della magistratura, lì c'è sempre un giornalista che agisce e quand'anche smascherato nell'essenza delle sue fandonie si difende dietro il segreto professionale, la libertà di opinione, ecc. ecc. I casi di Falcone e Borsellino, abbandonati dall'opinione pubblica e per questo ammazzati con le loro scorte e i congiunti, se sono l'esempio emblematico. Se questi giornalisti non hanno il coraggio della verità, si tirino da parte, prestino le loro spalle, certo più valide delle teste, all'agricoltura e faranno un bene al Paese. Non esiste infatti che per "dar da mangiare ai miei figli" io debba colludere con chi schiavizza da sempre la povera gente. Infine: cosa c'entra questo con un sito letterario? Non saprei. Ma credo che la letteratura debba finalmente scendere dal fico e fare i conti con la realtà.
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