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Tania e il vento Tania Ducoli, Dove cadono i capelli, LietoColle, 2005
Una ventata di allegria questa prima raccolta di Tania Bornazzini Ducoli, che la notizia biografica ci informa essere madre di quattro figli. Ma questo di Tania è un caso emblematico di allegria che si accompagna magnificamente alla saggezza – come a dire che la saggezza non è affatto compagna obbligata della seriosità e tanto meno della mestizia. Una signora di mezza età, dedita alla famiglia, che scrive poesie col grembiulino da cucina è un’immagine che sicuramente fa torcere il naso ai poeti laureati, ma Tania ha dalla sua parte due doti che sbarazzano il campo da ogni dubbio: la prima è una intuitiva e sapiente capacità di dosare il linguaggio, con perfetta aderenza al contenuto e capacità di usare i toni creando una poesia allegra, ariosa e insieme plastica senza per questo rinunciare allo specifico connotativo della poesia, ossia l’allusione, l’evocazione alla lettura di sentimenti ed emozioni, la capacità di stimolare la fantasia del lettore, di trascinarlo emotivamente nel testo. La seconda è nei contenuti che all’apparenza sembrano leggeri, quasi dei divertissement, ma che invece sono profondi e – lo si vede – chiamati in causa dopo attente riflessioni, calibrature, ricerca di equilibrio. Un po’ come la musica di Mozart, se i critici seriosi ce lo consentono. Dirò subito che questo è un libro da leggere senza esitazione, prima di tutto perché mette buonumore, ma anche perché nasce dalla vita di tutti i giorni e rappresenta a suo modo una specie di rivoluzione dal basso che si prende gioco, sbeffeggiandola, della cultura che se la tira troppo – e anche della poesia sopra le righe. E lo fa con grazia, con armonia, con equilibrio, con leggerezza – ma anche se affibbiate con grazia, le sberle a cinque dita lasciano comunque il segno… O forse, più che una rivolta (che pure c’è con una polemica neppure sommessa contro “i poeti” nell’ultima sezione di cinque poesie che si intitola appunto “La luna dei poeti”), c’è una geniale e allegra risata di chi sa il fatto suo e se ne strafotte delle mode e della poesia che se la tira. Due esempi:
Che palle l’armonia dei corpi e dei colori dei sentimenti teneri e dei raddrizzamenti. Ne ho pieni i coglioni del fit-ness del ben-essere Magari-senza-soffrire-morti-senza-morire dei cani in adozione, del frullato di pudori tu chiamale emozioni, io li chiamo vermi, sulla pelle delle spalle, brividi per dire: “che bel culo, che bella voce” Si facciano la flebo gli angeli senza spade, e stiano in casa loro tutti gli onnipotenti con placebo, video porno e tranquillanti.
A me: lasciate la croce solida di legno vuota ancora calda ben piantata nella terra
Questo primo esempio non è rappresentativo: è infatti un’invettiva (forse l’unica), la poesia più “cattiva” di tutta la raccolta, ma l’ho voluta citare a convalida della capacità di mischiare i linguaggi più estremi, in questo caso dalla quasi trivialità alla chiosa finale che in qualche modo cambia di colore, di umore, di tono, ma non stride minimamente con i versi precedenti.
Perché scriverne ancora e proprio io anti-romantica signora?
Perché a me soltanto è dato essere io, assolvere il mio canto.
E poi la spiegazione è che sono contraria alla contraccezione.
Sono tre strofe dell’ultima poesia che insieme aiutano a inquadrare il personaggio e a definire in qualche modo la sua poetica. Si discute, si spendono fiumi di inchiostro sul perché scrivere ancora poesie, sui poeti, sulle poetiche, ecc. ecc. e questa “signora” con la sua vocina non arrogante ma ferma e chiara ti butta là, pure in rima, la ragione più ovvia e più genuina: “perché a me soltanto / è dato essere io” ossia l’identificazione piena e “di pancia” fra poesia ed identità personale, senza menarsela troppo e considerandolo un fatto ovvio, naturale, sul quale non ha senso discutere. Questa affermazione, che è l’aspetto profondo (anche se non sembrerebbe, a prima vista, come già accennavo sopra: ma si provi a riflettere alle implicazioni deflagranti di questa affermazione: sono poeta perché sono io, la mia identità è questa –e dunque senza poesia io non sarei me stessa, ontologicamente; per questo scrivo) viene poi stemperata dall’ultima strofa, che suona come una specie di alleggerimento, una battuta messa lì per stare coi piedi per terra (in pratica: cambia tono, crea un effetto chiaro-scuro, movimenta il testo che non potrebbe sostenere il tono di prima senza andare “sopra le righe”). Più o meno tutte le poesie della raccolta giocano su questi chiaroscuri, anche se troviamo momenti di lirismo molto sentito (come nella bellissima poesia Alla madre di Ungaretti), ma sempre leggero. Ce ne fossero di casalinghe così, e magari un po’ meno di poeti che se la tirano…
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