Annamaria Ferramosca

              Il tremore terrestre,

                    eros e donna nella poesia di Alfredo De Palchi


 

 

“Nei confronti di una delle ragazze del posto, Molly,

provai presto uno specialissimo sentimento di fiducia,

che negli esseri impauriti occupa il posto dell’amore.

Mi ricordo come se fosse ieri le sue gentilezze, le sue gambe

lunghe e bionde e splendidamente agili e muscolose, delle nobili gambe.

La vera aristocrazia umana si ha un bel dire, sono le gambe che la conferiscono,

non si può sbagliare.

Entrammo in intimità corpo e anima”

 

(Louis Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte -

trad.ne di Ernesto Ferrero)

  

 

Si è sempre in ritardo quando un poeta come Alfredo de Palchi, che ha sempre professato con orgoglio di far gruppo ed establishment solo con se stesso, quasi all’improvviso, o quando l’onestà lenta del tempo ha compiuto il suo corso, è riconosciuto grande. Oltre che fuori dal coro, Alfredo de Palchi è un solitario instancabile ricercatore di identità e di senso, nel territorio reale del vissuto. Oggi la sua parola poetica “paradigmatica” è linfa vitale, in una situazione culturale italiana che appare pressoché incapace di scavare al fondo dell’essere.

Tutta l’opera depalchiana [i]) è infatti esemplare per la sua capacità di rivelare la lacerazione del nostro tempo, ma anche per le pieghe misteriose lungo le quali un uomo-poeta rivela le sue personali soluzioni di resistenza, la trincea cognitiva e comportamentale dove l’assedio possa divenire sostenibile.

Tralasciando la sua biografia dalla giovinezza segnata e i lineamenti generali di poetica ampiamente analizzati nel recente volume di saggi di autori vari a cura di Roberto Bertoldo [ii])

al quale rimando, mi limito qui ad esplorare gli aspetti della tensione erotica e dell’immagine della donna, dominanti nella sua opera.

 

Un conflitto irrisolto tra il poeta e il suo tempo, come analiticamente osservato da Gabriela Fantato [iii]) nel suo saggio, è alla base della sua vicenda di vita e scrittura. E’un conflitto aspro, tra  Storia miserevole del mondo e vita del poeta, che de Palchi avrebbe voluto(e vorrebbe) semplicemente pacifica. E’un acuto dissidio tra sistema incapace di rispettare l’individuo e l’esigenza di conservare la propria integrità, un contrasto che non può che risolversi in volontaria solitudine sia esistenziale che creativa. E’su questo  fondo costante di sofferenza che la lettura di Paradigma apre di continuo affascinanti inaspettate stanze, perché i nodi reali di questa acre lotta quotidiana, che riverbera in pagine di lancinante bellezza, sembrano imprendibili, irriconducibili ai comuni percorsi del vivere e del poetare.

Decido dunque di tentare la decifrazione di questo idioma così capace di incidere, di queste note scarne e potenti e vere. Orme di un percorso che può anche essere avvertito come  liminare e rischioso, di sicuro inusuale, da coloro che avvertono l’oscurità del tempo e insieme la necessità acuta di accendere luci di senso, per non soccombere. Tento quindi di scavare nel nucleo roccioso di una poesia che ha nella tensione erotica il suo magma profondo, un’ossessione riconosciuta dall’autore in molte interviste come elemento primario della propria scrittura. Lo faccio da donna, ma anche da poeta e biologa, tentando una lettura “diversa”, un esperimento di ascolto esclusivamente empatico, di possibile interazione tra due sensibilità, fuori da ogni convenzione critico-letteraria e da ogni categoria morale. Mi pongo in ascolto, e la prima voce che mi giunge è quella, reale, del poeta, che mi dichiara apertamente il motore della sua ossessione: “…una dedizione ad amare senza reticenze per conoscere sentire che il corpo amato raggiunge un paradiso mai prima raggiunto e non dice mai basta. Una demolizione meravigliosa che facevo di lei per lei, che l’accoglieva come un’abitudine a lei necessaria, che mi ispirava”.  E’ vero: occorre ogni volta una demolizione-reciproca- per conoscere la vertigine della ricostruzione, tutta l’essenza luminosa dello scambio vitale, che non si esaurisce nell’incontro, ma può continuare nel flusso di poesia che colerà poi sulla pagina. Ma su questa demolizione/ricostruzione mi soffermerò più oltre.

 

Una irreversibile frattura di sé è dunque avvenuta, e vedo la consapevolezza del caos e della incomunicabilità dispiegarsi con particolare evidenza lungo i testi di  La buia danza di scorpione, Sessioni con l’analista e  Costellazione anonima [iv]), che abbracciano nel complesso un tratto temporale lunghissimo, dal 1947al 1973, dove si conferma la condanna inesorabile dell’uomo ad essere soggetto-oggetto di violenza, spinto da un naturale inesorabile istinto di sopraffazione. Sono testi che mettono a nudo una complessità insostenibile della sofferenza, che urla di essere tenuta insieme da una forza anch’essa naturale, che deve necessariamente avere carattere di forte compulsività per poter alleviare il malessere. E’ proprio questa l’addiction  invocata e insieme detestata dal poeta in Le viziose avversioni (1951-1996), per la consapevolezza di esserne schiavo, come ogni altro vivente travolto dalla cieca spinta biologica.

In Sessioni con l’analista la prima figura femminile non è ancora delineata e compresa nella dimensione dell’eros. essa appare come sfocata nel ricordo di una deflorazione sulla neve vissuta come accadimento di natura, senza senso di colpa. Un’altra figura di donna, “la segretaria “ dell’analista, è anch’essa immagine non seduttiva e vacua, quasi una metafora del limite della scienza psicanalitica e della generale umana incapacità di comprensione.

 

“non capisco”

non capisce che una parte di me

è oltre la realtà: la segretaria

“interessante, ma ti nascondi”

(dietro gli occhiali neri)

m’impone un finale /di carta

libri strumenti esempi/

sul disuguale che sono

“non capisco”

difficile capire…”perché”…

(al telefono lamenta che è sola con le pillole)-           (p.163-164)

 

Ma è il poeta stesso che qui già dichiara apertamente: “una valigia di libri/un pacco di carta/ macchina per scrivere e una donna /mi conchiudono…”

Ed è lungo i testi de Le viziose avversioni, [v]) sebbene non raccolti in ordine cronologico, che prende corpo e si conferma come fulcro ispirativo una tensione erotica che celebra i fasti del corpo, come incoercibile forza che travolge e piega con oscura passione fino ad un esito avvertito dal poeta come luogo del nulla. L’ossessione erotica d’ora in poi si identificherà con la vita stessa del poeta e la tensione sensuale monopolizzerà i suoi anni anche recenti come desiderio insaziato di ricomposizione.

Nei tredici testi della prima sezione Momenti, di cui riporto i primi quattro, il corpo è concupito e celebrato come una tessera del mosaico grandioso della natura e  il sesso e il suo appagamento sono pura smagliante naturalità. Anche il flusso mestruale è epifania di rinnovamento e misteriosa vertigine, capace di cancellare il grigiore dei giorni con la sua vermiglia cadenza.

 

1

Attendo che prenda il seme

il triangolo del sole

nell’acre arcata delle cosce –

2

come Ofelia

barcolli al greto

della verginità

                      e gettando

una lenza d’amore

impietri, a galla nella veste

schiumosa di fiori rotti

alle giunture –

3

ti vedo specchiata nell’alba

oltre colline di boschi e i tuoi passi

sorvolano una nube

e l’altra; solo il sangue di mese in mese

tinge il piombo del giorno –

4

ti concerni di me

che mitigo il cespuglio bollente

di grani liquefatti,

una raccolta di bellezza del mensile

capogiro –                                                p.236-37

 

E l’elemento liquido è anche richiamo delle immagini ancestrali di amnios e di fiume presenti nella scrittura di de Palchi come elementi archetipi. Già in Sessioni con l’analista l’Adige dell’infanzia appariva come “corpo primordiale che mi narra” (p. 172), emblema di una natura vergine assolutamente intoccata ed estranea alle brutture del mondo, che in seguito il poeta identificherà con il corpo accogliente della donna-madre-utero-terra.

La rapsodia sensuale continua lungo i vari Momenti inscenando l’acme dell’incontro e il suo riposo, alludendo con delicatezza ai “sotterfugi infantili” della donna, e concludendosi nel tredicesimo momento con la sensazione di caduta nel nulla. Si faccia però attenzione alla inarrivabile modalità del poiein di de Palchi, alla sua capacità di superare la descrittività del verso mentre rivela quel  tratto acuto di sensibilità nel confortare la compagna per la consapevolezza -comune- di essere entrambi alla deriva di fronte al vuoto appena rivelatosi:

 

13

Coincido l’esistenza con la tua,

alba e notte ma l’umore intricato

ti spaventa perché sono quello che sei

e sei quella che sono

uniti in un orgasmo di niente –                    p.239

 

Seguo il filo dell’immaginario e della sensibilità lungo i successivi testi dei Movimenti: l’affollarsi massivo di immagini del desiderio qui mi appare come un virtuoso brancolare, una ricerca spasmodica delle espressioni più consone a dire l’essenza di donna - e di uomo-  e ad almeno sfiorare il senso dell’unione carnale. Come nel testo che riporto interamente:

 

Sei anagramma, motore,

ricettacolo, luce, una

parete rosa di compensati, asma il boccio

fortuito che urla

e lacrima a testuggine,

una grammatica;

 

sono: anagramma, asso

asmatico, virilità

io grammatico,

filossera, bacillo,

fiore che si arrampica di spine

per il rosa compensato, embrione,

uccello cardinale che si sgola;

 

sono animato alla

animazione d’una vestaglia,

delle ciglia sul tappeto – ti alzi, mi

alzo e cediamo asmatici.

 

La chiave emblema di chi lascia.

 

La città non ha balconi, esiti facili,

ha scale di ferro – qui una calza e qui

una scarpa per fuggire il fuoco.

E siamo filossera,

compulsione, tempera,

fissione;

impeto la mano nella sua tasca,

accendo la sigaretta sotto la pioggia,

che facciamo;

il vento spinge la pioggia, l’ombrella

è nell’armadio, le insegne scolorano

nell’alba proteica –

                  non pensi che torniamo

forza motrice,

fissione?                                                          p.245-46

 

dove i nomi sono straordinari vettori di energia e di contagio, e di una deflagrazione della parola che negli ultimi tre versi approda alla domanda metafisica, cosmica. Sono queste le note che sento più vere, e che risalendo dal subconscio giungono a riflettersi sull’andamento dei versi, con un salto di stile sempre più visionario e musicale.

E qui sono in totale accordo con l’intuizione di John Taylor [vi]) che nella sua lettura  sostiene lo sconfinare della visione erotica depalchiana oltre la sfera meramente corporale. Intuizione che persuade. Perché questo “andare oltre” intravisto nel teso immaginario erotico di Alfredo de Palchi, è un presentimento di abbraccio cosmico, che affiora inaspettato sotto forma di domande (come quella dell’ultimo testo citato), e di dubbi, quali:   “….altrove  porterei me in me stesso moltiplicato per te/con la mia fierezza stracciata come carta-“ (p.251),  e “altro spazio è oltre /benchè lo indovini in te, specifica idea…”(p.270), e ancora  “…è dubbia la sicurezza di fronte a tanta omertà -/il caleidoscopio sonoro tra le pietre e le vetrate che illustrano donne biblicamente erotiche/assicura che il compimento fruibile è perfetto nella/fossa,/barbara di muschi.”(p.339).

La traccia di una possibile armonia dell’oltre, irrealizzabile nel mondo, è però debole e invischiata di incertezza, tanto da provocare nel pensiero del poeta una rarefazione delle ragioni stesse dell’esistere. Egli arriva così a dubitare perfino dell’esistenza della compagna “…ma nel totale delle cose prive di senso/dubito che tu esista.” (p.248), e ode la propria voce come monologante  “…il soliloquio m’infigge tra le tue cosce telluriche…” (p.343)

 

E lungo l’opera intera sento il poeta dibattersi tra le domande metafisiche sull’ “assenza” (già incontrate nell’omonima sezione iniziale della prima raccolta Paradigma), e un’irriducibile pulsione verso l’unico varco possibile di rigenerazione attraverso il quale egli avverte un riconoscimento di sé, realizza un modus vivendi sopportabile necessario a non sprofondare nel buio totale. Si tratta di una “naturale” deriva che in qualche modo salva dall’annichilimento in cui farebbe precipitare la consapevolezza che la vita è un’enorme illusione, (come già visto in Leopardi ), un cieco temporaneo fenomeno autorigenerantesi.

La biologia chiarisce come sia una prerogativa fisiologica della natura, tesa a perpetuare le specie viventi, la funzione di proteggere gli individui dal rischio di autoeliminazione conseguente a questa consapevolezza. Per evitare il suicidio infatti, gli individui mettono in atto dei personali meccanismi di sopravvivenza, anche inconsapevoli [vii]). E in Alfredo de Palchi il suo corredo genetico, unito ad una devastante sensibilità,  ha fatto sì che questa soluzione di salvezza prendesse inconsapevolmente la via sontuosa dell’eros. Mettendo in relazione il poeta con il corpo femminile, sia pure a volte fantasmatico, l’eros permette al poeta di abbandonarsi, demolirsi e rinascere.

Abbandono, demolizione e rinascita sono dunque i percorsi che segnano la vita e la poesia di Alfredo de Palchi. Una poesia per questo assolutamente nutrita della linfa del proprio vissuto.

 

L’abbandono ha origine e termine nell’elemento liquido, quell’acqua vergine e incontaminata dell’Adige del ricordo infantile, che assume il profilo di donna-madre ancestrale “fiume del tuo grembo, liquido conforto”, descritta con immagini luminose di straordinaria vitalità in Essenza carnale [viii]) (di cui riporto un intero testo):

 

La chiarezza delle acque mi rigenera

puro nel fiume che dalla cima del tuo capo

sorge a zampilli a gorghi a rivoli veloci,

ramificandosi in tributari di pendii e di braccia

che crocifissi in attesa;

e nel suo letto di ciottoli sabbie e curve ti leviga

le mammelle a fioriture di gigli acquatici,

cedevoli nella piana acquifera che freme fino alle anche

scarne,

arrivando a estuari spalancato all’ambra

delle tue riviere imponenti- l’Adige

è il tuo corpo sinuosamente asciutto, potente,

vortice che accoglie la mia bocca di sete.                        p.341

 

Ma l’abbandono accade inevitabilmente per intervalla insaniae, fatalmente alternandosi con il tempo del caos, della lotta, dell’enigma della pulsione-repulsione nel sentirsi psichicamente condannato al sesso. Ne deriva una tensione acuta di demolizione, di se stesso e della compagna, che invade nel momento del sesso e nel monopolio sessuale -senza sbocco- della mente. Una tensione alla distruttività sentita come fortemente necessaria a perpetuare nuove accensioni :

 

Ti decompongo, ricostruisco e giudico

nella giornata in cui tu invece decidi di essere

altrimenti – ma non esiste un migliore mezzo

di quello indicato

se vuoi che il nero rimanga in te

non fuori e non intorno

se vuoi

che m’infiammi nel mio stesso fuoco                                p.265

 

 

Mi tormenti così in forma decifrata

che so quanto e come strapparmi un pezzo

di cuore e buttarlo con audacia

a te, animale ferocemente isolato

che ogni mia energia assorbi

dentro la spirale che spazia…                                        p.278

 

dove anche la simbologia vitalistica del mestruo si tramuta in acuta sofferenza lirica: “…- ora per me non c’è che tagliare questa corda di sangue.” (p.267), mentre l’ossessione del corpo femminile, visto dovunque in “ogni oggetto animato e inanimato è donna…”(p.250) porta anche a concepire la femminile “fogna luminosa”come arca ambivalente dove il poeta riversa tutta la sua inquietudine di essere costantemente al bivio tra debordante pessimismo e minima speranza.

Il malessere ormai divenuto metafisico giunge ad annullare ogni fierezza virile, a far arretrare il poeta di fronte ad una donna-fiume consolante, eterno grembo amniotico, unico approdo in cui, pur nella ossessione, il poeta avverte “altro”, qualcosa che lo rende attonito, consapevole di trovarsi di fronte ad un’essenza imprendibile, [ix]) un’entità rappresentata come neve, che è straordinaria metafora di distanza dalla corporeità, luogo remoto, inaccessibile: “…come sciogliere per sempre questa/ sua neve, svangarla nella mia turbina.” (p.253).

Sembra farsi strada, di fronte all’inafferrabile mistero femminile, espresso più volte in fulminanti triadi di versi: “ritrovarti…tra cose che tu sola conosci,/non nego che manchi nel nascondiglio in cui/ lentissimo ustiono con il fuoco…” (p.274) e: “E’ che giorni/dopo notti di illusioni mi danno/a inseguire il tuo limbo di donna” (p.353), l’idea che il solo possesso sessuale non possa tradursi che in  costernazione: “che sia questo il momento di seguitare/ a implorarti/ io mortificato dalla mortificazione?” (p.272).

 

Di sicuro non è attraversando la oscure meraviglie dell’eros che il poeta sente di poter risolvere il proprio enigma, quella “calcificazione” dell’essenza maschile che avanza con l’età e sempre più si corrompe nella dimensione inquinata del mondo. Così il poeta rivela di sognare la propria rinascita dall’avvento di una nuova incorrotta Justine, (p.294) attingendo dal subconscio ad una figura femminile emersa dagli abissi sadiani, pronta a rischiarare e guarire.

Ma in Essenza Carnale, dove densissimi testi si accavallano dipingendo un inverno-metafora dell’età sempre illuminato dal corpo solare di donna, l’enigma -irrisolubile- è ancora tale e si giunge alla profezia che il mistero possa sciogliersi solo al finale compimento della vita. Ritorna ancora l’istinto di demolizione, in versi in cui l’eros è reso straordinariamente lirico.” …so di volerti demolire per porti nel sillabario/che ti completerebbe- sei fluente,/occhi mezzi chiusi dalla luce sui seni…”(p.347) e si consolida lungo molti testi l’identificazione della donna con l’elemento terraqueo necessaria per la rinascita  (p.355, 356, 361).

In una intervista rilasciata a Daniela Gioseffi [x]) Alfredo de Palchi  rivela, confermando un non solo mio, ma forse generale sospetto, che l’unica ricomposizione possibile avviene soltanto attraverso la scrittura e che è proprio il livello di soddisfazione raggiunto scrivendo poesia a perpetuare la tensione erotica, in un intreccio indissolubile per cui il corpo femminile si fa ponte lirico, continuo tramite di creatività. Da questo punto di vista la donna è proprio la dea-terra che accoglie,  preparando per il poeta l’humus da cui egli si rigenera insieme alla pianta della parola. Donna come terra inesauribile, dunque, e arca di energia capace di liberare altra parola necessaria perché sia attraversata l’assenza di senso. E nelle poesie Ultime(2000-2004) la scrittura del sempre giovane de Palchi non sembra minimamente sfiorare la parabola anagrafica con diminutio della potenza visionaria, poiché si ripropongono nuove e sempre dense scene dell’incontro. Queste si vestono di note sensuali ora più sfumate verso le sensazioni del timore della perdita e della dedizione(p.379), e talvolta più esplicite nei riguardi della personalità femminile: “… con la sapienza del tuo essere/ nobile sotto i veli da cui ti guardo…” (377).

 

E proprio a proposito della notata assenza nella poesia di Alfredo de Palchi di una personalità e specificità della o delle donne ispiratrici, cioè di una donna come soggetto che comunica, interagisce, risponde, rifiuta, solo il poeta potrebbe dare una risposta. Perché l’assenza sembra dipendere da una specifica volontà di lasciare la donna come  figura indistinta, sebbene appaia carica di forza di sommovimento. E benché in varie interviste il poeta abbia dichiarato come l’incontro sia sempre frutto di una comunicazione amorosa profonda nei due sensi e oltre i sensi, il che presuppone densità di dialogo tra gli amanti, pur non espressa, credo che paradossalmente la spiegazione di questa assenza possa derivare proprio dalla “troppa presenza” del femminile, per il poeta carica di misteriosa densità. Personalmente avverto un silenzio densissimo, sulla scena dell’incontro. Vi è sempre una donna profondamente consenziente, che ha anch’essa voluto, assecondato, accolto. Ha sedotto, sedotta, e continua a sedurre, silenziosa.

Inoltre un  profondissimo senso della sacralità del corpo e del mistero femminile induce naturalmente il poeta a non far accedere ad una dimensione che al fondo è indicibile. E vi è anche l’impossibilità di esplorare nella sua totalità un territorio sacrale, splendente di complessità, che il poeta identifica con la grande madreterra, insieme al timore di banalizzare questa dimensione con le parole del dialogo, sia pure in poesia. Credo quindi che al poeta non occorra alcuna giustificazione per questa pseudo-assenza femminile.

 

 

L’eros nella poesia di Alfredo de Palchi  non ha di sicuro aureole di pacificazione, non è mai solo splendore, né mai happy end consolatorio. Non può esserlo, nella visione globale di caos del mondo. Ma forse occorrerebbe cautela e ancora studio dell’ultima recente produzione depalchiana prima di affermare con sicurezza che la tensione erotica nella sua opera faccia parte di una irreparabile frattura e sia destinata ad essere solo scontro e prigione. La scena erotica depalchiana appare infatti  incontro sì, spesso crudo e teso al release liberatorio, ma è sempre illuminata da una luce ferma, che comunica altro, un quid che oltrepassa il movimento fisico dei corpi. Le stesse espressioni rituali dell’eros, riflesse anche nel lessico usato, non appaiono distruttive, ma rivelano un’ansia di rigenerazione, una dimensione di alveo di fiume, di grembo terrestre, in cui entrambi gli amanti resistono, amando, al disfacimento e al nonsense che circonda.

E’ una visione di comunicazione erotica che accade per desiderio insaziato di entrambi, vissuta oltre ogni categoria morale/amorale/immorale. Si tratta di amore pieno, potente e innocente, che rispetta profondamente il femminile, confermando ogni volta l’esaudirsi della promessa alla domanda di entrambi.

La donna che accoglie, come lo stesso de Palchi riferisce nell’intervista a Roberto Bertoldo inclusa nel volume di saggi già citato, è sempre metafora di una terra che dispiega tutto il suo carattere di naturalità e sacralità, come si evidenzia nella recente raccolta ancora inedita dell’autore, che ho avuto l’onore di leggere e di cui riporto, col suo permesso, il titolo: Foemina Tellus, e un solo testo che splendidamente rivela:

 

Averti come sei –

lo straccio addosso con spigliatezza

e gioielli di avena

con il papavero che infuoca le spighe

attorno le forme collinari e le valli

 

qui oso fermarmi

sgolo di potenza

e tu mi raccogli nella ramaglia

 

o nel vorticare intorno

a quella vulva che ingoia

crescite e pianeti

 

e sprofonda il tremore terrestre

 nell’ovulazione del tuo ventre.

 

25-26 novembre 2007 –  dalla raccolta inedita  Foemina Tellus

 

Ho dunque attraversato questo Paradigma, e sentito questa poesia, e quella che ancora  fluisce dalla penna di Alfredo de Palchi, come ricerca di verità vissuta, sofferta, rigorosa  e autentica.

E se dalla lettura di Paradigma si esce, come a me è accaduto, barcollando e amando il poeta che ancora ama e soffre, si è felici, semplicemente, che poesia e poeti esistano.

 

NOTE
 


[i]   Alfredo de Palchi, Paradigma. Tutte le poesie:1947-2005, Mimesis, Hebenon, Milano 2006. Tutte le pagine citate si intendono tratte da questo libro.

[ii]     Alfredo de Palchi, La potenza della poesia, Saggi di autori vari a cura di Roberto Bertoldo, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2008

[iii]   dal volume al n.2: Versi incisi nella pietra. Note di lettura sulla poesia di Alfredo de Palchi di Gabriela Fantato

[iv]    opere pubblicate come raccolte di testi composti in periodi diversi, raccolte nel 2006 nel volume al n.1. In particolare, The scorpion’s dark dance-La buia danza di scorpione, edizione bilingue, intr. E trad. di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside(California)1993; Sessioni con l’analista, Milano, Mondadori1967; Anonymous Costellation-Costellazione Anonima, trad. di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside(California)1997, poi pubblicato in Italia da Caramanica, Marina di Minturno,1998

[v]    Addictive Aversions - Le viziose avversioni, ed.ne bilingue, intr. di Alessandro Vettori, trad di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside (California)1999. Incluso nel vol.al n.1

[vi]    dal volume al n.2: Between the horizon and the leap: The poetry of Alfredo de Palchi di John Taylor

[vii]    Sergio De Risio- Marco Sarchiapone, Il suicidio. Aspetti biologici, psicologici e sociali, Masson, 2002

[viii]  Essenza Carnale è sezione da Paradigma, intr. Di Luigi Fontanella, Caramanica, Marina di Minturno2001,  incluso nel vol. al n. 1

[ix]     dal volume al n.2 : Tutte le poesie di Alfredo de Palchi di Annamaria Ferramosca

[x]      Daniela Gioseffi, Interview with Alfredo de Palchi, “Cortland Review”, n.15, February 2001