Vincenzo Mastropirro

              Nudosceno

                                          LietoColle, 2007


 

 

Nota di G. Lucini

 

Nudo, oscenamente aderente alla realtà ed espressione dei pensieri più immediati e cupi, sono i caratteri di questa raccolta di Vincenzo Mastropirro, un artista molto più noto per la sua attività di musicista (si veda il sito dell’autore, all’URL http://www.vincenzomastropirro.it/).

Il rigore filologico ci imporrebbe dunque di prendere in considerazione anche la sua musica, insieme alla sua poesia ed è inevitabile che qualche riferimento debba essere fatto, ma in questa nota vogliamo occuparci soltanto delle sue poesie che, come si evince dalle informazioni del sito citato sopra, sono apparse su varie riviste e volumi collettivi e, con Nudosceno, edito da Lietocolle, ora anche in volume.  Alludiamo dunque a Nudosceno, scrivendo questa nota.

E’, prima di tutto, un testo autobiografico, dove l’autore si mette a confronto (o forse sarebbe meglio scrivere “in attrito”) con l’orizzonte culturale del suo tempo, ma non per ergersi a giudice o per gratuito gusto della polemica, tant’è che una costante delle sue poesie è una tendenza quasi masochistica all’autocritica spietata, peraltro senza ironia e quindi senza tentativi di auto-assoluzione.  La sua è la sensibilità di un lirico che usa il tono epico e di un epico che usa il tono lirico.  La dimensione del presente, del muoversi all’interno di un orizzonte eticamente corrotto, è una costante che si manifesta anche nelle immagini, realistiche, concrete, a volte “impoetiche” visto che la poesia “alta” tende ad ignorare i lemmi della corporeità, specie i più “letterariamente sconvenienti” come “merda” (che anche il correttore di Word segna con un bisciolino rosso mentre non segna come scorretto termini “sterco” o “escremento” - provare per credere - certo sinonimi ma chissà perché non sconvenienti per il linguaggio letterario e informatico).  Come nella musica, anche nel linguaggio Mastropirro è insofferente ai recinti della costrizione convenzionale.  Se nella sua musica sono sensibilmente evidenti i richiami al barocco, al Jazz, al Rock, alla polifonia del ‘500, alla tradizione romantica e decadentista, secondo un principio caro a molti grandi musicisti (ad es. Gaslini, Pavarotti, Zucchero, lo stesso Bernstein per molti aspetti), altrettanta libertà egli si prende nell'uso delle parole, senza che il tono delle composizioni decada e senza che questa libertà si trasformi in una sorta di meccanismo che produce trasgressione fine a se stessa.  Non si lascia dunque "prendere la mano" ma scrive in modo sorvegliato, attento al contenuto e al messaggio senza piegarsi mai alla tentazione dell'effetto.  La carica poetica non viene dunque dal linguaggio ma dal contenuto, ossia da quella tensione nel comunicare lo iato, le contraddizioni, i paradossi che caratterizzano la vita, soprattutto spirituale, della modernità.  Il linguaggio è soltanto uno strumento (non si vuole dire affatto "trascurato", anzi), non il fine della scrittura - ed anche di questo spesso ci si dimentica, fino a diventare degli artigiani, magari abili ma sempre artigiani, confondendo la scrittura, che è un'abilità espressiva, con la poesia, che è una modalità interpretativa-reattiva affatto pre-linguistica dell'io: il linguaggio infatti fa parte del "mondo" che è sperimentato dalla poesia, perciò sta "al di fuori" del sentire poetico, della poesia in senso rigoroso.

Ed è per questo che la musica, l'attività che coincide con la vita del nostro autore, entra con molti riferimenti nella sua poesia ma soltanto come elemento del suo mondo, non come imitazione tecnica o ricerca di un verso "musicale", come in molti autori che sicuramente non hanno la professionalità di Mastropirro in campo musicale.  Egli invece tiene distinte, molto intelligentemente, le due arti: la musica è una cosa, la poesia è un'altra e ognuna di queste due arti deve possedere caratteri peculiari e ben distinti perché il loro incontro produca una "contaminazione" nella quale tutte e due le arti guadagnano qualcosa senza perdere nulla della loro identità.  Mastropirro (e qui, forse, la sua musica lo dimostra con efficacia) non è insolito a contaminazioni, anzi, come sopra si diceva, spazia da suggestioni di melodie gregoriane a John Cage passando per il Jazz e i Pink Floyd con molta naturalezza, ma l'effetto di queste contaminazioni è la produzione di qualcosa di nuovo che è la "sua" musica: non usa mai i caratteri della musica per contaminare la poesia e viceversa.  Qui sì che il rigore disciplinare mette in luce un'attenta riflessione teorica su questi aspetti, o quantomeno una intuizione rigorosamente seguita.

Un autore dunque molto stimolante, scomodo per i diversi motivi qui accennati, ed anche perché la sua scrittura chiama in causa senza mezzi termini il lettore, lo tratta con rudezza, con chiarezza, senza nascondere nulla di sé, chiedendo come contropartita uno sguardo interiore senza reticenze.  Franchezza che potrebbe essere scambiata per aggressione se il lettore cerca nella poesia qualcosa di rassicurante, di eticamente neutro e soltanto esteticamente appagante (eh sì, certe letture chiedono al lettore di essere intellettualmente onesto e non soltanto il pretenderlo dagli autori, gli chiede di essere "credibile", nel suo ruolo, non "credente" in qualcosa di astratto e, tutto sommato, rassicurante, "politically correct" o, in altro modo, borghese.

 

 

 TESTI

 

 

Io mi salverò

La memoria tiene fino alla demenza senile

Poi il corto circuito cambia gli elettrodi

Allora cominciamo a dire la verità

Toma, vedeva oltre, i puri lo fanno

Nessuno comprende il significato pieno

La massa si riduce, rimane la buccia

Proprio quella non si butta, teniamola

Oggi l'oscurantismo vige come una cappa

Ci sta provando il buco dell'ozono all'estinzione

I discorsi ammaliano e le bocche sono aperte

Mosche e zanzare hanno dove rifugiarsi

Non sappiamo più scacciare, trangugiamo tutto

Io mi salverò, da morto mi salverò

 

 

 

 

Cantiamola insieme questa bella canzone

in compagnia di nessuno.

Intoniamola con ardore, facciamoci vedere impegnati

ma non c'è nessuno.

Proviamo a interpretarla meglio, forziamo il bel canto

vuoto, nessuno.

C'è diffidenza fra la gente, eppure è una bella storia

nessuno più sopporta.

 

 

 

 

I porci ingannano,

il loro sguazzare nel fango

è sintomo d'amore

è la loro felicità.

Provate a tenerli puliti

e non si riconosceranno più.

Le bestiole si accoppiano

per la fragranza del medesimo fetore

 per l'unto della loro merda.

 

Noi, gli umani avvertiamo il disagio

ci profumiamo distinguendoci

ma è solo questione di marche, di mercato.

Puzziamo, non ce ne accorgiamo ma è così

noi sì che maleodoriamo

non ci rendiamo conto

di quanto facciamo schifo.

L'amore tra i porci è sano e duraturo

l'altro sprofonda negli spot.

 

 

 

Mozart avrebbe litigato con Karlheinz Stokhausen

poi avrebbe stappato una birra

meglio berci su che analizzare partiture.

 

I tempi hanno i loro tempi

se è quattro quarti è così

se undici ottavi va bene lo stesso.

 

Ora non c'è più tempo

la babele arranca e il seguito striscia

ora, non c'è più tempo.

 

 

 

Le metastasi del linguaggio

segnano marcatamente il territorio

e mi lasciano interdetto.

 

Ludovico van impersonava la follia

Alex la tramutava in morte

è ancora cosi e lo sarà sempre.

 

Il mondo sgocciola

sangue merda vomito

Perdóno bisogna chiedere.

 

Tutti pronti al via, l'evacuazione scatta

basta suonare l'allarme, l'espulsione certa

nessun soggetto potrà resistere al predicato.

 

L'onore delle armi spetta a pochi

chi è privo d'invidia si assemblerà

il globo epurato è un'altra cosa.

 

 

 

Immune al paradiso.

 

Sono immune al paradiso,

violento quanto basta non tanto quanto vorrei.

Ricorro al nudo fino ad essere osceno

e cavalco la tigre dei miei pensieri

col desiderio di umiliarmi

sotto il tiro di una fionda

tesa quanto basta a fare flop.

Mi metto a nudo, sempre, col carattere di un guerriero

pronto a combattere processi persi in partenza.

Nessuna colpa mai.

 

Ho sognato il paradiso è così osceno,

peccato non esserci.

 

Le risposte comuni mi desiderano

ma complico tutto velocemente,

adotto la linea dura e intravedo lo scandalo.

Il mio pensiero è nudo, complicato, fragile, oltre il quale nulla.

La diligenza percorre il tratto assaltata dalle ombre,

gli scalpi tremano pronti a far festa e intanto vedo...

non lontano vedo.

Mi vedo e incolonno la vita, non un granché...

non lo è per nessuno.

Corro a contrattare la sepoltura... Costosa, costosissima.