Leandro Piantini

               nota a M. Desiati

                              il paese delle spose infelici

                                           Mondadori, 2008


 

 

 

 

 

Il titolo del romanzo di Desiati ci fornisce la metafora fondamentale capace di definire la storia raccontata. L’infelicità delle spose malmaritate – rassegnate o inconsapevoli di essere infelici- nella plaga pugliese dove si svolge la vicenda è pregnante metafora di un Male atavico inestirpabile, irredimibile. Nessuna riforma  dell’ordine economico e civile potrà mai cambiare nulla a Martina Franca. Eppure di cose ne succedono in quella terra felice e sconsacrata. Cose che registra la voce spavalda di Francesco Rasoschi, detto Veleno, che racconta la sua vita irrequieta e trafelata, ma che irradia rapinose felicità, vissuta in questi nostri anni da lui e dai suoi coetanei nel fantastico paese pugliese.

Il racconto si svolge in un tempo di allegro molto, e si avvale di notevole vivacità linguistica. Ma il risvolto ineluttabile della “disperata vitalità” –canonizzata da Pasolini-  che fermenta e accende i corpi dei compagni di Francesco, e che sembra così irradiante e inattaccabile dal male e dalle sventure, sono la disperazione, il fallimento ,la mancanza di lavoro, un girare a vuoto come trottole impazzite.

 Alla fine questa lussureggiante dispersione, questo sperpero carnevalesco delle doti naturali di chi ha avuto in sorte di vivere sotto il sole del Meridione d’Italia, si risolve nel suo contrario. Questi fortunati di natura si ritrovano con un pugno di mosche. Chi si salva lo fa emigrando al nord come negli anni Sessanta avevano fatto i padri a costo di sradicamenti epocali divenuti materia da manuali di storia.

Desiati ha scritto un romanzo intenso ed elegante, dalla lingua sgargiante ma non troppo, comunicativa ed efficiente, frutto del controllo stilistico che il narratore appena trentenne sa esercitare su una materia ribollente e barocca, da cui era facile farsi prendere la mano. E invece mi pare che Desiati sia riuscito a forgiare uno degli strumenti di comunicazione più convincenti, per brio e duttilità, tra i tanti narratori dotati -  tra i quali molti sono i meridionali - della sua generazione.

E qui vorrei fare una considerazione più generale. Essere vissuti in luoghi così fatti, con quella società e quel retaggio di lingua e di dialetto, costituisce un vantaggio per questi giovani autori se hanno talento letterario. Al di là del facile folclore, le esperienze vissute danno materia alla fantasia, stimolano l’immaginazione, favoriscono la fluidità del linguaggio.

L’Italia che ai arrangia, il sud che si modernizza. Nel romanzo di Desiati la realtà si mescola alle fantasmagorie,  magia e povertà materiale si intersecano in maniera inestricabile. Francesco e i suoi amici sembrano vivere in un’interminabile adolescenza, anche se droga, malavita, degrado e Sacra corona unita stendono su tutto i loro tentacoli. C’è poco da stare allegri, e il libro racconta fatti di miseria e di umiliazione,  violenze inenarrabili come quelle che ripetutamente si abbattono su Annalisa, la bellissima, misteriosa, animalesca ragazza, che si staglia su tutta la narrazione. Mitico eterno femminino degradato che da sempre ha calamitato l’amore e la cieca devozione di Francesco che, lui solo, ha amato e rispettato questa Dea del sottosviluppo  di cui tutti i maschi di Martina Franca una volta o l’altra si sono approfittati facendole subire ogni sorta di sopraffazione. Questa creatura indifesa, condannata da sempre a fare da capro espiatorio, è il simbolo di una condizione umana, storica e metafisica insieme, di resa al destino dei miserabili.