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Luigi Fioravanti (a cura di)
Rassegna non
rassegnata
(Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso,
1916)
Analisi,
riflessioni, testimonianze sulla guerra di Gaza
Epigrammi
Occhio per occhio
dice il Vecchio Testamento,
voi per uno ne
uccidete cento.
Chi impartisce la
lezione
a cannonate e
bombe
poi dalle tombe
si fa una
ragione.
Il fine non
giustifica i mezzi: questo intendi,
quando i mezzi in
sé sono orrendi.
Il terrorismo va
condannato,
e praticato,
quello di stato.
(gf)
ACLI, ARCI,
LEGAMBIENTE
DONNE IN NERO
NON SI PUO’ RIMANERE A GUARDARE
C’è un modo per
evitare il massacro di civili
C’è un modo per
salvare il popolo palestinese
C’è un modo per
garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo
C’è un modo per
dare una possibilità alla pace in Medio Oriente
C’è un modo per
non arrendersi alla legge del più forte
e affermare il
diritto internazionale:
CESSATE IL FUOCO IN TUTTA L’AREA
RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE
FINE DELL’ASSEDIO DI GAZA
PROTEZIONE UMANITARIA INTERNAZIONALE
Facciamo appello
a chi ha responsabilità politiche e a chi sente il dovere civile perché
sia rotto il silenzio e si agisca
Le Nazioni Unite
e l’Unione Europea escano dall’immobilismo e si attivinoper imporre il
pieno rispetto del diritto internazionale
L’Italia
democratica faccia la sua parte.
Le nostre organizzazioni si impegnano, insieme a chi lo vorrà,
per raccogliere e dare voce alla coscienza civile del nostro paese.
“Israele
pretende che non ci sia una crisi umanitaria solo perchè non ci considera
umani.”Natalie Abu Shakra (Libano) – International Solidarity Movement
La strage dei bambini
Israele si mette sullo stesso piano dei suoi nemici quando massacra i
civili e, per questa ragione, potrebbe non avere domani più amici in
Occidente. A Israele si chiede di essere non solo più forte di chi la
vuole distruggere, ma anche migliore (dal Blog di BEPPE GRILLO)
.Gaza Così una bomba ha ucciso mio padre
FARES AKRAM, The Indipendent- 6 gennaio
Per Fares Akram,
reporter dell'Independent da Gaza, l'invasione israeliana si
è
trasformata in una tragedia personale quando ha scoperto che suo padre era
tra le prime vittime dell'attacco da terra
La
telefonata è arrivata intorno alle 16.30 di sabato. Una bomba era stata
sganciata sulla casa nella nostra piccola fattoria ubicata nella parte
settentrionale di Gaza. Mio padre in quel momento preciso stava recandosi
a piedi dal cancello alla porta d’ingresso.
Quello
era il nostro luogo più amato: era una piccola casa di campagna, bianca, a
due piani, con un tetto rosso, annidata in una piatta distesa agricola a
nord-ovest di Beit Lahiya. C'erano alberi di limoni, di arance e di
albicocche
Che e
da poco avevamo comperato una sessantina di mucche. La nostra era la
fattoria più vicina al confine settentrionale con Israele. Poco prima del
tramonto, " sabato scorso, mentre le truppe di terra israeliane e i
tank invadevano Gaza, la pace di quel luogo è andata in pezzi e la vita
di mio padre si è spenta a 48 anni. Caccia ed elicotteri vi hanno fatto
incursione, bombardando per spianare la strada ai tank e alle truppe di
terra che sarebbero seguite una volta calate le tenebre. E stata una
bomba scagliata da un F16 a togliere la vita a mio
padre. ,
La casa
è stata ridotta a poco più di un ammasso di polvere e di mio padre non è
rimasto granché da recuperare. Mia madre, mia sorella, mia moglie -
incinta di nove mesi -e io abbiamo trascorso l'ultima settimana dell'
attacco israeliano rinchiusi nel nostro appartamento di città. Mio
padre, invece, aveva deciso di restare alla fattoria. L'ultima volta che
l'ho visto è stata giovedì, quando ci ha portato dei soldi e un sacco di
farina: abbiamo parlato dell'imminente nascita del mio primo figlio e di
come avremmo potuto portare mia moglie Alaa all'ospedale, in mezzo alle
bombe. Naturalmente, sabato sera non c'è stata possibilità alcuna di
mandare un' ambulanza alla fattoria. Cosi mio zio e mio fratello hanno
percorso in automobile otto chilometri mentre noi siamo rimasti seduti
immobili, iÌ1 stato di shock, nell' appartamento buio.
Quando
mio zio e mio fratello sono arrivati a destinazione hanno trovato un
ammasso di macerie fumanti. Quasi tutte le mucche erano morte: Mahmoud,
un adomescente nostro parente, si trovava con mio padre quando la bomba
israeliana ha abbattuto la nostra casa. La potenza dell'esplosione lo ha
scagliato a trecento metri di distanza. Ieri mattina abbiamo seppellito
lui e mio padre con una cerimonia funebre molto veloce.
Mio
padre,Akrem al-Ghoul non era un militante. Detestava quello
che Hamas stava facendo al sistema legale di Gaza, introducendo la
giustizia islamica. Ed era assolutamente contrario alla violenza.
Si sarebbe adoperato in ogni momento possibile per raggiungere una giusta
intesa con Israele e per assicurare un futuro migliore ai palestinesi. Il
mio dolore non è appesantito da un desiderio di vendetta, che so essere
sempre e in ogni caso vana. Ma in verità, essendo un figlio in lutto che
piange il proprio padre, mi risulta difficile distinguere tra quelli che
gli israeliani chiamano terroristi e i piloti israeliani e gli equipaggi
dei carri armati che hanno invaso Gaza. Che differenza c’è tra il
pilota dell’aereo che ha disintegrato mio padre e il militante che spara
un piccolo razzo? Non so rispondere a questa domanda.
Mario Cornioli
ad Avvenire, 23 dicembre
“Carissimo Direttore, sono un sacerdote della diocesi di Fiesole in
Toscana. Le scrivo dopo aver letto l'articolo di Barbara Uglietti
intitolato: Hamas: basta tregua. Ma perché non dite anche che quasi ogni
notte aerei israeliani bombardano Gaza uccidendo e terrorizzando quella
povera popolazione che non ha più nulla per vivere? Perché non si parla
anche del disumano embargo che sta uccidendo lentamente le persone più
deboli e indifese, malati, vecchi e bambini? Perché non si
dice
anche che dopo la dichiarazione della tregua chi l'ha violata
continuamente è stato l'esercito israeliano e invece si dice che "Israele
si ritiene impegnato ancora nella tregua", facendolo credere alla gente,
quando la realtà è un'altra?”
(Don Mario Cornioli, lettera non pubblicata da Avvenire)
Pensare
di dare una lezione ad Hamas è un errore fondamentale
(Tom SEGEV - Haaretz 29 12 08 )
La
prima catena televisiva si è dedicata a un interessante lavoro di mixage
sabato mattina. I suoi corrispondenti parlavano da Sderot e Ashkelon,
mentre sullo schermo si vedevano immagini della Striscia di Gaza. Così la
catena dava il messaggio giusto, benché, senza dubbio, inconsapevolmente.
Un bambino di Sderot e un bambino di Gaza sono simili, e chi li minaccia è
cattivo.
Ma la
condanna morale dell'assalto a Gaza non è la cosa che più importa. Ciò che
più importa, è un po’ di memoria storica. Sia la giustificazione che viene
data oggi, sia la scelta degli obiettivi, ripetono le medesime certezze
che si sono dimostrate false ogni volta. Tuttavia Israele le estrae dal
suo cappello ancora una volta, una guerra dopo l'altra.
Israele colpisce i Palestinesi per «dare loro una lezione». E’ la certezza
primordiale del sionismo dalla sua origine. Noi siamo i rappresentanti del
progresso e dei lumi, della razionalità complessa e della moralità, mentre
gli arabi sono primitivi, dei bruti violenti, dei bambini ignoranti, che
bisogna educare e a cui bisogna insegnare la saggezza - grazie,
ovviamente, al metodo della carota e del bastone, come si fa con gli
asini.
Il
bombardamento di Gaza serve a «liquidare il regime di Hamas», secondo
quest’altra certezza del sionismo fin dalla sua origine: che è possibile
imporre una direzione «moderata» ai Palestinesi, cioè una direzione che
abbandoni le loro aspirazioni nazionali.
Corollario di quest’assioma: Israele crede sempre che infliggere
sofferenze ai civili palestinesi li farà rivoltare contro i loro leader.
Questa certezza si è dimostrata sempre falsa.
Tutte
le guerre d'Israele si sono basate su un’altra certezza che noi abbiamo
sin dall’inizio: che noi ci difendiamo. « Mezzo milione di Israeliani
sotto tiro» titolava domenica Yedioth Ahronoth - come se la Striscia di
Gaza non fosse sottoposta a un lungo assedio che ha distrutto per
un’intera generazione le possibilità di una vita che valga la pena di
essere vissuta.
Si può
ammettere che sia impossibile vivere sotto la minaccia costante dei
missili, benché nessun luogo al mondo sia oggi al riparo dal terrore. Ma
Hamas non è un’organizzazione terrorista che tiene la popolazione di Gaza
in ostaggio. E’ un movimento nazionalista religioso e la maggioranza degli
abitanti di Gaza lo segue. Si può certo attaccarlo, con un assedio di cui
la Knesset ha la chiave. Ma, in questo contesto, è bene ricordare
un’altra verità storica. Dall'alba della presenza sionista sulla terra
d'Israele, nessuna operazione militare ha fatto avanzare il dialogo con i
Palestinesi.
Più
pericoloso di tutto è il cliché che noi non abbiamo interlocutori. Questo
non è mai
stato vero. C’è il modo di parlare con Hamas, e Israele ha qualcosa da
offrire a questa organizzazione. Mettere fine all’assedio di Gaza, e
permettere la libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania potrebbe
ristabilire la vita nella Striscia.
Nello
stesso tempo, bisogna rispolverare i vecchi piani che datano dalla fine
della Guerra dei Sei Giorni, che prevedevano di insediare migliaia di
famiglie di Gaza in Cisgiordania. Questi piani non sono mai andati in
porto, perché la Cisgiordania è stata consacrata alle colonie ebraiche. E
quella fu la certezza più nefasta di tutte
L’attacco a Gaza non è contro Hamas, è contro tutti i palestinesi
Amira Hass,
SEQ CHAPTER \h \r 1Haaretz,
29 dicembre 2008
Alle
3,19 del pomeriggio di domenica, si poteva sentire al telefono il rumore
di un missile che si avvicinava. E poi un altro, accompagnato dalle grida
di paura dei bambini. Nel quartiere di Tel al-Hawa della città di Gaza i
condomini si ammucchiano gli uni contro gli altri, con dozzine di bambini
in ogni edificio, centinaia in ogni isolato.
Suo
padre, B, mi dice che sta salendo del fumo dalla casa del suo vicino e
chiude la comunicazione. Un’ora più tardi mi racconta che sono state
colpite due abitazioni. Una era vuota e non sa chi ci viveva. L’altra,
nella quale si sono registrate vittime, appartiene ad un membro di una
cellula che lancia razzi, ma non occupa un posto di spicco o importante.
A
mezzogiorno di domenica, le forze aeree israeliane hanno bombardato un
complesso che appartiene al Servizio di Sicurezza Nazionale di Gaza e
dentro cui si trova la prigione principale della città di Gaza. Come
conseguenza sono morti tre prigionieri. Due pare fossero membri di Fatah;
il terzo scontava una pena come collaborazionista con Israele. Hamas aveva
evacuato la maggior parte delle altre prigioni di Gaza, ma aveva pensato
che questa fosse sicura.
Alle
10 del mattino di domenica, una chiamata telefonica ha svegliato S. “In
ogni caso non stavo dormendo”, ha detto. “Ho messo l’auricolare e ho
sentito un messaggio registrato in arabo: “La avvertiamo che bombarderemo
la casa di chiunque detenga armi o munizioni”.
Tre
membri di una famiglia del vicinato risultavano morti, erano tutti giovani
sui vent’anni. Nessuno aveva armi né munizioni; stavano semplicemente
passeggiando per la strada quando le forze aeree israeliane hanno
sganciato una bomba contro un’auto che passava di lí. Un altro vicino ha
perso una figlia di 16 anni e sua sorella è rimasta gravemente ferita.
L’aviazione ha bombardato un edificio dove prima c’era il Servizio di
Sicurezza Preventiva dell’Autorità Palestinese: la loro scuola era attigua
ad esso.
S. ha
visto le conseguenze di alcuni bombardamenti di sabato quando ha fatto
visita ad un amico il cui ufficio è ubicato vicino alla caserma della
polizia della città di Gaza. Tra i morti in quest’attacco figura Hassan
Abu Shnab, il figlio maggiore dell’ex dirigente di Hamas Ismail Abu Shnab.
Abu
Shnab senior, assassinato da Israele 5 anni fa, è stato uno dei primi
politici di Hamas a parlare a favore di una soluzione di due stati. Hassan
lavorava come impiegato nell’università locale e suonava nella banda della
polizia per passione. Stava suonando ad una cerimonia di graduazione della
polizia sabato quando è esplosa la bomba.
“Lì
sono morti 70 poliziotti, non tutti erano membri di Hamas”, dice S. Che è
contrario ad Hamas. “E anche quelli che sostenevano Hamas erano giovani in
cerca di lavoro, di un salario. Volevano vivere. E per questo sono morti.
70 in un colpo. Questo attacco non è contra Hamas. E’ un attacco contro
tutti noi, contro tutta la nazione. E nessun palestinese accetterà che il
suo popolo e la sua patria siano distrutti in questo modo”.
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1050688.html
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ABRAHAM B. YEHOSHUA Tregua subito, La Stampa |
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Se abbiamo a cuore la nostra sopravvivenza futura non dobbiamo
dimenticare una cosa fondamentale mentre è in corso l’operazione
«Piombo fuso», così chiamata a citazione di una canzoncina di Hannukah
che racconta di una piccola trottola.
Quella trottola, uno dei simboli della festività, è ricavata dal
piombo fuso.
Gaza non è il Vietnam, né l’Iraq, né l’Afghanistan, e non è nemmeno il
Libano. È una regione che fa parte della patria comune a noi e ai
palestinesi. Una patria che noi chiamiamo Israele e loro Palestina.
A Gaza vivono un milione e mezzo di persone, membri di un popolo che
conta un altro milione e trecentomila componenti in Israele e più di
due milioni in Cisgiordania. Gli uomini e le donne di Gaza sono
innanzi tutto nostri vicini e vivranno spalla a spalla con noi per
sempre, anche se separati da una frontiera. Le nostre case e le nostre
città sono a pochi chilometri di distanza dalle loro, i nostri campi
lambiscono i loro. Gli uomini di Gaza, attivisti o poliziotti di Hamas
che osserviamo attraverso binocoli militari, erano in passato
attivisti o poliziotti di Al Fatah, nati a Gaza o giunti lì come
profughi durante la guerra del 1948, o in altre guerre. Nel corso
degli anni sono stati muratori nei nostri cantieri edili, lavapiatti
in ristoranti dove abbiamo cenato, negozianti presso i quali abbiamo
acquistato merci, operai nelle serre di Gush Katif, o altrove. Sono
nostri vicini e lo saranno in futuro e questo ci impone di considerare
con molta attenzione quale tipo di guerra combattiamo contro di loro,
il suo carattere, la sua durata, la portata della sua violenza.
Noi israeliani non abbiamo nessuna possibilità di estirpare il governo
di Hamas a Gaza, come non avevamo nessuna possibilità di estirpare
l’Olp dal popolo palestinese. Sharon e Begin arrivarono fino a Beirut,
pagando un prezzo terribile e sanguinoso, per ottenere questo
risultato. E che accadde? Sia Sharon sia Netanyahu sedettero a un
tavolo con Arafat e i suoi rappresentanti per tentare di negoziare un
accordo. E ora il vice del defunto leader palestinese, Abu Mazen, è
ospite fisso e gradito presso di noi.
Dobbiamo rendercene conto: gli arabi non sono creature metafisiche ma
esseri umani, e gli esseri umani sono soggetti a cambiamenti. Anche
noi cambiamo le nostre posizioni, mitighiamo le nostre opinioni, ci
apriamo a nuove idee. Faremmo bene a levarci di testa al più presto
l’illusione di poter annientare Hamas, di poterlo sradicare dalla
Striscia di Gaza. Dobbiamo invece lavorare con cautela e buon senso
per raggiungere un accordo ragionevole e dettagliato, una tregua
rapida in vista di un cambiamento di Hamas. È possibile, è attuabile.
È accaduto più volte nel corso della storia. Ma anche se cominceremo
fin da oggi a lavorare a una tregua ci aspettano ancora giorni di
guerra, di lanci di razzi. Almeno, però, avremo la consapevolezza di
non combattere per un obiettivo irrealizzabile che porterà altro
sangue e devastazione. Sangue e devastazione che peseranno sulla
memoria collettiva dei figli dei nostri vicini i quali resteranno
all’infinito tali, anche se la trottola continuerà a girare.
(Traduzione di A. Shomroni) |
Condannare le «due parti»: peggio degli assassini!
Michel Warschawski - Alternative Information Center (AIC)
Barak, Olmert, Livni
e Ashkenazi un giorno dovranno rispondere di crimini di guerra davanti ad
una corte di giustizia, come altri criminali di guerra. Di conseguenza, è
nostro dovere informare sulle loro azioni e dichiarazioni per essere
sicuri che pagheranno per i massacri che hanno ordinato e commesso.
Ma un’altra
categoria di criminali potrebbe sfuggire ai tribunali. Essi non si
sporcano le mani del sangue dei civili, ma forniscono le giustificazioni
intellettuali e pseudo morali degli assassini. Sono l'unità di propaganda
del governo e dell'esercito degli assassini.
Gli scrittori
israeliani Amos Oz, e A. B. Yehoshua sono gli esempi tipici di questi
miserabili intellettuali, e non è la prima volta! Ad ogni guerra si
offrono volontari per lo sforzo di guerra israeliano, senza nemmeno
arruolamento ufficiale. Loro primo compito è fornire giustificazioni
all'offensiva israeliana, poi, in un secondo tempo, piangono sulla loro
verginità perduta e accusano l'altro campo di averci obbligati ad essere
brutali.
La giustificazione
fornita da Oz sul Corriere della Sera, e da Yehoshua su La
Stampa è evidentemente la necessità di reagire ai razzi su Sderot,
come se tutto fosse cominciato con questi razzi. «Ho dovuto spiegare
agli Italiani - scrive Yehoshua su Haaretz 30 dicembre 2008 -
perché l'azione israeliana era necessaria.... ».
Yehoshua e Oz
hanno dimenticato 19 mesi di assedio israeliano brutale imposto ad un
milione e mezzo di esseri umani, privandoli dei beni di prima necessità.
Hanno dimenticato il boicottaggio israeliano e internazionale del governo
palestinese democraticamente eletto. Hanno dimenticato la separazione
forzata di Gaza e della Cisgiordania, separazione fatta per isolare e
punire la popolazione di Gaza per la sua scelta democratica scorretta.
Dopo aver scelto di
riscrivere la cronologia degli avvenimenti, Oz e Yehoshua utilizzano
l'argomento della simmetria: la violenza è utilizzata dalle due parti e ci
sono vittime innocenti a Gaza come in Israele. In effetti, ogni civile
ucciso è una vittima innocente. Ma la cronologia e il numero non sono
fuori luogo: 3 civili israeliani sono stati uccisi nel sud d'Israele, ma
solo dopo che l'aviazione israeliana aveva commesso il suo massacro
pianificato nel centro della città di Gaza, uccidendone più di 300.
Questa posizione
degli intellettuali più in vista di Israele serve da giustificazione
morale al sostegno che il partito della sinistra sionista Meretz porta
all'aggressione criminale del ministro della difesa Barak. Anche Meretz
esprimerà a suo tempo la sua opposizione ai massacri, vale a dire quando
la comunità internazionale esprimerà la sua preoccupazione per gli errori
d'Israele. Per ora questa comunità internazionale resta silenziosa e
pare anche contenta del contributo israeliano alla sua santa crociata
contro la minaccia globale islamica.
Per mostrare un po’
di preoccupazione, l'Europa invia un’assistenza umanitaria (simbolica)
alla popolazione di Gaza. Ascoltando il ministro francese degli Esteri,
Bernard Kouchner sostenere l'azione israeliana, mentre contemporaneamente
annuncia la decisione di inviare aiuti umanitari a Gaza, non ho potuto
impedirmi di ricordare le delegazioni della Croce Rossa Internazionale che
andavano a visitare i campi di sterminio nazisti con cioccolata e
biscotti. So che non è la stessa cosa, ma nessuno può controllare le sue
associazioni mentali.
Bernard Kouchner
tuttavia ha una circostanza attenuante: anche i regimi arabi, in
particolare quello di Hosni Mubarak, sostengono l'aggressione israeliana.
E anche loro invieranno cicocolata e biscotti ai bambini di Gaza, tranne
ovviamente a quelli che giacciono morti all'ospedale dI Shifa .
Ran Hacohen*: La pacificazione di Gaza
30 dicembre 2008
* Ran Hacohen insegna letteratura comparata all’Università di Tel Aviv,
traduttore di letteratura tedesca, olandese, inglese, critico letterario
su Yediot Ahronot, scrive regolarmente una Lettera da Israele sul sito
Antiwar.com
Il ministro della
Difesa Ehud Barak (il suo nome significa “lampo”, “blitz” in tedesco) l’ha
fatto di nuovo: un record storico di più di 200 Palestinesi uccisi in un
solo “Sabato lampo” il 27 dicembre. I sondaggi ora predicono 5 seggi in
più per il suo partito laburista alle prossime elezioni legislative di
febbraio. Questo fa 40 cadaveri di Palestinesi per seggio. Non
stupisce che prometta che è solo l’inizio: a questo ritmo basteranno al
partito 2000 cadaveri in più per passare dalla miseria alla ricchezza, da
un partito politico morto alla maggioranza assoluta in parlamento come ai
bei vecchi tempi.
Così per Barak i
necrologi di Gaza sono un fatto di sopravvivenza politica, sono collegati
alla necrologia del suo partito. E’ la stessa logica nauseante che
condusse l’allora Primo Ministro Shimon Peres (insignito del premio Nobel
per la pace etc. etc.) a devastare nel 1996 il Sud Libano e risolvere una
volta per tutte il problema di Hezbollah nell’operazione “radici di
collera”, proprio qualche settimana prima delle elezioni legislative -
nelle quali fu sconfitto da Netanyahu.
Quando le sedicenti
Colombe si comportano da Falchi, gli elettori preferiscono i falchi veri,
secondo la parola del Talmud: “un vero uovo vale sempre di più di tutto
ciò che può assomigliargli”. Ma i guerrieri come Barak non imparano mai. E
non sono i soli: solo due giorni prima dell’inizio del martellamento di
Gaza, era il partito Meretz, che si pretende della “sinistra liberale”,
che chiamava ufficialmente ad un’azione militare contro Hamas. Avete
presente, Meretz: il partito (insignito del premio della Pace di
Francoforte etc… etc…) di Amos Oz e di quelli della sua specie, quegli
pseudo intellettuali che proclamano sempre di esser stati contro la guerra
precedente. Senza eccezioni questa volta sono tutti là, dritti dietro i
bombardieri o anche davanti.
Più di 200 cadaveri
giacenti a cielo aperto dietro l’ospedale di Gaza, che, dopo più di un
anno di assedio israeliano, non può offrire ai suoi pazienti nient’altro
che analgesici in ogni modo. Indovinate qual era il titolo principale del
più popolare quotidiano israeliano, Yediot Ahronot, il giorno dopo: “un
milione e mezzo di abitanti di Gaza sotto il fuoco”? Ci siete vicini ma
non avete ancora indovinato, il vero titolo del 28 dicembre era: “mezzo
milione di Israeliani sotto il fuoco”. In realtà, un solo civile
israeliano è stato ucciso quel giorno da un razzo di Hamas. Allo stesso
modo la giornalista Avirama Golan nel suo Blog su Haaretz , dedica tutta
la propria pagina alle angosce del suo gattone isterico a Sderot. Certi
giornalisti, soprattutto quelli che si considerano importanti, hanno un
indubbio senso delle priorità.
Yediot Ahronot ha
avuto sei cronisti in prima pagina e molti altri all’interno, le ragazze
pon-pon della guerra. Nahum Barnea, un giornalista “importante”, molto
apprezzato, ha espresso molto sinteticamente il suo parere sul bagno di
sangue: “meglio tardi che mai”; Dov Weissglass, strettamente legato al
“processo di pace” come il preciso Wikipedia, ha parlato nello stesso
modo, il suo articolo si intitolava: “non fermatevi” con un punto
esclamativo per chiarezza. “Bisognerebbe che questo fosse solo un inizio”
consiglia al governo, che ha appena promesso appunto: “non è che
l’inizio”. Specchio, bello specchio! Eitan Haber, già assistente del già
Primo Ministro Yitzhak Rabin (insignito del Premio Nobel per la Pace etc.
etc.) ha riciclato la solita propaganda di guerra ad uso domestico di ogni
governo israeliano: come sempre, l’opposizione di destra è estremista e
folle, ma noi, il governo, lanciamo una guerra moderata, responsabile e
controllata. “L’argomento politico che avremmo dovuto e potuto agire
molto tempo prima non è né vero né giustificato”. Haber si pone in modo
pavloviano a servire il governo. Gadi Taub, giovane “mainstreamer” ultra
conservatore, ha scritto un articolo intitolato: “Demagogia,
Antisemitismo, Ignoranza” dal contenuto troppo triviale per essere
riferito, ma abbastanza ben riassunto dalla prima e dall’ultima parola del
titolo. Ma la demagogia di Taub impallidisce davanti a quella di Ben-Dror
Yemini su Ma’ariv; in un articolo intitolato “L’offensiva più giustificata
che abbia mai avuto luogo” (straordinariamente le stesse parole usate dal
suo gemello di Haaretz Ari Shavit per la guerra del Libano giusto due anni
fa), Yemini traccia una linea retta da Hitler ad Hamas (non è un caso se i
due iniziano con H, proprio come Hezbollah, Saddam Hussein, e Hémorroides
- in italiano il gioco non riesce), e spiega che “dopo l’ideologia
nazista… nessun movimento è stato tanto dannoso per la pace nel mondo
quanto l’Islam politico”. Scusatemi per la citazione di queste porcherie;
abbiamo bisogno di un demagogo israeliano per strumentalizzare
l’olocausto, e Yemini è nato per questo sporco lavoro.
Contemporaneamente
l’eccellente cronista B. Michael leva una voce critica su Yediot: “E
rieccoci al “déjà vu” della guerra che torna periodicamente, il rituale
sangue versato nella pentola bollente che da decine di anni porta tutta la
regione all’inferno. Per essere sincera, la nostra anima è stanca di
distinguere la guerra del settimo giorno dalla Guerra dei Sei Giorni in
diverse operazioni, guerre, battaglie, azioni e offensive. In realtà si
tratta di una sola guerra ininterrotta. Un solo grande macello, la
guerra dell’occupante contro l’occupato, e la guerra dell’occupato contro
il suo occupante”.
B. Michael sa ciò
che la maggior parte degli israeliani sono stati portati a dimenticare:
che malgrado il ritiro di Israele, Gaza è sempre occupata, anche prima
della presa del potere da parte di Hamas, perché Israele mantiene tutte le
misure necessarie ad assicurarsi il controllo sulla Striscia: dal
controllo diretto di tutti i passaggi di frontiera verso Gaza, sia per le
merci che per le persone, fino al controllo israeliano del registro della
popolazione di Gaza. La sola apparente eccezione, il Checkpoint di Rafah,
è riservato all’ingresso in Gaza dei soli abitanti di Gaza, così definiti
dal registro israeliano, e anche questo avviene sotto supervisione
israeliana.
Ma per la maggior
parte degli Israeliani Gaza è indipendente, impero sovrano, che fu
occupato da Israele alcuni lustri fa, e che oggi, senza alcuna ragione, fa
pesare una minaccia esistenziale sui suoi benevoli vicini ebrei.
Alle notizie
televisive della sera, l’ascolto attento in particolare di reporters seri
come Shlomi Eldar, può rivelare la punta dell’iceberg ancora sommerso dei
crimini di guerra: una prigione di Gaza è stata bombardata
intenzionalmente, un evidente crimine di guerra. Anche l’ospedale di Gaza
ha subito dei danni, tutto ciò in una striscia sovrappopolata, nella quale
la vita è già stata strangolata da un embargo su tutto, dal cemento al
carburante e ai presidi medici.
Due mesi fa, il
giornalista Amos Harel ha citato un articolo di un’alta personalità
militare a proposito della politica israeliana per la prossima guerra, che
fosse in Libano, in Siria o a Gaza: “Bisogna usare una forza senza alcuna
proporzione rispetto alla minaccia e alle azioni dei nemici, per
danneggiare e punire a un livello tale da aver bisogno di processi lunghi
e costosi per la ricostruzione”.
Un altro generale
israeliano ha spiegato che i villaggi dai quali provenivano dei lanci
sarebbero stati annientati: “li consideriamo come basi militari” (Haaretz,
5 ottobre 2008. I nomi dei due generali - per la Corte Internazionale di
Giustizia dell’Aja - sono Gaby SIBONI e Gadi ESENCOT). Quando la guerra è
cominciata il generale di divisione della riserva Giora ISLAND, già capo
del Consiglio Nazionale di Sicurezza ha proferito queste parole,
senz’ombra di vergogna: “Israele non dovrebbe limitare i suoi attacchi
alle attrezzature militari - ha detto - ma deve colpire anche dei bersagli
civili. I danni alla popolazione civile dovrebbero essere massimizzati
perché peggiore è la crisi umanitaria e meglio e più rapidamente si
conclude l’operazione”. In realtà, è lo stesso Generale di divisione che
ha provocato uno scandalo esattamente un anno fa, facendo pressione sul
governo per negoziare direttamente con Hamas. Non cercate né coerenza, né
integrità, né intelligenza là dove sono implicati dei criminali di guerra.
Ramallah, 27 dicembre 2008.
Mustafa Barghouthi con Francesca Borri
E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di
concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la
differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i
bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala
operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama,
quando manca tutto il resto?
E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un
attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro
razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato
naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e
d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che
chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le
leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale,
una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come
entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate
a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei
caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale
altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma
tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a
questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e
contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il
coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili
stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per
assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la
racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.
E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi
processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui
parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati
dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai
dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione
di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a
noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in
cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa
minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i
civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un
crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un
processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le
terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti
allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La
fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti
gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?
Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?
Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui
vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza.
Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine,
verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a
vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei,
americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità
egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? -
siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e
parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come
sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti,
vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori,
rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi,
domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse?
delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la
generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia -
sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni
volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori -
no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele
passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più
pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un
ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita,
oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita
tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima
razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine
gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto,
sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah
chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero
unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.
So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna
autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo
apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane,
tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni
delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico
formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo
collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio,
il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un
altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?
L’Egitto corrotto e impotente di
fronte alla tragedia (di Gaza)
© The Independent
Traduzione di
Carlo Antonio Biscotto
ROBERT FISK
Ed ora
Mubarak è in grado di tenere a freno la rabbia della sua gente? Ovviamente
la
risposta è che gli egiziani, i kuwaitiani e i giordani potranno urlare per
le strade delle loro capitali - ma in questo caso si beccheranno qualche
pallottola con l'aiuto delle decine di migliaia di agenti della polizia
segreta e di miliziani che servono
i re,
i principi e gli anziani governanti del mondo arabo.
Gli
egiziani chiedono a Mubarak di aprire il valico di Rafah che consente di
entrare a Gaza, di rompere le relazioni diplomatiche con Israele e persino
di inviare armi ad Hamas.
È c'è
una sorta di perversa bellezza nell'ascoltare la risposta del governo
egiziano: perché non vi lamentate dei tre valichi che Israele si rifiuta
di aprire? E in ogni caso il valico di Rafah è politicamente controllato
dalle 4 potenze che hanno elaborato
la
«road map»come strumento per costruire la pace, ivi compresi la Gran
Bretagna e gli Stati Uniti. Perché prendersela con Mubarak? Ammettere che
l'Egitto non può
nemmeno aprire un suo valico di frontiera senza il permesso di Washington
la dice lunga sulla totale assenza di potere dei satrapi che governano il
Medio Oriente per conto nostro.
Se le
autorità egiziane aprissero il valico di Rafah - o rompessero le relazioni
diplomatiche con Israele - l'economia egiziana andrebbe in frantumi in un
battibaleno. Qualunque leader arabo si provasse a fare una cosa del genere
perderebbe il sostegno
dell'Occidente. Senza sovvenzioni e aiuti l'Egitto potrebbe dichiarare
bancarotta. Naturalmente è vero anche il contrario. I singoli leader arabi
non sono più disposti a
fare
gesti plateali per nessuno.
Quando
Sadat volò a Gerusalemme pagò con il sangue il prezzo del suo coraggio e
in occasione di una parata militare uno dei suoi soldati lo assassinò
gridandogli «faraone!!». La vera sciagura dell' Egitto non è la reazione
al massacro
di
Gaza. È la corruzione che è divenuta un fenomeno incitato nella società
dove l'idea di servizio - sanità, istruzione, sicurezza per i cittadini -
ha semplicemente cessato di esistere. È un Paese nel quale il primo dovere
della polizia è proteggere il regime, nel quale chi protesta viene
picchiato dalle forze di sicurezza, nel quale le donne
che
protestano contro il regime vengono molestate sessualmente da agenti in
borghese.
LEGGI
VIOLATE
In
Egitto ha preso lentamente corpo una sorta di facciata religiosa
nell'ambito della quale il significato dell'Islam è stato cancellato dalla
sua rappresentazione fisica. I dipendenti pubblici e i funzionari statali
egiziani sono spesso osservanti in maniera scrupolosa – ma tollerano e
forniscono la loro complicità agli autori dei brogli elettorali, a coloro
che violano la legge e a quanti torturano i detenuti nelle carceri.Un
giovane medico americano mi ha detto di recente che in un ospedale del
Cairo i medici
troppo
occupati bloccavano le porte con alcune sedie di plastica per impedire
l'ingresso ai pazienti.
E
oltre a tutto questo gli egiziani debbono assistere alla quotidiana
carneficina causata dalle infrastrutture fatiscenti. Alaa al-Aswani ha
scritto in modo quanto mai
eloquente sul quotidiano del Cairo Al-Dastour che i «martiri» del regime
superano per numero tutti i caduti delle guerre dell'Egitto contro Israele
- vittime di incidenti ferroviari, di naufragi di traghetti, del crollo di
edifici nei centri urbani, dimalattie - tutte vittime, come scrive
Al-Aswani «della corruzione e dell'abusodi potere». Aprire il valico di
frontiera di Rafah per far transitare i palestinesi feriti non cambierà il
letamaio nel quale gli stessi egiziani sono costretti a vivere. Sayed
Hassan Nasrallah,
segretario generale di Hezbollah in Libano, ha invitato gli egiziani a
«sollevarsi a milioni» per costringere il regime ad aprire la frontiera
con Gaza, ma gli egiziani
non lo
faranno. Il malessere dell'Egitto è per molti versi impenetrabile come
quello dei palestinesi. La sua impotenza rispetto alle sofferenze di Gaza
è la manifestazione
simbolica della sua patologia
politica.
L’AI
POLITICI ITALIANI
da parte di
Luisa Morgantini
Vice Presidente del Parlamento Europeo
Roma, 3 Gennaio 2009
Non una
parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di
persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro
persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie,
posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i
Veltroni, con i loro “I care”, come si può tacere o difendere la politica
di aggressione israeliana
La
popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il
prezzo dell’incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad
Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale
coloniale.
Certo
Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la
popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna
fermarli.
Ma
basta con l’ impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.
Dal
1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione
brutale e coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point
dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati,
colonie che crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo
coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite
anche le visite dei familiari.
Ma voi
dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino
palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer
glielo porta via e dei soldati che lo pestano con il fucile per farglielo
lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il
cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point
non gli permettono di passare per andare all’ ospedale, o Um Kamel,
cacciata dalla sua casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei
non sopravissuti all’olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che
quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto divino, sono
entrati di forza e l’hanno occupata perché vogliono costruire in quel
quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i
bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a
scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta
dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni
picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che
trovano le loro tanche d’acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici
coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico
difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di
palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.
Avete
visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi
che divide palestinesi da
Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro
considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto
al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di
sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di
cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all’estero, ma non
sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician
for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che
penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c’è
riscaldamento, non c’è luce, o i bambini nati prematuri nell’ospedale di
Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti
senza elettricità perché muoiano.
Avete
visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi
spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è
diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove
andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di
cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un
morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per
lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone.
Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e
migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro centinaia di
bambini che non tiravano razzi.
Dopo le
manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi
dirigenti politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la
vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né
israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di
esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le
frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della
Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947.
Avrei
però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi
urlare il dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta
arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto
internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti
israeliani: Cessate il fuoco, cessate l’assedio a Gaza, fermate la
costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’ occupazione
militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite,
questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle
minaccie contro Israele.
Ieri lo
dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici,
basta con l’occupazione.
Dio mio
in che mondo terribile viviamo.
analisi
Vittorio Arrigoni, da Gaza, 4.01.09
Mentre scrivo i
carri armati israeliani sono entrati nella «Striscia». La giornata è
iniziata allo stesso modo in cui è finita quella che l’ha preceduta, con
la terra che continua a tremare sotto i nostri piedi, il cielo e il mare,
senza sosta alcuna, a tramare sulle nostre teste, sui destini di un
milione e mezzo di persone che sono passate dalla tragedia di un assedio,
alla catastrofe di bombardamenti che fanno dei civili il loro bersaglio
predestinato. Il posto è avvolto dalle fiamme, cannonate dal mare e bombe
dal cielo per tutta la mattina. Le stesse imbarcazioni di pescatori che
scortavamo fino a quale giorno fa in alto mare, ben oltre le sei miglia
imposte da Israele come assedio illegale criminoso, le vedo ora ridotte a
tizzoni ardenti. Se i pompieri tentassero di domare l’incendio,
finirebbero bersagliati dalle mitragliatrici degli F16, è già successo
ieri. Dopo questa massiccia offensiva, finito il conteggio dei morti, se
mai sarà possibile, si dovrà ricostruire una città sopra un deserto di
macerie. Livni dichiara al mondo che non esiste un’emergenza umanitaria a
Gaza: evidentemente il negazionismo non va di moda solo dalle parti di
Ahmadinejad. I palestinesi su una cosa sono d’accordo con la Livni, ex
serial killer al soldo del Mossad, (come mi dice Joseph, autista di
ambulanze): più beni alimentari stanno davvero filtrando all’interno della
striscia, semplicemente perché a dicembre non è passato pressoché nulla,
oltre la cortina di filo spinato teso da Israele. Ma che senso realmente
ha servire pane appena sfornato all’interno di un cimitero? L’emergenza è
fermare subito le bombe, prima ancora dei rifornimenti di viveri. I
cadaveri non mangiano, vanno solo a concimare la terra, che qui a Gaza non
è mai stata così fertile di decomposizione. I corpi smembrati dei bimbi
negli obitori invece dovrebbero nutrire i sensi di colpa, negli
indifferenti, verso chi avrebbe potuto fare qualche cosa. Le immagini di
un Obama sorridente che gioca a golf sono passate su tutte le televisioni
satellitari arabe, ma da queste parti nessuno si illude che basti il
pigmento della pelle a marcare radicalmente la politica estera
statunitense. Ieri (venerdì,
ndr)
Israele ha aperto il valico di Herez per far evacuare tutti gli stranieri
presenti a Gaza. Noi, internazionali della Ism, siamo gli unici a essere
rimasti. Abbiamo risposto oggi (ieri,
ndr)
tramite una conferenza stampa al governo israeliano, illustrando le
motivazioni che ci costringono a non muoverci da dove ci troviamo. Ci
ripugna che i valichi vengano aperti per evacuare cittadini stranieri, gli
unici possibili testimoni di questo massacro, e non si aprano in direzione
inversa per far entrare i molti dottori e infermieri stranieri che sono
pronti a venire a portare assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi.
Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come
testimoni oculari dei crimini contro l’inerme popolazione civile ora per
ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i
dispersi. Settantatré, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da
bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti
come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che
il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima
assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite.
Anche ieri un’ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due
dottori del campo profughi di Jabalia erano morti colpiti in pieno da un
missile sparato da un Apache. Personalmente, non mi muovo da qui perché
sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora
vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti
insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono. Ore 19.33, ospedale
della Mezza Luna Rossa, Jabalia. Mentre ero in collegamento telefonico con
la folla in protesta in piazza a Milano, due bombe sono cadute dinanzi
all’ospedale. I vetri della facciata sono andati in pezzi, le ambulanze
per puro caso non sono rimaste danneggiate. I bombardamenti si sono fatti
ancora più intensi e massicci nelle ultime ore, la moschea di Ibrahim
Maqadme, qui vicino, è appena crollata sotto le bombe: è la decima in una
settimana. Undici vittime per ora, una cinquantina i feriti. Un’anziana
palestinese incontrata per strada questo pomeriggio mi ha chiesto se
Israele pensa di essere nel medioevo, e non nel 2009, per continuare a
colpire con precisione le moschee come se fosse concentrato in una
personale guerra santa contro i luoghi sacri dell’islam a Gaza. Ancora
un’altra pioggia di bombe a Jabalia, e alla fine sono entrati. I cingoli
di carri armati che da giorni stazionavano al confine, come mezzi
meccanici a digiuno affamati di corpi umani, stanno trovando la loro
tragica soddisfazione. Sono entrati in un’area a nord-ovest di Gaza e
stanno spianando case metro per metro. Seppelliscono il passato e il
futuro, famiglie intere, una popolazione che scacciata dalle proprie
legittime terre non aveva trovato altro rifugio che una baracca n un campo
profughi. Siamo corsi qui a Jabaila dopo la terribile minaccia israeliana
piovuta dal cielo venerdì sera. Centinaia e centinaia di volantini
lanciati dagli aerei intimavano l’evacuazione generale del campo profughi.
Minaccia che si sta dimostrando purtroppo reale. Alcuni, i più fortunati,
sono scappati all’istante, portandosi via i pochi beni di valore, un
televisore, un lettore dvd, i pochi ricordi della vita che era in una
Palestina per sempre occupata perduta una sessantina di anni fa..
La maggioranza non ha trovato alcun posto dove fuggire. Affronteranno quei
cingoli affamati delle loro vite con l‘unica arma che hanno a
disposizione, la dignità di saper morire a testa alta. Io e i miei
compagni siamo coscienti degli enormi rischi a cui andiamo incontro,
questa notte più delle altre; ma siamo certo più a nostro agio qui nel
centro dell’inferno di Gaza, che agiati in paradisi metropolitani europei
o americani, che festeggiando il nuovo anno non hanno capito quanto in
realtà siano causa e complicità di tutte queste morti di civili innocenti.
restiamo umani
Vittorio Arrigoni
Amnesty International chiede protezione per i civili a Gaza e nel sud
d'Israele
CS166: 29/12/2008
Amnesty
International ha chiesto alle forze israeliane e ai gruppi armati
palestinesi di porre immediatamente fine agli attacchi illegali contro
Gaza e il sud d'Israele, che a partire da sabato 27 dicembre hanno causato
la morte di almeno 280 civili palestinesi e di due civili israeliani.
I bombardamenti
sulla Striscia di Gaza hanno provocato il più alto numero di morti e
feriti mai registrato in quattro decenni di occupazione israeliana: tra le
vittime palestinesi vi sono decine di civili non armati e di poliziotti
che non stavano prendendo parte alle ostilità.
"L'uso
sproporzionato della forza da parte di Israele è illegale e rischia di
provocare ulteriore violenza in tutta la regione" - ha dichiarato
Amnesty International. "L'escalation di violenza è arrivata in un
momento in cui la popolazione di Gaza già era impegnata in una lotta
quotidiana per la sopravvivenza, a causa del blocco israeliano che
impedisce l'ingresso anche di viveri e medicinali".
"Hamas e gli
altri gruppi armati palestinesi condividono la responsabilità per
l'escalation. I continui lanci di razzi sulle città e i villaggi
israeliani sono illegali e non possono essere giustificati in alcun modo"
- ha proseguito Amnesty International, che ha sollecitato la comunità
internazionale a intervenire senza indugio per garantire che i civili
intrappolati nella violenza siano protetti e che il blocco di Gaza sia
rimosso.
L'ultimo pesante
attacco ha portato a 650 il numero dei palestinesi uccisi quest'anno dalle
forze israeliane: almeno un terzo delle vittime, tra cui 70 bambini, erano
civili. Nello stesso periodo, i gruppi armati palestinesi hanno ucciso 25
israeliani, 16 dei quali civili, tra cui quattro bambini. Negli ultimi
otto anni la violenza israelo-palestinese ha causato la morte di circa
5000 palestinesi e 1100 israeliani. La maggior parte delle vittime da
entrambi i lati erano civili e tra esse figurano circa 900 bambini
palestinesi e 120 bambini israeliani.
Nelle ultime
settimane le agenzie delle Nazioni Unite, che provvedono all'80 per cento
del fabbisogno alimentare di un milione e mezzo di abitanti, hanno
ripetutamente protestato contro il rifiuto israeliano di consentire
l'ingresso di aiuti umanitari a Gaza.
Il blocco israeliano ha fatto sì che la tregua di cinque mesi e mezzo tra
Israele, Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi migliorasse di poco o
niente la vita della popolazione di Gaza. La tregua è di fatto cessata il
4 novembre, quando le forze israeliane hanno ucciso sei militanti
palestinesi e una scarica di razzi palestinesi ha colpito le città e i
villaggi del sud d'Israele.
FINE DEL
COMUNICATO Roma, 29
dicembre 2008
Israele/Gaza, ulteriore appello di Amnesty International: porre fine agli
attacchi illegali e affrontare le necessità immediate della popolazione
CS167: 29/12/2008
Nel terzo giorno
dell'offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza, che ha già
provocato oltre 300 morti, Amnesty International ha dichiarato che i
civili palestinesi rischiano ancora di essere feriti e uccisi dagli
attacchi aerei, mentre si acuisce la mancanza di cibo, medicine,
elettricità, acqua e altri generi di prima necessità.
"Il drammatico computo dei morti rischia di aumentare a causa della
mancanza di cure mediche adeguate per le centinaia di persone rimaste
ferite. Il settore sanitario di Gaza era già a corto, in tempi normali, di
attrezzature, medicine e professionisti e la situazione è peggiorata a
causa del blocco israeliano a tal punto che non è possibile occuparsi di
un così grande numero di feriti" - ha affermato Amnesty
International.
Secondo l'organizzazione per i diritti umani, Israele deve permettere
l'accesso dei feriti agli ospedali israeliani e a quelli palestinesi di
Gerusalemme Est e del resto della Cisgiordania. L'Egitto, a sua volta,
deve mettere a disposizione i propri ospedali per tutti coloro che non
possono essere curati a Gaza e assicurare che le guardie di confine non
ricorrano all'uso eccessivo della forza contro chi fugge dai
bombardamenti. Hamas deve garantire che le proprie forze di sicurezza e
milizie non impediscano od ostacolino in alcun modo il passaggio dei
feriti e dei degenti che cercheranno di lasciare Gaza.
Nonostante le
assicurazioni d'Israele che gli aiuti umanitari possono entrare a Gaza, la
realtà è che ciò che è arrivato negli ultimi mesi è solo una parte del
necessario.
"È profondamente inaccettabile che
Israele continui di proposito a privare un milione e mezzo di persone del
cibo e di altri prodotti di prima necessità. Questa politica non può
essere giustificata da motivi di sicurezza o di altro genere e deve
cessare immediatamente" - ha sostenuto Amnesty International. "Israele
deve consentire agli operatori delle agenzie internazionali umanitarie e
per i diritti umani di entrare immediatamente e in condizioni di sicurezza
a Gaza".
Amnesty International ha reiterato la propria richiesta di una fine
immediata degli attacchi illegali e sconsiderati d'Israele contro le aree
residenziali e densamente popolate di Gaza, attacchi che dal 27 dicembre
hanno causato oltre 300 morti, decine dei quali erano civili non armati e
di poliziotti che non stavano prendendo parte alle ostilità, e alcune
centinaia di feriti.
Amnesty International ha chiesto ancora una volta ad Hamas e agli
altri gruppi armati palestinesi di smetterla coi lanci indiscriminati di
razzi contro le città e i villaggi del sud d'Israele, che negli ultimi tre
giorni hanno provocato due morti e diversi feriti tra la popolazione
civile israeliana.
A seguito della diffusione di notizie secondo le quali un imprecisato
numero di prigionieri, compresi membri di al Fatah, sarebbe rimasto ucciso
o ferito nel corso dei bombardamenti israeliani contro strutture di
sicurezza e detentive, Amnesty International ha sollecitato Israele a non
prendere di mira le prigioni e Hamas a fornire informazioni sulla sorte
dei detenuti e consentire le visite dei familiari appena possibile.
Tra gli obiettivi
colpiti da Israele figurano abitazioni private e altri edifici, tra cui
un'università. Alimentando l'atmosfera di paura nella popolazione civile,
le forze israeliane stanno inviando messaggi telefonici a una serie di
utenze palestinesi, avvisando di lasciare le abitazioni in vista di
imminenti bombardamenti. Questa pratica, usata ampiamente in Libano nel
2006 e in precedenza nella stessa Gaza, sta seminando il panico tra la
popolazione, anche se nella maggior parte dei casi gli edifici in
questione non vengono colpiti. Piuttosto che costituire l'efficace
preavviso di un'azione militare, questo comportamento rappresenta dunque
una violazione del diritto internazionale e deve cessare immediatamente.
La comunità internazionale, specialmente i membri del Quartetto (Nazioni
Unite, Unione europea, Russia e Stati Uniti d'America) e i paesi membri
della Lega araba, devono andar oltre la retorica ed esercitare pressioni
concrete su entrambe le parti in conflitto per porre fine alle violazioni
del diritto internazionale in corso. Le Alte parti contraenti delle
Convenzioni di Ginevra dovrebbero a loro volta prendere in considerazione
la convocazione di una riunione d'emergenza per affrontare la situazione.
FINE DEL
COMUNICATO Roma, 29
dicembre 2008
Viaggi in Terra santa. Lettera aperta ai parroci
“Se
dunque presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello
ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’
prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo
dono”
(Matteo 5,24)
Ricordano questo comandamento del Vangelo i nostri parroci, i pellegrini
cristiani in Terra santa? I nostri fratelli palestinesi hanno qualcosa
contro di noi: cosa ce lo facciamo dire da Michel Sabbah, patriarca
latino di Gerusalemme.
“La
Terra santa, oggi Palestina e Israele, è alla ricerca di giustizia e pace
da un secolo…L’essenza del problema consiste nell’occupazione da parte di
Israele dei territori palestinesi…I media cercano di presentare il
conflitto attuale come una questione di violenza palestinese: se essa
cessasse, tutto rientrerebbe nell’ordine. La violenza è solo un aspetto
della questione. Il nodo cruciale invece è solo l’occupazione militare
israeliana dei Territori palestinesi...L’occupazione dura da decenni (sono
41 anni!): ciò che avviene oggi- la resistenza palestinese e le
rappresaglie israeliane-non è che una ripetizione di ciò che si è già
fatto…E’ necessario che i cristiani e le chiese del mondo che qui
giungono e vedono, si impegnino a conoscere la realtà del
conflitto, la sua verità, non si accontentino di basare le proprie
informazioni o le proprie impressioni sulle notizie fornite dai media,
anche se questo significa andare contro l’opinione pubblica mondiale. Le
Chiese e il mondo devono prendere la parola e agire. Devono avere
il coraggio di denunciare l’occupazione militare, vera radice delle nostre
sofferenze.(
Michel Sabbah,Voce di colui che grida dal deserto, Edizioni Paoline,
pag.61 e sg)
I
nostri pellegrinaggi, dunque, non possono essere concentrati tutto
sull’altare, e sul tempio, sulle devozioni, astraendosi dalla realtà,
ma ricordarsi di cosa e di chi c’è fuori del santuario; non essere
ciechi e muti, ma operatori di riconciliazione.
Così
scrive don Nandino Capovilla (di Pax Christi)a p. 24 del libro
scritto insieme a Elisabetta Tusset, “Aquiloni preventivi”:
“Proprio stamattina Firas mi ha accompagnato su per le stradine di
Gerusalemme descrivendomi minuziosamente e con abbondante dose di sacra
immaginazione, ogni stazione della Via Crucis. Ma solo stasera, dopo aver
passato una serie di check point davvero ‘ben organizzati per umiliare e
distruggere la dignità dei palestinesi, solo stasera posso dire a tutti
voi e posso imprimere per sempre nella mia memoria cosa sono veramente la
Via del Dolore, la Via dell’Oppressione, la Via dell’Ingiustizia che
lasciano completamente indifferente il mondo e –ieri come oggi- non
smuovono affatto il potere ‘democratico’ dell’Impero di turno.
Una
rivoluzione per la pietà popolare: le prossime Via Crucis cambiamo
itinerario: sono queste le strade da percorrere per stare dietro a un Dio
e un uomo perennemente uccisi e dimenticati”.
Invece
“Chi viene come turista, con l’auto o con il pullman, non ha la
possibilità di rendersi conto, non fa esperienza, non può capire come si
vive a Betlemme…
Il
Muro (alto
8 metri e lungo 650 km, ndr)
stringe
la città in una morsa mortale; lo constato ogni giorno, da cose
molto concrete. Il piano di tale costruzione ha qualcosa di malvagio e di
assolutamente inumano. Le sue anse si muovono fino all'interno dei
centri abitati, si snodano tra le case stesse togliendo luce e respiro.
Apri la finestra e ti trovi davanti il muro grigio. La casa di Suheila è
stretta da tre lati dalle anse del muro, quasi fasciata, da far
impazzire; la sua ombra penetra fin dentro casa oscurando ogni cosa. E la
famiglia che vi abita deve star zitta: se si lamentano, rischiano di
vederla saltare in aria. Il percorso del muro è stato tracciato con
estrema «intelligenza» e attenzione: non solo si insinua tra le case, ma
anche tra i terreni in modo da ritagliare quanto più è possibile zona
verde, togliendola al territorio palestinese occupato, e tutto ciò come
se fosse la cosa più ovvia. Il percorso del muro fa attenzione a
includere nella parte israeliana anche le sorgenti d'acqua del territorio
palestinese, per destinarle ai nuovi insediamenti che stanno invadendo
dovunque le alture che circondano Betlemme, generalmente le zone più belle
e più verdi”.
Così
testimonia suor Lucia del Baby Hospital di Betlemme (Nandino
Capovilla- Betta Tusset, Bocche scucite, Edizioni Paoline, pag.45)
Le
conclusioni,
cari
parroci, le lascio ancora alle parole di Michel Sabbah, e a voi, a
noi.
…Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di pellegrino che proprio a causa
delle conseguenze dell’occupazione sulla vita quotidiana, venga a
testimoniare attraverso la sua presenza, la sua fede e la sua preghiera
che la pace è possibile…Il pellegrino trascorrerà con noi anche solo una
settimana e vivrà con noi, in questi pochi giorni, ciò che noi viviamo
tutto l’anno. Bisogna affermare con forza che l’occupazione israeliana
deve cessare, e questo non solamente per il bene dei palestinesi, ma anche
degli israeliani, e di tutta la regione
(Michel
Sabbah, libro citato)
Luigi Fioravanti- Delebio, Valtellina
P.s.
A Sua Eminenza il Vescovo.
Sono
stato a messa domenica e oggi l'Epifania. Preghiera dei fedeli: si è
pregato per il papa, i vescovi, i sacerdoti, i governanti, la comunità
locale...Nemmeno una parola di preghiera per la Terra Santa e martoriata.
Queste preghiere tutte concentrate su di noi, per noi... Che dire? Che
pensare?
Le
notizie di Misna, l’agenzia di informazione missionaria
STRISCIA DI GAZA
5/1/2009 19.36
STRANE FERITE (2): UN MEDICO ALLA MISNA, “USATE ARMI NON CONVENZIONALI”
Altro, Standard
“Non sono in grado
di dire se gli israeliani stanno usando armi al fosforo bianco o
all’uranio impoverito, ma stanno sicuramente ‘sperimentando’ sulla
popolazione di Gaza nuovi ordigni chiamati Dime (Dense inerte metal
explosive); si tratta di esplosivi di grande e controllata potenza che
causano amputazioni e danni letali per chiunque venga colpito nel raggio
di 10 metri”: raggiunto dalla MISNA a Gaza nell’ospedale di Shifa, il
principale della città, il professor Mads Gilbert, medico norvegese e
membro della organizzazione umanitaria Norwac, parla di persone che
vengono portate a pezzi in ospedale, letteralmente tagliate in parti, e di
conseguenze di lunga durata sui sopravvissuti. “Su questi strumenti di
guerra non ci sono ancora sufficienti ricerche – aggiunge – sappiamo però
che chi sopravvive ha molte probabilità di contrarre un tumore ed è
comunque destinato ad una vita da disabile”.
Le ipotesi di
Gilbert, sono formulate sulla base di altre esperienze di guerra, di
quella del Libano in particolare dove, nel 2006, gli israeliani vennero
accusati di utilizzare proprio esplosivo ‘Dime’ e fosforo bianco come da
loro stessi ammesso in seguito. “Non abbiamo un laboratorio dove poter
analizzare campioni – aggiunge il medico norvegese – ma parlo a ragion
veduta sulla base dei corpi senza vita e dei feriti che continuano ad
affollare questo ospedale. Ci sono corpi fatti a pezzi le cui ferite
non sono state sicuramente causate da armi convenzionali, ci sono altri
corpi che arrivano completamente bruciati, con gli organi interni
decomposti”. Una tragedia umanitaria, sottolinea Gilbert, che colpisce
indiscriminatamente tutti senza distinzione di sesso, di età, di
occupazione: “Gran parte dei feriti che stiamo trattando ha subito gravi
amputazioni; tutto quello che sta avvenendo a Gaza va contro ogni regola
del diritto internazionale. Sento parlare di guerra ad Hamas, ma i miei
occhi vedono solo bombardamenti sistematici contro la popolazione civile
anche con armi vietate dalla comunità internazionale”.[GB]
Scritto il 2009-01-04 in News
Dedichiamo questo articolo ai nostri politici senza morale e umanità...
Gaza: anche Cristine
era una pericolosa terrorista?
“Cristine è una
vittima ‘indiretta’ dei bombardamenti israeliani di quest’ultima
settimana… è morta di paura, di stenti e di freddo; e come lei ci sono
migliaia di minori, di bambini e adolescenti, che non resistono al
continuo martellamento dei bombardamenti, ai boati tremendi che il resto
del mondo si ostina a non sentire o a definire incidenti collaterali”:
padre Manuel Musallam, parroco della Sacra Famiglia, unica
chiesa cattolica della Striscia, parla alla MISNA di Cristine al-Turk,
una ragazza di 16 anni morta ieri nella sua casa della città di Gaza nel
quartiere di Rimal non perché colpita da un ordigno israeliano o da un
crollo ma di stenti, di freddo, dopo giorni e giorni di terrore.
Nella Striscia, per divieto di Israele, non sono ufficialmente presenti
operatori dell’informazione stranieri e padre Musallam è diventato, non
solo per la MISNA, un punto di riferimento anche per notizie sulle
condizioni dei circa 3000 cristiani presenti a Gaza. Le sue descrizioni,
testimonianze senza fronzoli, chiare e inconfutabili, raccontano anche le
storie dei ‘piccoli’, degli innocenti, della gente di solito anonima e
ignorata come Cristine, quello che le grandi cronache di guerra e i freddi
bilanci non fanno sapere.
“Da giorni - continua - stanno colpendo Gaza dal mare con le loro navi da
guerra, dall’alto con aerei ed elicotteri, da terra con carri armati e
cannoni; vengono colpite case di civili con dentro persone”. Gli abitanti
di Gaza uccisi in una settimana, dopo le 750 incursioni aeree ammesse da
Israele, sono, secondo fonti mediche locali, 436, almeno un quarto civili
dice l’Onu, inclusi 75 bambini e 21 donne. Cristine frequentava la scuola
diretta da padre Musallam ed era una cristiana della piccola comunità
greco-ortodossa.
“Avrebbe potuto anche essere musulmana - continua padre Musallam -
ma che importanza ha? Nelle stesse ore Iyad, Mohammed e Abdelsattar
al-Astal – tre fratellini di età compresa tra i 7 e i 10 anni - sono stati
uccisi da un missile vicino alla loro abitazione ad al-Qarara. I missili
qui non guardano in faccia, non bussano a nessuna porta. Uccidono”. E’
stanco, ma non vuole fermarsi padre Musallam, racconta di come la gente
abbia saputo di proteste e manifestazioni a loro favore in diverse città e
paesi del mondo, racconta della rabbia di dover sentire solo una verità.
“Riusciamo a vedere i vostri telegiornali – continua – e restiamo
costernati per le bugie che sentiamo. Quanto vale la vita di un
palestinese? Perché un razzo artigianale lanciato dalla resistenza
palestinese - ordigni che dal 2002 ad oggi avranno causato al massimo una
decina di vittime - fa più notizia di 432 persone morte in una settimana?
Israele dice che teme le minacce palestinesi e intanto ci butta in mare;
dice che teme i razzi e intanto ci bombarda; dice che siamo terroristi e
intanto uccide indiscriminatamente…: la verità è il primo pilastro della
pace; la verità è che fino al 1948 Israele non esisteva, la Palestina
tutta non era un deserto ma era abitata dai palestinesi; la verità è che
prima ci hanno cacciato e adesso tentano di cancellare quel che resta di
un popolo mentre il resto del mondo gira gli occhi dall’altra parte. La
verità è il solo strumento che abbiamo per riaprire il processo di pace;
perché noi ancora ci crediamo”.
Anche in memoria di Cristine che “aveva un sogno - ricorda padre Musallam
- poter uscire da questa prigione dove è nata e viaggiare, vedere con i
suoi occhi i posti di cui parlavamo in classe, vedere Gerusalemme, i
luoghi dell’altra Palestina, la Cisgiordania, visitare i monumenti e le
città che poteva vedere solo sui libri in foto; questo era il suo sogno,
ma anche quello di migliaia di bambini che qui sono nati e morti”.
(padre Mussallam è
stato intervistato anche da la radio della Svizzera italiana, al
radiogiornale delle dodici e trenta di ieri, 5 gennaio)
(Agenzia Misna del
3.01.2008,
http://www.misna.org/ )
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