Luigi Fioravanti (a cura di)

               Rassegna non rassegnata

                             

                                          


 

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

E' il mio cuore

il paese più straziato.

(Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso, 1916)

 

 Analisi, riflessioni, testimonianze sulla guerra di Gaza

 

Epigrammi

Occhio per occhio dice il Vecchio Testamento,

voi per uno ne uccidete cento.

 

Chi impartisce la lezione

a cannonate e bombe

poi dalle tombe

si fa una ragione.

 

Il fine non giustifica i mezzi:  questo intendi,

quando i mezzi in sé sono orrendi.

 

Il terrorismo va condannato,

e praticato,

quello di stato.

(gf)

 ACLI, ARCI, LEGAMBIENTE

DONNE IN NERO

NON SI PUO’ RIMANERE A GUARDARE 

C’è un modo per evitare il massacro di civili

C’è un modo per salvare il popolo palestinese

C’è un modo per garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo

C’è un modo per dare una possibilità alla pace in Medio Oriente

C’è un modo per non arrendersi alla legge del più forte

e affermare il diritto internazionale:

CESSATE IL FUOCO IN TUTTA L’AREA

RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE

 FINE DELL’ASSEDIO DI GAZA

PROTEZIONE UMANITARIA INTERNAZIONALE

 Facciamo appello a chi ha responsabilità politiche e a chi sente il dovere civile perché sia rotto il silenzio e si agisca

 Le Nazioni Unite e l’Unione Europea escano dall’immobilismo e si attivinoper imporre il pieno rispetto del diritto internazionale

 L’Italia democratica faccia la sua parte.

Le nostre organizzazioni si impegnano, insieme a chi lo vorrà,

per raccogliere e dare voce alla coscienza civile del nostro paese.

Israele pretende che non ci sia una crisi umanitaria solo perchè non ci considera umani.”Natalie Abu Shakra (Libano) – International Solidarity Movement

La strage dei bambini

Israele si mette sullo stesso piano dei suoi nemici quando massacra i civili e, per questa ragione, potrebbe non avere domani più amici in Occidente. A Israele si chiede di essere non solo più forte di chi la vuole distruggere, ma anche migliore (dal Blog di BEPPE GRILLO)

 

.Gaza Così una bomba ha ucciso mio padre

 

FARES AKRAM, The Indipendent- 6 gennaio

Per  Fares Akram, reporter dell'Independent da Gaza, l'invasione israeliana si è

trasformata in una tragedia personale quando ha scoperto che suo padre era tra le prime vittime dell'attacco da terra

La telefonata è arrivata intorno alle 16.30 di sabato. Una bomba era stata sganciata sulla casa nella nostra piccola fattoria ubicata nella parte settentrionale di Gaza. Mio padre in quel momento preciso stava recandosi a piedi dal cancello alla porta d’ingresso.

Quello era il nostro luogo più amato: era una piccola casa di campagna, bianca, a due piani, con un tetto rosso, annidata in una piatta distesa agricola a nord-ovest di Beit Lahiya. C'erano alberi di limoni, di arance e di albicocche

Che e da poco avevamo com­perato una sessantina di mucche. La nostra era la fattoria più vicina al confine settentrionale con Israele. Poco prima del tramonto, " sabato scorso, mentre le truppe di    terra israeliane e i tank invadeva­no Gaza, la pace di quel luogo è an­data in pezzi e la vita di mio padre si è spenta a 48 anni. Caccia ed eli­cotteri vi hanno fatto incursione, bombardando per spianare la strada ai tank e alle truppe di terra che sarebbero seguite una volta calate le tenebre. E stata una bom­ba scagliata da un F16 a togliere la vita a mio padre.                   ,

La casa è stata ridotta a poco più di un ammasso di polvere e di mio padre non è rimasto granché da recuperare. Mia madre, mia sorel­la, mia moglie - incinta di nove mesi -e io abbiamo trascorso l'ul­tima settimana dell' attacco israe­liano rinchiusi nel nostro apparta­mento di città. Mio padre, invece, aveva deciso di restare alla fatto­ria. L'ultima volta che l'ho visto è stata giovedì, quando ci ha porta­to dei soldi e un sacco di farina: ab­biamo parlato dell'imminente na­scita del mio primo figlio e di come avremmo potuto portare mia moglie Alaa all'ospedale, in mezzo al­le bombe. Naturalmente, sabato sera non c'è stata possibilità alcu­na di mandare un' ambulanza alla fattoria. Cosi mio zio e mio fratel­lo hanno percorso in automobile otto chilometri mentre noi siamo rimasti seduti immobili, iÌ1 stato di shock, nell' appartamento buio.

Quando mio zio e mio fratello sono arrivati a destinazione han­no trovato un ammasso di mace­rie fumanti. Quasi tutte  le mucche erano morte: Mahmoud, un ado­mescente nostro parente, si trovava con mio padre quando la bomba israeliana ha abbattuto la nostra casa. La potenza dell'esplosione lo ha scagliato a trecento metri di distanza. Ieri mattina abbiamo seppellito lui e mio padre con una cerimonia funebre molto veloce.

Mio padre,Akrem al-Ghoul non era un militante. Detestava quello che Hamas stava facendo al siste­ma legale di Gaza, introducendo la giustizia islamica. Ed era assolutamente contrario alla violenza. Si sarebbe adoperato in ogni momento possibile per raggiungere una giusta intesa con Israele e per assicurare un futuro migliore ai palestinesi. Il mio dolore non è appesantito da un desiderio di vendetta, che so essere sempre e in ogni caso vana. Ma in verità, essendo un figlio in lutto che piange il proprio padre, mi risulta difficile distinguere tra quelli che gli israeliani chiamano terroristi e i piloti israeliani e gli equipaggi dei carri armati che hanno invaso Gaza. Che differenza c’è tra il pilota dell’aereo che ha disintegrato mio padre e il militante che spara un piccolo razzo? Non so rispondere a questa domanda.

 

Mario Cornioli ad Avvenire, 23 dicembre

“Carissimo Direttore, sono un sacerdote della diocesi di Fiesole in Toscana. Le scrivo dopo aver letto l'articolo di Barbara Uglietti intitolato: Hamas: basta tregua. Ma perché non dite anche che quasi ogni notte aerei israeliani bombardano Gaza uccidendo e terrorizzando quella povera popolazione che non ha più nulla per vivere? Perché non si parla anche del disumano embargo che sta uccidendo lentamente le persone più deboli e indifese, malati, vecchi e bambini? Perché non si

dice anche che dopo la dichiarazione della tregua chi l'ha violata continuamente è stato l'esercito israeliano e invece si dice che "Israele si ritiene impegnato ancora nella tregua", facendolo credere alla gente, quando la realtà è un'altra?”

(Don Mario Cornioli, lettera non pubblicata da Avvenire)

 

 

 Pensare di dare una lezione ad Hamas è un errore fondamentale

(Tom SEGEV - Haaretz 29 12 08 )

 

La prima catena televisiva si è dedicata a un interessante lavoro di mixage sabato mattina. I suoi corrispondenti parlavano da Sderot e Ashkelon, mentre sullo schermo si vedevano immagini della Striscia di Gaza. Così la catena dava il messaggio giusto, benché, senza dubbio, inconsapevolmente. Un bambino di Sderot e un bambino di Gaza sono simili, e chi li minaccia è cattivo.

Ma la condanna morale dell'assalto a Gaza non è la cosa che più importa. Ciò che più importa, è un po’ di memoria storica. Sia la giustificazione che viene data oggi, sia la scelta degli obiettivi, ripetono le medesime certezze che si sono dimostrate false ogni volta. Tuttavia Israele le estrae dal suo cappello ancora una volta, una guerra dopo l'altra.

Israele colpisce i Palestinesi per «dare loro una lezione». E’ la certezza primordiale del sionismo dalla sua origine. Noi siamo i rappresentanti del progresso e dei lumi, della razionalità complessa e della moralità, mentre gli arabi sono primitivi, dei bruti violenti, dei bambini ignoranti, che bisogna educare e a cui bisogna insegnare la saggezza -  grazie, ovviamente, al metodo della carota e del bastone, come si fa con gli asini.

Il bombardamento di Gaza serve a «liquidare il regime di Hamas», secondo quest’altra certezza del sionismo fin dalla sua origine: che è possibile imporre una direzione «moderata» ai Palestinesi, cioè una direzione che abbandoni le loro aspirazioni nazionali.

Corollario di quest’assioma: Israele crede sempre che infliggere sofferenze ai civili palestinesi li farà rivoltare contro i loro leader. Questa certezza si è dimostrata sempre falsa.

Tutte le guerre d'Israele si sono basate su un’altra certezza che noi abbiamo sin dall’inizio: che noi ci difendiamo. « Mezzo milione di Israeliani sotto tiro» titolava domenica Yedioth Ahronoth - come se la Striscia di Gaza non fosse sottoposta a un lungo assedio che ha distrutto per un’intera generazione le possibilità di una vita che valga la pena di essere vissuta.

Si può ammettere che sia impossibile vivere sotto la minaccia costante dei missili, benché nessun luogo al mondo sia oggi al riparo dal terrore. Ma Hamas non è un’organizzazione terrorista che tiene la popolazione di Gaza in ostaggio. E’ un movimento nazionalista religioso e la maggioranza degli abitanti di Gaza lo segue. Si può certo attaccarlo, con un assedio di cui la Knesset ha la chiave. Ma, in questo contesto,  è bene ricordare un’altra verità storica. Dall'alba della presenza sionista sulla terra d'Israele, nessuna operazione militare ha fatto avanzare il dialogo con i Palestinesi.

Più pericoloso di tutto è il cliché che noi non abbiamo interlocutori. Questo non è mai stato vero. C’è il modo di parlare con Hamas, e Israele ha qualcosa da offrire a questa organizzazione. Mettere fine all’assedio di Gaza, e permettere la libertà di movimento tra Gaza e la Cisgiordania potrebbe ristabilire la vita nella Striscia.

Nello stesso tempo, bisogna rispolverare i vecchi piani che datano dalla fine della Guerra dei Sei Giorni, che prevedevano di insediare migliaia di famiglie di Gaza in Cisgiordania. Questi piani non sono mai andati in porto, perché la Cisgiordania è stata consacrata alle colonie ebraiche. E quella fu la certezza più nefasta di tutte

 

L’attacco a Gaza non è contro Hamas, è contro tutti i palestinesi

Amira Hass,  SEQ CHAPTER \h \r 1Haaretz, 29 dicembre 2008

 

 

Alle 3,19 del pomeriggio di domenica, si poteva sentire al telefono il rumore di un missile che si avvicinava. E poi un altro, accompagnato dalle grida di paura dei bambini. Nel quartiere di Tel al-Hawa della città di Gaza i condomini si ammucchiano gli uni contro gli altri, con dozzine di bambini in ogni edificio, centinaia in ogni isolato.

 

Suo padre, B, mi dice che sta salendo del fumo dalla casa del suo vicino e chiude la comunicazione. Un’ora più tardi mi racconta che sono state colpite due abitazioni. Una era vuota e non sa chi ci viveva. L’altra, nella quale si sono registrate vittime, appartiene ad un membro di una cellula che lancia razzi, ma non occupa un posto di spicco o importante.

 

A mezzogiorno di domenica, le forze aeree israeliane hanno bombardato un complesso che appartiene al Servizio di Sicurezza Nazionale di Gaza e dentro cui si trova la prigione principale della città di Gaza. Come conseguenza sono morti tre prigionieri. Due pare fossero membri di Fatah; il terzo scontava una pena come collaborazionista con Israele. Hamas aveva evacuato la maggior parte delle altre prigioni di Gaza, ma aveva pensato che questa fosse sicura.

 

Alle 10 del mattino di domenica, una chiamata telefonica ha svegliato S. “In ogni caso non stavo dormendo”, ha detto. “Ho messo l’auricolare e ho sentito un messaggio registrato in arabo: “La avvertiamo che bombarderemo la casa di chiunque detenga armi o munizioni”.

 

Tre membri di una famiglia del vicinato risultavano morti, erano tutti giovani sui vent’anni. Nessuno aveva armi né munizioni; stavano semplicemente passeggiando per la strada quando le forze aeree israeliane hanno sganciato una bomba contro un’auto che passava di lí. Un altro vicino ha perso una figlia di 16 anni e sua sorella è rimasta gravemente ferita. L’aviazione ha bombardato un edificio dove prima c’era il Servizio di Sicurezza Preventiva dell’Autorità Palestinese: la loro scuola era attigua ad esso.

 

S. ha visto le conseguenze di alcuni bombardamenti di sabato quando ha fatto visita ad un amico il cui ufficio è ubicato vicino alla caserma della polizia della città di Gaza. Tra i morti in quest’attacco figura Hassan Abu Shnab, il figlio maggiore dell’ex dirigente di Hamas Ismail Abu Shnab.

 

Abu Shnab senior, assassinato da Israele 5 anni fa, è stato uno dei primi politici di Hamas a parlare a favore di una soluzione di due stati. Hassan lavorava come impiegato nell’università locale e suonava nella banda della polizia per passione. Stava suonando ad una cerimonia di graduazione della polizia sabato quando è esplosa la bomba.

 

“Lì sono morti 70 poliziotti, non tutti erano membri di Hamas”, dice S. Che è contrario ad Hamas. “E anche quelli che sostenevano Hamas erano giovani in cerca di lavoro, di un salario. Volevano vivere. E per questo sono morti. 70 in un colpo. Questo attacco non è contra Hamas. E’ un attacco contro tutti noi, contro tutta la nazione. E nessun palestinese accetterà che il suo popolo e la sua patria siano distrutti in questo modo”.

 

http://www.haaretz.com/hasen/spages/1050688.html

 

ABRAHAM B. YEHOSHUA Tregua subito, La Stampa

 

Se abbiamo a cuore la nostra sopravvivenza futura non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale mentre è in corso l’operazione «Piombo fuso», così chiamata a citazione di una canzoncina di Hannukah che racconta di una piccola trottola.
Quella trottola, uno dei simboli della festività, è ricavata dal piombo fuso.
Gaza non è il Vietnam, né l’Iraq, né l’Afghanistan, e non è nemmeno il Libano. È una regione che fa parte della patria comune a noi e ai palestinesi. Una patria che noi chiamiamo Israele e loro Palestina.
A Gaza vivono un milione e mezzo di persone, membri di un popolo che conta un altro milione e trecentomila componenti in Israele e più di due milioni in Cisgiordania. Gli uomini e le donne di Gaza sono innanzi tutto nostri vicini e vivranno spalla a spalla con noi per sempre, anche se separati da una frontiera. Le nostre case e le nostre città sono a pochi chilometri di distanza dalle loro, i nostri campi lambiscono i loro. Gli uomini di Gaza, attivisti o poliziotti di Hamas che osserviamo attraverso binocoli militari, erano in passato attivisti o poliziotti di Al Fatah, nati a Gaza o giunti lì come profughi durante la guerra del 1948, o in altre guerre. Nel corso degli anni sono stati muratori nei nostri cantieri edili, lavapiatti in ristoranti dove abbiamo cenato, negozianti presso i quali abbiamo acquistato merci, operai nelle serre di Gush Katif, o altrove. Sono nostri vicini e lo saranno in futuro e questo ci impone di considerare con molta attenzione quale tipo di guerra combattiamo contro di loro, il suo carattere, la sua durata, la portata della sua violenza.
Noi israeliani non abbiamo nessuna possibilità di estirpare il governo di Hamas a Gaza, come non avevamo nessuna possibilità di estirpare l’Olp dal popolo palestinese. Sharon e Begin arrivarono fino a Beirut, pagando un prezzo terribile e sanguinoso, per ottenere questo risultato. E che accadde? Sia Sharon sia Netanyahu sedettero a un tavolo con Arafat e i suoi rappresentanti per tentare di negoziare un accordo. E ora il vice del defunto leader palestinese, Abu Mazen, è ospite fisso e gradito presso di noi.
Dobbiamo rendercene conto: gli arabi non sono creature metafisiche ma esseri umani, e gli esseri umani sono soggetti a cambiamenti. Anche noi cambiamo le nostre posizioni, mitighiamo le nostre opinioni, ci apriamo a nuove idee. Faremmo bene a levarci di testa al più presto l’illusione di poter annientare Hamas, di poterlo sradicare dalla Striscia di Gaza. Dobbiamo invece lavorare con cautela e buon senso per raggiungere un accordo ragionevole e dettagliato, una tregua rapida in vista di un cambiamento di Hamas. È possibile, è attuabile.
È accaduto più volte nel corso della storia. Ma anche se cominceremo fin da oggi a lavorare a una tregua ci aspettano ancora giorni di guerra, di lanci di razzi. Almeno, però, avremo la consapevolezza di non combattere per un obiettivo irrealizzabile che porterà altro sangue e devastazione. Sangue e devastazione che peseranno sulla memoria collettiva dei figli dei nostri vicini i quali resteranno all’infinito tali, anche se la trottola continuerà a girare.
(Traduzione di A. Shomroni)

 

Condannare le «due parti»: peggio degli assassini!

 

Michel Warschawski - Alternative Information Center (AIC)

 

Barak, Olmert, Livni e Ashkenazi un giorno dovranno rispondere di crimini di guerra davanti ad una corte di giustizia, come altri criminali di guerra. Di conseguenza, è nostro dovere informare sulle loro azioni e dichiarazioni per essere sicuri che pagheranno per i massacri che hanno ordinato e commesso.

Ma un’altra categoria di criminali potrebbe sfuggire ai tribunali. Essi non si sporcano le mani del sangue dei civili, ma forniscono le giustificazioni intellettuali e pseudo morali degli assassini. Sono l'unità di propaganda del governo e dell'esercito degli assassini.

 

Gli scrittori israeliani Amos Oz, e A. B. Yehoshua sono gli esempi tipici di questi miserabili intellettuali, e non è la prima volta! Ad ogni guerra si offrono volontari per lo sforzo di guerra israeliano, senza nemmeno arruolamento ufficiale. Loro primo compito è fornire giustificazioni all'offensiva israeliana, poi, in un secondo tempo, piangono sulla loro verginità perduta e accusano l'altro campo di averci obbligati ad essere brutali.

 

La giustificazione fornita da Oz sul Corriere della Sera, e da Yehoshua su La Stampa è evidentemente la necessità di reagire ai razzi su Sderot, come se tutto fosse cominciato con questi razzi. «Ho dovuto spiegare agli Italiani - scrive Yehoshua su Haaretz 30 dicembre 2008 - perché l'azione israeliana era necessaria.... ».

 

Yehoshua e Oz hanno dimenticato 19 mesi di assedio israeliano brutale imposto ad un milione e mezzo di esseri umani, privandoli dei beni di prima necessità. Hanno dimenticato il boicottaggio israeliano e internazionale del governo palestinese democraticamente eletto. Hanno dimenticato la separazione forzata di Gaza e della Cisgiordania, separazione fatta per isolare e punire la popolazione di Gaza per la sua scelta democratica scorretta.

 

Dopo aver scelto di riscrivere la cronologia degli avvenimenti, Oz e Yehoshua utilizzano l'argomento della simmetria: la violenza è utilizzata dalle due parti e ci sono vittime innocenti a Gaza come in Israele. In effetti, ogni civile ucciso è una vittima innocente. Ma la cronologia e il numero non sono fuori luogo: 3 civili israeliani sono stati uccisi nel sud d'Israele, ma solo dopo che l'aviazione israeliana aveva commesso il suo massacro pianificato nel centro della città di Gaza, uccidendone più di 300.

 

Questa posizione degli intellettuali più in vista di Israele serve da giustificazione morale al sostegno che il partito della sinistra sionista Meretz porta all'aggressione criminale del ministro della difesa Barak. Anche Meretz esprimerà a suo tempo la sua opposizione ai massacri, vale a dire quando la comunità internazionale esprimerà la sua preoccupazione per gli errori d'Israele. Per ora questa comunità internazionale resta silenziosa e pare anche contenta del contributo israeliano alla sua santa crociata contro la minaccia globale islamica.

 

Per mostrare un po’ di preoccupazione, l'Europa invia un’assistenza umanitaria (simbolica) alla popolazione di Gaza. Ascoltando il ministro francese degli Esteri, Bernard Kouchner sostenere l'azione israeliana, mentre contemporaneamente annuncia la decisione di inviare aiuti umanitari a Gaza, non ho potuto impedirmi di ricordare le delegazioni della Croce Rossa Internazionale che andavano a visitare i campi di sterminio nazisti con cioccolata e biscotti. So che non è la stessa cosa, ma nessuno può controllare le sue associazioni mentali.

 

Bernard Kouchner tuttavia ha una circostanza attenuante: anche i regimi arabi, in particolare quello di Hosni Mubarak, sostengono l'aggressione israeliana. E anche loro invieranno cicocolata e biscotti ai bambini di Gaza, tranne ovviamente a quelli che giacciono morti all'ospedale dI Shifa .

 

Ran Hacohen*: La pacificazione di Gaza

30 dicembre 2008

* Ran Hacohen insegna letteratura comparata all’Università di Tel Aviv, traduttore di letteratura tedesca, olandese, inglese, critico letterario su Yediot Ahronot, scrive regolarmente una Lettera da Israele sul sito Antiwar.com

 

Il ministro della Difesa Ehud Barak (il suo nome significa “lampo”, “blitz” in tedesco) l’ha fatto di nuovo: un record storico di più di 200 Palestinesi uccisi in un solo “Sabato lampo” il 27 dicembre. I sondaggi ora predicono 5 seggi in più per il suo partito laburista alle prossime elezioni legislative di febbraio. Questo fa 40 cadaveri di Palestinesi per seggio. Non stupisce che prometta che è solo l’inizio: a questo ritmo basteranno al partito 2000 cadaveri in più per passare dalla miseria alla ricchezza, da un partito politico morto alla maggioranza assoluta in parlamento come ai bei vecchi tempi.

Così per Barak i necrologi di Gaza sono un fatto di sopravvivenza politica, sono collegati alla necrologia del suo partito. E’ la stessa logica nauseante che condusse l’allora Primo Ministro Shimon Peres (insignito del premio Nobel per la pace etc. etc.) a devastare nel 1996 il Sud Libano e risolvere una volta per tutte il problema di Hezbollah nell’operazione “radici di collera”, proprio qualche settimana prima delle elezioni legislative - nelle quali fu sconfitto da Netanyahu.

Quando le sedicenti Colombe si comportano da Falchi, gli elettori preferiscono i falchi veri, secondo la parola del Talmud: “un vero uovo vale sempre di più di tutto ciò che può assomigliargli”. Ma i guerrieri come Barak non imparano mai. E non sono i soli: solo due giorni prima dell’inizio del martellamento di Gaza, era il partito Meretz, che si pretende della “sinistra liberale”, che chiamava ufficialmente ad un’azione militare contro Hamas. Avete presente, Meretz: il partito (insignito del premio della Pace di Francoforte etc… etc…) di Amos Oz e di quelli della sua specie, quegli pseudo intellettuali che proclamano sempre di esser stati contro la guerra precedente. Senza eccezioni questa volta sono tutti là, dritti dietro i bombardieri o anche davanti.

 

Più di 200 cadaveri giacenti a cielo aperto dietro l’ospedale di Gaza, che, dopo più di un anno di assedio israeliano, non può offrire ai suoi pazienti nient’altro che analgesici in ogni modo. Indovinate qual era il titolo principale del più popolare quotidiano israeliano, Yediot Ahronot, il giorno dopo: “un milione e mezzo di abitanti di Gaza sotto il fuoco”? Ci siete vicini ma non avete ancora indovinato, il vero titolo del 28 dicembre era: “mezzo milione di Israeliani sotto il fuoco”. In realtà, un solo civile israeliano è stato ucciso quel giorno da un razzo di Hamas. Allo stesso modo la giornalista Avirama Golan nel suo Blog su   Haaretz , dedica tutta la propria pagina alle angosce del suo gattone isterico a Sderot. Certi giornalisti, soprattutto quelli che si considerano importanti, hanno un indubbio senso delle priorità.

Yediot Ahronot ha avuto sei cronisti in prima pagina e molti altri all’interno, le ragazze pon-pon della guerra. Nahum Barnea, un giornalista “importante”, molto apprezzato, ha espresso molto sinteticamente il suo parere sul bagno di sangue: “meglio tardi che mai”; Dov Weissglass, strettamente legato al “processo di pace” come il preciso Wikipedia, ha parlato nello stesso modo, il suo articolo si intitolava: “non fermatevi” con un punto esclamativo per chiarezza. “Bisognerebbe che questo fosse solo un inizio” consiglia al governo, che ha appena promesso appunto: “non è che l’inizio”. Specchio, bello specchio! Eitan Haber, già assistente del già Primo Ministro Yitzhak Rabin (insignito del Premio Nobel per la Pace etc. etc.) ha riciclato la solita propaganda di guerra ad uso domestico di ogni governo israeliano: come sempre, l’opposizione di destra è estremista e folle, ma noi, il governo, lanciamo una guerra moderata, responsabile e controllata. “L’argomento politico che  avremmo dovuto e potuto agire molto tempo prima non è né vero né giustificato”. Haber si pone in modo pavloviano a servire il governo. Gadi Taub, giovane “mainstreamer” ultra conservatore, ha scritto un articolo intitolato: “Demagogia, Antisemitismo, Ignoranza” dal contenuto troppo triviale per essere riferito, ma abbastanza ben riassunto dalla prima e dall’ultima parola del titolo. Ma la demagogia di Taub impallidisce davanti a quella di Ben-Dror Yemini su Ma’ariv; in un articolo intitolato “L’offensiva più giustificata che abbia mai avuto luogo” (straordinariamente le stesse parole usate dal suo gemello di Haaretz Ari Shavit per la guerra del Libano giusto due anni fa), Yemini traccia una linea retta da Hitler ad Hamas (non è un caso se i due iniziano con H, proprio come Hezbollah, Saddam Hussein, e Hémorroides - in italiano il gioco non riesce), e spiega che “dopo l’ideologia nazista… nessun movimento è stato tanto dannoso per la pace nel mondo quanto l’Islam politico”. Scusatemi per la citazione di queste porcherie; abbiamo bisogno di un demagogo israeliano per strumentalizzare l’olocausto, e Yemini è nato per questo sporco lavoro.

Contemporaneamente l’eccellente cronista B. Michael leva una voce critica su Yediot: “E rieccoci al “déjà vu” della guerra che torna periodicamente, il rituale sangue versato nella pentola bollente che da decine di anni porta tutta la regione all’inferno. Per essere sincera, la nostra anima è stanca di distinguere la guerra del settimo giorno dalla Guerra dei Sei Giorni in diverse operazioni, guerre, battaglie, azioni e offensive. In realtà si tratta di una sola guerra ininterrotta. Un solo grande macello, la guerra dell’occupante contro l’occupato, e la guerra dell’occupato contro il suo occupante”.

 

B. Michael sa ciò che la maggior parte degli israeliani sono stati portati a dimenticare: che malgrado il ritiro di Israele, Gaza è sempre occupata, anche prima della presa del potere da parte di Hamas, perché Israele mantiene tutte le misure necessarie ad assicurarsi il controllo sulla Striscia: dal controllo diretto di tutti i passaggi di frontiera verso Gaza, sia per le merci che per le persone, fino al controllo israeliano del registro della popolazione di Gaza. La sola apparente eccezione, il Checkpoint di Rafah, è riservato all’ingresso in Gaza dei soli abitanti di Gaza, così definiti dal registro israeliano, e anche questo avviene sotto supervisione israeliana.

Ma per la maggior parte degli Israeliani Gaza è indipendente, impero sovrano, che fu occupato da Israele alcuni lustri fa, e che oggi, senza alcuna ragione, fa pesare una minaccia esistenziale sui suoi benevoli vicini ebrei.

Alle notizie televisive della sera, l’ascolto attento in particolare di reporters seri come Shlomi Eldar, può rivelare la punta dell’iceberg ancora sommerso dei crimini di guerra: una prigione di Gaza è stata bombardata intenzionalmente, un evidente crimine di guerra. Anche l’ospedale di Gaza ha subito dei danni, tutto ciò in una striscia sovrappopolata, nella quale la vita è già stata strangolata da un embargo su tutto, dal cemento al carburante e ai presidi medici.

Due mesi fa, il giornalista Amos Harel ha citato un articolo di un’alta personalità militare a proposito della politica israeliana per la prossima guerra, che fosse in Libano, in Siria o a Gaza: “Bisogna usare una forza senza alcuna proporzione rispetto alla minaccia e alle azioni dei nemici, per danneggiare e punire a un livello tale da aver bisogno di processi lunghi e costosi per la ricostruzione”.

Un altro generale israeliano ha spiegato che i villaggi dai quali provenivano dei lanci sarebbero stati annientati: “li consideriamo come basi militari” (Haaretz, 5 ottobre 2008. I nomi dei due generali - per la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja - sono Gaby SIBONI e Gadi ESENCOT). Quando la guerra è cominciata il generale di divisione della riserva Giora ISLAND, già capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza ha proferito queste parole, senz’ombra di vergogna: “Israele non dovrebbe limitare i suoi attacchi alle attrezzature militari - ha detto - ma deve colpire anche dei bersagli civili. I danni alla popolazione civile dovrebbero essere massimizzati perché peggiore è la crisi umanitaria e meglio e più rapidamente si conclude l’operazione”. In realtà, è lo stesso Generale di divisione che ha provocato uno scandalo esattamente un anno fa, facendo pressione sul governo per negoziare direttamente con Hamas. Non cercate né coerenza, né integrità, né intelligenza là dove sono implicati dei criminali di guerra.

 


Ramallah, 27 dicembre 2008. Mustafa Barghouthi con Francesca Borri



E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di
concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la
differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i
bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala
operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama,
quando manca tutto il resto?


E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un
attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro
razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato
naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e
d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che
chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le
leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale,
una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come
entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate
a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei
caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale
altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma
tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a
questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e
contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il
coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili
stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per
assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la
racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.


E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi
processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui
parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati
dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai
dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione
di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a
noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in
cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa
minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i
civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un
crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un
processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le
terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti
allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La
fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti
gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?
Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?


Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui
vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza.
Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine,
verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a
vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei,
americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità
egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? -
siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e
parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come
sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti,
vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori,
rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi,
domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse?
delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la
generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia -
sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni
volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori -
no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele
passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più
pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un
ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita,
oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita
tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima
razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine
gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto,
sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah
chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero
unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.


So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna
autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo
apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane,
tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni
delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico
formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo
collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio,
il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un
altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

 


L’Egitto corrotto e impotente di fronte alla tragedia (di Gaza)
© The Independent

Traduzione di

Carlo Antonio Biscotto

ROBERT FISK

 

Ed ora Mubarak è in grado di tenere a freno la rabbia della sua gente? Ovviamente

la risposta è che gli egiziani, i kuwaitiani e i giordani potranno urlare per le strade delle loro capitali - ma in questo caso si beccheranno qualche pallottola con l'aiuto delle decine di migliaia di agenti della polizia segreta e di miliziani che servono

i re, i principi e gli anziani governanti del mondo arabo.

Gli egiziani chiedono a Mubarak di aprire il valico di Rafah che consente di entrare a Gaza, di rompere le relazioni diplomatiche con Israele e persino di inviare armi ad Hamas.

È c'è una sorta di perversa bellezza nell'ascoltare la risposta del governo egiziano: perché non vi lamentate dei tre valichi che Israele si rifiuta di aprire? E in ogni caso il valico di Rafah è politicamente controllato dalle 4 potenze che hanno elaborato

la «road map»come strumento per costruire la pace, ivi compresi la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Perché prendersela con Mubarak? Ammettere che l'Egitto non può

nemmeno aprire un suo valico di frontiera senza il permesso di Washington la dice lunga sulla totale assenza di potere dei satrapi che governano il Medio Oriente per conto nostro.

Se le autorità egiziane aprissero il valico di Rafah - o rompessero le relazioni diplomatiche con Israele - l'economia egiziana andrebbe in frantumi in un battibaleno. Qualunque leader arabo si provasse a fare una cosa del genere perderebbe il sostegno

dell'Occidente. Senza sovvenzioni e aiuti l'Egitto potrebbe dichiarare bancarotta. Naturalmente è vero anche il contrario. I singoli leader arabi non sono più disposti a

fare gesti plateali per nessuno.

Quando Sadat volò a Gerusalemme pagò con il sangue il prezzo del suo coraggio e in occasione di una parata militare uno dei suoi soldati lo assassinò gridandogli «faraone!!». La vera sciagura dell' Egitto non è la reazione al massacro

di Gaza. È la corruzione che è divenuta un fenomeno incitato nella società dove l'idea di servizio - sanità, istruzione, sicurezza per i cittadini - ha semplicemente cessato di esistere. È un Paese nel quale il primo dovere della polizia è proteggere il regime, nel quale chi protesta viene picchiato dalle forze di sicurezza, nel quale le donne

che protestano contro il regime vengono molestate sessualmente da agenti in borghese.

LEGGI VIOLATE

In Egitto ha preso lentamente corpo una sorta di facciata religiosa nell'ambito della quale il significato dell'Islam è stato cancellato dalla sua rappresentazione fisica. I dipendenti pubblici e i funzionari statali egiziani sono spesso osservanti in maniera scrupolosa – ma tollerano e forniscono la loro complicità agli autori dei brogli elettorali, a coloro che violano la legge e a quanti torturano i detenuti nelle carceri.Un giovane medico americano mi ha detto di recente che in un ospedale del Cairo i medici

troppo occupati bloccavano le porte con alcune sedie di plastica per impedire l'ingresso ai pazienti.

E oltre a tutto questo gli egiziani debbono assistere alla quotidiana carneficina causata dalle infrastrutture fatiscenti. Alaa al-Aswani ha scritto in modo quanto mai

eloquente sul quotidiano del Cairo Al-Dastour che i «martiri» del regime superano per numero tutti i caduti delle guerre dell'Egitto contro Israele - vittime di incidenti ferroviari, di naufragi di traghetti, del crollo di edifici nei centri urbani, dimalattie - tutte vittime, come scrive Al-Aswani «della corruzione e dell'abusodi potere». Aprire il valico di frontiera di Rafah per far transitare i palestinesi feriti non cambierà il letamaio nel quale gli stessi egiziani sono costretti a vivere. Sayed Hassan Nasrallah,

segretario generale di Hezbollah in Libano, ha invitato gli egiziani a «sollevarsi a milioni» per costringere il regime ad aprire la frontiera con Gaza, ma gli egiziani

non lo faranno. Il malessere dell'Egitto è per molti versi impenetrabile come quello dei palestinesi. La sua impotenza rispetto alle sofferenze di Gaza è la manifestazione

simbolica della sua patologia

politica.

L’AI POLITICI  ITALIANI

da parte di

Luisa Morgantini

Vice Presidente del Parlamento Europeo

 

Roma,  3 Gennaio 2009

 

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro “I care”, come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana

 La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti,  pagano il prezzo dell’incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale. 

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una  minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma  basta con l’ impunità  di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale.  Furto di  terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati,  colonie che  crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.

 Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che  lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all’ ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con  sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all’olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia  loro per diritto divino, sono entrati di forza e l’hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d’acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da

Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all’estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c’è riscaldamento, non c’è luce, o i bambini nati prematuri nell’ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti  senza elettricità perché muoiano.

Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra  loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete  tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il  dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario.  Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani:  Cessate il fuoco, cessate l’assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’ occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con l’occupazione.

Dio mio in che mondo terribile viviamo.

analisi

 

Vittorio Arrigoni, da Gaza, 4.01.09

Mentre scrivo i carri armati israeliani sono entrati nella «Striscia». La giornata è iniziata allo stesso modo in cui è finita quella che l’ha preceduta, con la terra che continua a tremare sotto i nostri piedi, il cielo e il mare, senza sosta alcuna, a tramare sulle nostre teste, sui destini di un milione e mezzo di persone che sono passate dalla tragedia di un assedio, alla catastrofe di bombardamenti che fanno dei civili il loro bersaglio predestinato. Il posto è avvolto dalle fiamme, cannonate dal mare e bombe dal cielo per tutta la mattina. Le stesse imbarcazioni di pescatori che scortavamo fino a quale giorno fa in alto mare, ben oltre le sei miglia imposte da Israele come assedio illegale criminoso, le vedo ora ridotte a tizzoni ardenti. Se i pompieri tentassero di domare l’incendio, finirebbero bersagliati dalle mitragliatrici degli F16, è già successo ieri. Dopo questa massiccia offensiva, finito il conteggio dei morti, se mai sarà possibile, si dovrà ricostruire una città sopra un deserto di macerie. Livni dichiara al mondo che non esiste un’emergenza umanitaria a Gaza: evidentemente il negazionismo non va di moda solo dalle parti di Ahmadinejad. I palestinesi su una cosa sono d’accordo con la Livni, ex serial killer al soldo del Mossad, (come mi dice Joseph, autista di ambulanze): più beni alimentari stanno davvero filtrando all’interno della striscia, semplicemente perché a dicembre non è passato pressoché nulla, oltre la cortina di filo spinato teso da Israele. Ma che senso realmente ha servire pane appena sfornato all’interno di un cimitero? L’emergenza è fermare subito le bombe, prima ancora dei rifornimenti di viveri. I cadaveri non mangiano, vanno solo a concimare la terra, che qui a Gaza non è mai stata così fertile di decomposizione. I corpi smembrati dei bimbi negli obitori invece dovrebbero nutrire i sensi di colpa, negli indifferenti, verso chi avrebbe potuto fare qualche cosa. Le immagini di un Obama sorridente che gioca a golf sono passate su tutte le televisioni satellitari arabe, ma da queste parti nessuno si illude che basti il pigmento della pelle a marcare radicalmente la politica estera statunitense. Ieri (venerdì, ndr) Israele ha aperto il valico di Herez per far evacuare tutti gli stranieri presenti a Gaza. Noi, internazionali della Ism, siamo gli unici a essere rimasti. Abbiamo risposto oggi (ieri, ndr) tramite una conferenza stampa al governo israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non muoverci da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo massacro, e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti dottori e infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi. Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come testimoni oculari dei crimini contro l’inerme popolazione civile ora per ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i dispersi. Settantatré, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite. Anche ieri un’ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due dottori del campo profughi di Jabalia erano morti colpiti in pieno da un missile sparato da un Apache. Personalmente, non mi muovo da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono. Ore 19.33, ospedale della Mezza Luna Rossa, Jabalia. Mentre ero in collegamento telefonico con la folla in protesta in piazza a Milano, due bombe sono cadute dinanzi all’ospedale. I vetri della facciata sono andati in pezzi, le ambulanze per puro caso non sono rimaste danneggiate. I bombardamenti si sono fatti ancora più intensi e massicci nelle ultime ore, la moschea di Ibrahim Maqadme, qui vicino, è appena crollata sotto le bombe: è la decima in una settimana. Undici vittime per ora, una cinquantina i feriti. Un’anziana palestinese incontrata per strada questo pomeriggio mi ha chiesto se Israele pensa di essere nel medioevo, e non nel 2009, per continuare a colpire con precisione le moschee come se fosse concentrato in una personale guerra santa contro i luoghi sacri dell’islam a Gaza. Ancora un’altra pioggia di bombe a Jabalia, e alla fine sono entrati. I cingoli di carri armati che da giorni stazionavano al confine, come mezzi meccanici a digiuno affamati di corpi umani, stanno trovando la loro tragica soddisfazione. Sono entrati in un’area a nord-ovest di Gaza e stanno spianando case metro per metro. Seppelliscono il passato e il futuro, famiglie intere, una popolazione che scacciata dalle proprie legittime terre non aveva trovato altro rifugio che una baracca n un campo profughi. Siamo corsi qui a Jabaila dopo la terribile minaccia israeliana piovuta dal cielo venerdì sera. Centinaia e centinaia di volantini lanciati dagli aerei intimavano l’evacuazione generale del campo profughi. Minaccia che si sta dimostrando purtroppo reale. Alcuni, i più fortunati, sono scappati all’istante, portandosi via i pochi beni di valore, un televisore, un lettore dvd, i pochi ricordi della vita che era in una Palestina per sempre occupata perduta una sessantina di anni fa.. La maggioranza non ha trovato alcun posto dove fuggire. Affronteranno quei cingoli affamati delle loro vite con l‘unica arma che hanno a disposizione, la dignità di saper morire a testa alta. Io e i miei compagni siamo coscienti degli enormi rischi a cui andiamo incontro, questa notte più delle altre; ma siamo certo più a nostro agio qui nel centro dell’inferno di Gaza, che agiati in paradisi metropolitani europei o americani, che festeggiando il nuovo anno non hanno capito quanto in realtà siano causa e complicità di tutte queste morti di civili innocenti.

restiamo umani Vittorio Arrigoni

Amnesty International chiede protezione per i civili a Gaza e nel sud d'Israele

CS166: 29/12/2008

Amnesty International ha chiesto alle forze israeliane e ai gruppi armati palestinesi di porre immediatamente fine agli attacchi illegali contro Gaza e il sud d'Israele, che a partire da sabato 27 dicembre hanno causato la morte di almeno 280 civili palestinesi e di due civili israeliani.

I bombardamenti sulla Striscia di Gaza hanno provocato il più alto numero di morti e feriti mai registrato in quattro decenni di occupazione israeliana: tra le vittime palestinesi vi sono decine di civili non armati e di poliziotti che non stavano prendendo parte alle ostilità.

"L'uso sproporzionato della forza da parte di Israele è illegale e rischia di provocare ulteriore violenza in tutta la regione" - ha dichiarato Amnesty International. "L'escalation di violenza è arrivata in un momento in cui la popolazione di Gaza già era impegnata in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, a causa del blocco israeliano che impedisce l'ingresso anche di viveri e medicinali".

"Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi condividono la responsabilità per l'escalation. I continui lanci di razzi sulle città e i villaggi israeliani sono illegali e non possono essere giustificati in alcun modo" - ha proseguito Amnesty International, che ha sollecitato la comunità internazionale a intervenire senza indugio per garantire che i civili intrappolati nella violenza siano protetti e che il blocco di Gaza sia rimosso.

L'ultimo pesante attacco ha portato a 650 il numero dei palestinesi uccisi quest'anno dalle forze israeliane: almeno un terzo delle vittime, tra cui 70 bambini, erano civili. Nello stesso periodo, i gruppi armati palestinesi hanno ucciso 25 israeliani, 16 dei quali civili, tra cui quattro bambini. Negli ultimi otto anni la violenza israelo-palestinese ha causato la morte di circa 5000 palestinesi e 1100 israeliani. La maggior parte delle vittime da entrambi i lati erano civili e tra esse figurano circa 900 bambini palestinesi e 120 bambini israeliani.

Nelle ultime settimane le agenzie delle Nazioni Unite, che provvedono all'80 per cento del fabbisogno alimentare di un milione e mezzo di abitanti, hanno ripetutamente protestato contro il rifiuto israeliano di consentire l'ingresso di aiuti umanitari a Gaza.

Il blocco israeliano ha fatto sì che la tregua di cinque mesi e mezzo tra Israele, Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi migliorasse di poco o niente la vita della popolazione di Gaza. La tregua è di fatto cessata il 4 novembre, quando le forze israeliane hanno ucciso sei militanti palestinesi e una scarica di razzi palestinesi ha colpito le città e i villaggi del sud d'Israele.

FINE DEL COMUNICATO                                                      Roma, 29 dicembre 2008

Israele/Gaza, ulteriore appello di Amnesty International: porre fine agli attacchi illegali e affrontare le necessità immediate della popolazione

CS167: 29/12/2008

Nel terzo giorno dell'offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza, che ha già provocato oltre 300 morti, Amnesty International ha dichiarato che i civili palestinesi rischiano ancora di essere feriti e uccisi dagli attacchi aerei, mentre si acuisce la mancanza di cibo, medicine, elettricità, acqua e altri generi di prima necessità.

"Il drammatico computo dei morti rischia di aumentare a causa della mancanza di cure mediche adeguate per le centinaia di persone rimaste ferite. Il settore sanitario di Gaza era già a corto, in tempi normali, di attrezzature, medicine e professionisti e la situazione è peggiorata a causa del blocco israeliano a tal punto che non è possibile occuparsi di un così grande numero di feriti" - ha affermato Amnesty International.

Secondo l'organizzazione per i diritti umani, Israele deve permettere l'accesso dei feriti agli ospedali israeliani e a quelli palestinesi di Gerusalemme Est e del resto della Cisgiordania. L'Egitto, a sua volta, deve mettere a disposizione i propri ospedali per tutti coloro che non possono essere curati a Gaza e assicurare che le guardie di confine non ricorrano all'uso eccessivo della forza contro chi fugge dai bombardamenti. Hamas deve garantire che le proprie forze di sicurezza e milizie non impediscano od ostacolino in alcun modo il passaggio dei feriti e dei degenti che cercheranno di lasciare Gaza.

Nonostante le assicurazioni d'Israele che gli aiuti umanitari possono entrare a Gaza, la realtà è che ciò che è arrivato negli ultimi mesi è solo una parte del necessario.

"È profondamente inaccettabile che Israele continui di proposito a privare un milione e mezzo di persone del cibo e di altri prodotti di prima necessità. Questa politica non può essere giustificata da motivi di sicurezza o di altro genere e deve cessare immediatamente" - ha sostenuto Amnesty International. "Israele deve consentire agli operatori delle agenzie internazionali umanitarie e per i diritti umani di entrare immediatamente e in condizioni di sicurezza a Gaza".

Amnesty International ha reiterato la propria richiesta di una fine immediata degli attacchi illegali e sconsiderati d'Israele contro le aree residenziali e densamente popolate di Gaza, attacchi che dal 27 dicembre hanno causato oltre 300 morti, decine dei quali erano civili non armati e di poliziotti che non stavano prendendo parte alle ostilità, e alcune centinaia di feriti.

Amnesty International ha chiesto ancora una volta ad Hamas e agli altri gruppi armati palestinesi di smetterla coi lanci indiscriminati di razzi contro le città e i villaggi del sud d'Israele, che negli ultimi tre giorni hanno provocato due morti e diversi feriti tra la popolazione civile israeliana.

A seguito della diffusione di notizie secondo le quali un imprecisato numero di prigionieri, compresi membri di al Fatah, sarebbe rimasto ucciso o ferito nel corso dei bombardamenti israeliani contro strutture di sicurezza e detentive, Amnesty International ha sollecitato Israele a non prendere di mira le prigioni e Hamas a fornire informazioni sulla sorte dei detenuti e consentire le visite dei familiari appena possibile.

Tra gli obiettivi colpiti da Israele figurano abitazioni private e altri edifici, tra cui un'università. Alimentando l'atmosfera di paura nella popolazione civile, le forze israeliane stanno inviando messaggi telefonici a una serie di utenze palestinesi, avvisando di lasciare le abitazioni in vista di imminenti bombardamenti. Questa pratica, usata ampiamente in Libano nel 2006 e in precedenza nella stessa Gaza, sta seminando il panico tra la popolazione, anche se nella maggior parte dei casi gli edifici in questione non vengono colpiti. Piuttosto che costituire l'efficace preavviso di un'azione militare, questo comportamento rappresenta dunque una violazione del diritto internazionale e deve cessare immediatamente.

La comunità internazionale, specialmente i membri del Quartetto (Nazioni Unite, Unione europea, Russia e Stati Uniti d'America) e i paesi membri della Lega araba, devono andar oltre la retorica ed esercitare pressioni concrete su entrambe le parti in conflitto per porre fine alle violazioni del diritto internazionale in corso. Le Alte parti contraenti delle Convenzioni di Ginevra dovrebbero a loro volta prendere in considerazione la convocazione di una riunione d'emergenza per affrontare la situazione.

FINE DEL COMUNICATO                                                   Roma, 29 dicembre 2008

 

Viaggi in Terra santa. Lettera aperta ai parroci

 

“Se dunque presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Matteo 5,24)

 

Ricordano questo comandamento del Vangelo i nostri parroci, i pellegrini cristiani in Terra santa? I  nostri fratelli palestinesi hanno qualcosa contro di noi: cosa ce lo facciamo dire da Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme.

“La Terra santa, oggi Palestina e Israele, è alla ricerca di giustizia e pace da un secolo…L’essenza del problema consiste nell’occupazione da parte di Israele dei territori palestinesi…I media cercano di presentare il conflitto attuale come una questione di violenza palestinese: se essa cessasse, tutto rientrerebbe nell’ordine. La violenza è solo un aspetto della questione. Il nodo cruciale invece è solo l’occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi...L’occupazione dura da decenni (sono 41 anni!): ciò che avviene oggi- la resistenza palestinese e le rappresaglie israeliane-non è che una ripetizione di ciò che si è già fatto…E’ necessario che i cristiani e le chiese del mondo che qui giungono e vedono, si impegnino a conoscere la realtà del conflitto, la sua verità, non si accontentino di basare le proprie informazioni o le proprie impressioni sulle notizie fornite dai media, anche se questo significa andare contro l’opinione pubblica mondiale. Le Chiese e il mondo devono prendere la parola e agire. Devono avere il coraggio di denunciare l’occupazione militare, vera radice delle nostre sofferenze.( Michel Sabbah,Voce di colui che grida dal deserto, Edizioni Paoline, pag.61 e sg)

 

I nostri pellegrinaggi, dunque,  non possono essere concentrati tutto sull’altare, e sul tempio, sulle devozioni, astraendosi dalla realtà, ma ricordarsi di cosa e di chi c’è fuori del santuario; non essere ciechi e muti, ma operatori di riconciliazione.

 

Così scrive don Nandino Capovilla  (di Pax Christi)a p. 24 del libro scritto insieme a Elisabetta Tusset, “Aquiloni preventivi”:  “Proprio stamattina Firas mi ha accompagnato su per le stradine di Gerusalemme descrivendomi minuziosamente e con abbondante dose di sacra immaginazione, ogni stazione della Via Crucis. Ma solo stasera, dopo aver passato una serie di check point davvero ‘ben organizzati per umiliare e distruggere la dignità dei palestinesi, solo stasera posso dire a tutti voi e posso imprimere per sempre nella mia memoria cosa sono veramente la Via del Dolore, la Via dell’Oppressione, la Via dell’Ingiustizia che lasciano completamente indifferente il mondo e –ieri come oggi- non smuovono affatto il potere ‘democratico’ dell’Impero di turno.

Una rivoluzione per la pietà popolare: le prossime Via Crucis cambiamo itinerario: sono queste le strade da percorrere per stare dietro a un Dio e un uomo perennemente uccisi e dimenticati”.

 

Invece “Chi viene come turista, con l’auto o con il pullman, non ha la possibilità di rendersi conto, non fa esperienza, non può capire come si vive a Betlemme…

Il Muro (alto 8 metri e lungo 650 km,  ndr) stringe la città in una morsa mortale; lo constato ogni giorno, da cose molto concrete. Il piano di tale costru­zione ha qualcosa di malvagio e di assolutamente inu­mano. Le sue anse si muovono fino all'interno dei cen­tri abitati, si snodano tra le case stesse togliendo luce e respiro. Apri la finestra e ti trovi davanti il muro grigio. La casa di Suheila è stretta da tre lati dalle anse del mu­ro, quasi fasciata, da far impazzire; la sua ombra pene­tra fin dentro casa oscurando ogni cosa. E la famiglia che vi abita deve star zitta: se si lamentano, rischiano di vederla saltare in aria. Il percorso del muro è stato trac­ciato con estrema «intelligenza» e attenzione: non solo si insinua tra le case, ma anche tra i terreni in modo da ritagliare quanto più è possibile zona verde, togliendo­la al territorio palestinese occupato, e tutto ciò come se fosse la cosa più ovvia. Il percorso del muro fa atten­zione a includere nella parte israeliana anche le sorgen­ti d'acqua del territorio palestinese, per destinarle ai nuovi insediamenti che stanno invadendo dovunque le alture che circondano Betlemme, generalmente le zone più belle e più verdi”.

Così testimonia suor Lucia del Baby Hospital di Betlemme (Nandino Capovilla- Betta Tusset, Bocche scucite, Edizioni Paoline, pag.45)

 

Le conclusioni, cari parroci, le lascio ancora alle parole di Michel Sabbah, e a voi, a noi.

…Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di pellegrino che proprio a causa delle conseguenze dell’occupazione sulla vita quotidiana, venga a testimoniare attraverso la sua presenza, la sua fede e la sua preghiera che la pace è possibile…Il pellegrino trascorrerà con noi anche solo una settimana e vivrà con noi, in questi pochi giorni, ciò che noi viviamo tutto l’anno. Bisogna affermare con forza che l’occupazione israeliana deve cessare, e questo non solamente per il bene dei palestinesi, ma anche degli israeliani, e di tutta la regione (Michel Sabbah, libro citato)

Luigi Fioravanti- Delebio, Valtellina

P.s. A Sua Eminenza il Vescovo.

Sono stato a messa domenica e oggi l'Epifania. Preghiera dei fedeli: si è pregato per il papa, i vescovi, i sacerdoti, i governanti, la comunità locale...Nemmeno una parola di preghiera per la Terra Santa e martoriata. Queste preghiere tutte concentrate su di noi, per noi... Che dire? Che pensare?

 

Le notizie di Misna, l’agenzia di informazione missionaria

STRISCIA DI GAZA

5/1/2009   19.36     

STRANE FERITE (2): UN MEDICO ALLA MISNA, “USATE ARMI NON CONVENZIONALI”

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“Non sono in grado di dire se gli israeliani stanno usando armi al fosforo bianco o all’uranio impoverito, ma stanno sicuramente ‘sperimentando’ sulla popolazione di Gaza nuovi ordigni chiamati Dime (Dense inerte metal explosive); si tratta di esplosivi di grande e controllata potenza che causano amputazioni e danni letali per chiunque venga colpito nel raggio di 10 metri”: raggiunto dalla MISNA a Gaza nell’ospedale di Shifa, il principale della città, il professor Mads Gilbert, medico norvegese e membro della organizzazione umanitaria Norwac, parla di persone che vengono portate a pezzi in ospedale, letteralmente tagliate in parti, e di conseguenze di lunga durata sui sopravvissuti. “Su questi strumenti di guerra non ci sono ancora sufficienti ricerche – aggiunge – sappiamo però che chi sopravvive ha molte probabilità di contrarre un tumore ed è comunque destinato ad una vita da disabile”.

 Le ipotesi di Gilbert, sono formulate sulla base di altre esperienze di guerra, di quella del Libano in particolare dove, nel 2006, gli israeliani vennero accusati di utilizzare proprio esplosivo ‘Dime’ e fosforo bianco come da loro stessi ammesso in seguito. “Non abbiamo un laboratorio dove poter analizzare campioni – aggiunge il medico norvegese – ma parlo a ragion veduta sulla base dei corpi senza vita e dei feriti che continuano ad affollare questo ospedale. Ci sono corpi fatti a pezzi le cui ferite non sono state sicuramente causate da armi convenzionali, ci sono altri corpi che arrivano completamente bruciati, con gli organi interni decomposti”. Una tragedia umanitaria, sottolinea Gilbert, che colpisce indiscriminatamente tutti senza distinzione di sesso, di età, di occupazione: “Gran parte dei feriti che stiamo trattando ha subito gravi amputazioni; tutto quello che sta avvenendo a Gaza va contro ogni regola del diritto internazionale. Sento parlare di guerra ad Hamas, ma i miei occhi vedono solo bombardamenti sistematici contro la popolazione civile anche con armi vietate dalla comunità internazionale”.[GB]

Dedichiamo questo articolo ai nostri politici senza morale e umanità...

Gaza: anche Cristine era una pericolosa terrorista?

“Cristine è una vittima ‘indiretta’ dei bombardamenti israeliani di quest’ultima settimana… è morta di paura, di stenti e di freddo; e come lei ci sono migliaia di minori, di bambini e adolescenti, che non resistono al continuo martellamento dei bombardamenti, ai boati tremendi che il resto del mondo si ostina a non sentire o a definire incidenti collaterali”: padre Manuel Musallam, parroco della Sacra Famiglia, unica chiesa cattolica della Striscia, parla alla MISNA di Cristine al-Turk, una ragazza di 16 anni morta ieri nella sua casa della città di Gaza nel quartiere di Rimal non perché colpita da un ordigno israeliano o da un crollo ma di stenti, di freddo, dopo giorni e giorni di terrore.
Nella Striscia, per divieto di Israele, non sono ufficialmente presenti operatori dell’informazione stranieri e padre Musallam è diventato, non solo per la MISNA, un punto di riferimento anche per notizie sulle condizioni dei circa 3000 cristiani presenti a Gaza. Le sue descrizioni, testimonianze senza fronzoli, chiare e inconfutabili, raccontano anche le storie dei ‘piccoli’, degli innocenti, della gente di solito anonima e ignorata come Cristine, quello che le grandi cronache di guerra e i freddi bilanci non fanno sapere.
“Da giorni - continua - stanno colpendo Gaza dal mare con le loro navi da guerra, dall’alto con aerei ed elicotteri, da terra con carri armati e cannoni; vengono colpite case di civili con dentro persone”. Gli abitanti di Gaza uccisi in una settimana, dopo le 750 incursioni aeree ammesse da Israele, sono, secondo fonti mediche locali, 436, almeno un quarto civili dice l’Onu, inclusi 75 bambini e 21 donne. Cristine frequentava la scuola diretta da padre Musallam ed era una cristiana della piccola comunità greco-ortodossa.
“Avrebbe potuto anche essere musulmana - continua padre Musallam - ma che importanza ha? Nelle stesse ore Iyad, Mohammed e Abdelsattar al-Astal – tre fratellini di età compresa tra i 7 e i 10 anni - sono stati uccisi da un missile vicino alla loro abitazione ad al-Qarara. I missili qui non guardano in faccia, non bussano a nessuna porta. Uccidono”. E’ stanco, ma non vuole fermarsi padre Musallam, racconta di come la gente abbia saputo di proteste e manifestazioni a loro favore in diverse città e paesi del mondo, racconta della rabbia di dover sentire solo una verità.
“Riusciamo a vedere i vostri telegiornali – continua – e restiamo costernati per le bugie che sentiamo. Quanto vale la vita di un palestinese? Perché un razzo artigianale lanciato dalla resistenza palestinese - ordigni che dal 2002 ad oggi avranno causato al massimo una decina di vittime - fa più notizia di 432 persone morte in una settimana?
Israele dice che teme le minacce palestinesi e intanto ci butta in mare; dice che teme i razzi e intanto ci bombarda; dice che siamo terroristi e intanto uccide indiscriminatamente…: la verità è il primo pilastro della pace; la verità è che fino al 1948 Israele non esisteva, la Palestina tutta non era un deserto ma era abitata dai palestinesi; la verità è che prima ci hanno cacciato e adesso tentano di cancellare quel che resta di un popolo mentre il resto del mondo gira gli occhi dall’altra parte. La verità è il solo strumento che abbiamo per riaprire il processo di pace; perché noi ancora ci crediamo”.
Anche in memoria di Cristine che “aveva un sogno - ricorda padre Musallam - poter uscire da questa prigione dove è nata e viaggiare, vedere con i suoi occhi i posti di cui parlavamo in classe, vedere Gerusalemme, i luoghi dell’altra Palestina, la Cisgiordania, visitare i monumenti e le città che poteva vedere solo sui libri in foto; questo era il suo sogno, ma anche quello di migliaia di bambini che qui sono nati e morti”.

(padre Mussallam è stato intervistato anche da la radio della Svizzera italiana, al radiogiornale delle dodici e trenta di ieri, 5 gennaio)

(Agenzia Misna del 3.01.2008, http://www.misna.org/ )

 


 

 

 

 

 

 

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