Luca Benassi
L'onore della polvere
Editrice
Puntoacapo,
Novi Ligure, 2009

Un leggero trasalimento pieno di serenità e di vita apre
questa nuova raccolta di Luca Benassi, trentaquattrenne poeta romano, che
ha alle spalle due belle raccolte (I fasti del grigio e Nei
margini della storia).

L’onore della polvere è una
raccolta che sembra scritta come in sogno, oppure nel corso felici
incursioni nell’inconscio (che più o meno è la stessa cosa), attingendo
alle sensazioni più segrete ispirazione e linguaggio, nel segno di un
figlio che deve nascere, nella pensosità di chi in qualche modo percepisce
una tappa conclusa della vita e una tappa da cominciare, come colui che al
gomito del sentiero misura il cammino fatto e quello ancora da
percorrere. Benassi evoca, in questa lucidità vestita di onirico, una
complessa gradazione di sentimenti che segna l’assunzione di
responsabilità, insieme alla meraviglia per la nuova vita che nasce, sia
di ruolo che di relazione - sentimenti peraltro tipici di situazioni del
genere, che però sembrano soverchiare la stessa percezione, attutire in
una sola sensazione olistica una complessità inesprimibile. In ogni caso,
l’effetto dei suoi versi ha un impatto emozionale molto forte nella
lettura, capace di contagiare il lettore.
Nella seconda sezione, La trattativa, l’accento si
sposta alle dinamiche del conflitto - da non confondere col litigio,
come spesso accade per questa parola. Il conflitto è legato alla nostra
essenza e deve esserci, sempre, in ogni rapporto umano. Un
rapporto senza conflitto è un rapporto convenzionale, direi morto. Gli
uomini hanno inventato, per risolvere il conflitto, il rituale della
trattativa, che però viene snaturata nella sua essenza se non viene
affrontata con un altro approccio relazionale ben di verso da
quello a cui siamo abituati. Benassi individua, con sottile sapienza ma
anche con una evidente conoscenza della psicologia del conflitto, gli
elementi che strutturano il conflitto, nel bene e nel male. Accenna alla
paura che sta dietro ogni trattativa, della quale ognuna delle
“parti” deve farsi carico (la propria, l’altrui), paura che ha la sua
radice nelle aspettative personali, nel profondo dell’Io o forse dell’Es e
che fatalmente porta alla violenza, se non è accolta e capita. E il
dubbio e la sfiducia nell’altro, rievocata con molta partecipazione e
bellissimi versi nel monologo di Pietro ispirato a un passo evangelico (Gv,
21, 3-4). Ma il conflitto viene spesso chiuso o per stanchezza o per
asimmetria nelle relazioni fra le parti - e di fatto non chiudendosi mai
ma permanendo il latenza. Alcune poesie in corsivo formano la trama di
questa sottilissima scrittura, e si riferiscono alla trattativa-tipo, ad
esempio quella sindacale, quella per affari, quella fra congiunti. I
meccanismi che scattano sono sempre gli stessi, giocati in diversi
contesti. Sembra incredibile che una materia tanto tecnica, come questa,
possa essere tematizzata in una silloge di poesie, ma Benassi lo ha fatto,
senza peraltro mostrare di volerlo fare (e forse neppure volendolo, nelle
sue intenzioni consce) e con una risultato poetico davvero sorprendente.
Nella sezione successiva si scivola dal conflitto alla
violenza, con una silloge che è anche un racconto in versi, che tematizza
le emozioni e le sensazioni di un caso-tipo di omicidio per amore. Anche
qui, il poeta individua con estrema precisione la radice della violenza
che nasce per “fare paura”, senza intenzione conscia, ma in un’ottica di
sopraffazione dell’altro e dunque in un “delirio di onnipotenza” che
vorrebbe obbligare l’altro a piegarsi al nostro volere. Anche qui, versi
molto belli e musicali che riescono a riscattare la (raccapricciante)
banalità di questi paradigmi negativi e collocarli in un senso nuovo, in
una prospettiva aperta.
Una breve sezione di 5 poesie rievoca la sfida del
flautista Marsia ad Apollo e la sua punizione (essere scorticato vivo) che
è il segno di una giustizia prepotente e feroce verso la hybris - e, fra
le righe, un monito ad essere pronti, a diffidare nella certezza delle
regole sin quando le regole sono dettate dai potenti e dai prepotenti.
Infine la sezione Poeti vuole essere una difesa della poesia e del
ruolo dei poeti: non è possibile pretendere che siano loro a cambiare il
mondo, poiché le trattative che condizionano le nostre sorti, i giochi, si
fanno altrove (“Se le cose stanno così / è perché si saranno incontrati
/ avranno portatop carte, grafici obiettivi / intorno a un tavolo, fino a
sera / avranno chiuso l’accordo e firmato la tregua”). Al poeta
compete stare nella vita e leggere il mondo con i suoi occhi, che non sono
quelli del conflitto perché non devono servire una parte in causa. Con
forza il poeta ributta la responsabilità ad ognuno (“Non dite infine
che basta una metafora / a spiegare il traffico, i cocci aguzzi sotto le
ruote / e la notte guasta di amori infecondi. / e non accusate noi poeti
/ di non avervelo detto / e di non avervi ascoltato”).
La scrittura è esperta, attenta, fortemente allusiva,
carica di atmosfere oniriche e limpida, senza mai impennare o trovare
incertezze. A nostro avviso un bel libro, e un bravo poeta che ci
riconferma la stima che già avevamo nella sua scrittura.
Ci
sediamo al tavolo delle trattative
i
notes e le penne allineati
ai
gomiti che inchiodano alla formica
decisioni da prendere.
Iniziava
così il gioco delle parti
sedersi è già perdere
cedere
un passo, un grammo di luce necessario
al
tempo che scorre laterale.
****
Il lago
Disse
loro Simon Pietro: "io vado a pescare. "
Gli
dissero: "veniamo anche noi con tè. "
Allora
uscirono e salirono sulla barca;
ma in
quella notte non presero nulla.
Quando
già era l'alba Gesù si presentò sulla riva,
ma i
discepoli non si erano accorti che era Gesù.
Giovanni 21, 3:4
Non c'è rete al dubbio se non quella
tesa al pesce, a rinnovare il mestiere del
lago.
Ritornai a pescare, come prima
come se nulla fosse accaduto sul mare di
Galilea.
Certo, non nego la seduzione del tramonto
ne le barche abbandonate alTeccomi
al ricordo dei giorni forti, promessi al pane
e al vino.
Non nego la delusione che monta alla testa
il corpo d'un uomo che muore sul legno
e che non da gloria o regno, o significato
alcuno
(così mi pareva) alla sua Parola.
E non nascondo la paura del martirio, del
compiersi
del verbo su questa spiaggia: le barche erano
lì
lasciate da allora e le reti pronte.
Forse ebbi paura, o fui deluso, forse
ebbi solo fame o fu la vista incerta
dei compagni all'orlo della fede.
Di certo, mio Signore, dubitai
alla vista dell'acqua schiumante di miele
del tramonto, dubitai come la vertigine del
tuffo
verso il nuovo arrivo. E tu eri sulla spiaggia
ad attendere
con il fuoco acceso, di brace, il pesce già
cotto
e il pane pronto
per essere spezzato.
****
X
Ma si sa come vanno queste cose.
Forse reagì spavaldo e mise paura
e lui reagì con lo spasmo dell'indice.
Forse fu un errore, la pressione del dito sul
grilletto o forse
fu il senso che perdura nell'onnipotenza di
decidere
di essere arbitro dell'arbitro e non
predestinare nulla,
fu insomma il delirio dell'onnipotenza.
Si dirà poi della tragedia
dell'errore che degenera come un tumore
il non voler uccidere
ma fare solo paura, che diventa il sangue
che arrossa la terra.