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Emidio Montini

Da una quiete immota

 Editrice puntoacapo, Novi Ligure, 2008

 

 

 

Emidio Montini appartiene a quella minoritaria ma consistente e caparbia pattuglia di poeti italiani che usano ancora la metrica classica e una scrittura che ancora si rifà, nella costruzione del verso e della frase e anche nella costruzione sintattica, alla tradizione classica.  Nel caso di Montini il punto di riferimento e piuttosto spostato nel '900 e precisamente alla poesia e alla prosa poetica dei "Canti orfici" campaniani.  Questo non per dire che la struttura di Da una quiete inmmota si rifaccia alla struttura dei "Canti orfici", ma solo per sottolineare una probabile ascendenza, che peraltro si può trovare anche in un certa vena visionaria della poesia montiniana, in una certa sospensione o atmosfera onirica che caratterizza i racconti poetici, che pure partendo dall'esperienza concreta, come un viaggio in Grecia ad esempio (cui si riferiscono i due passi di prosa poetica riportati sotto), trasfigurano l'esperienza stessa secondo i dettami della suggestione interiore, nel particolare silenzio dell'interiorità, che in questo autore è componente fortissima.  Non si può infatti apprezzare nel dovuto modo la poesia di Montini se non si tiene costantemente il riferimento al silenzio interiore: il suo verso, così limato ed essenziale, sembra scaturire da una lunga solitaria meditazione nel quale le figure evocate emergono dal silenzio con il loro messaggio nascosto - nascosto perché sovrastato dal rumore sguaiato della storia, che non concede spazio al libero e pieno manifestarsi del senso.

Ecco allora che, come Dante e come Campana, il poeta si fa pellegrino nella storia e si ritaglia il ruolo di cantore del suo tempo, di colui che trae dal silenzio volti e simboli, paesaggi e luoghi, per consegnarli al canto lirico, quasi a renderli a una vita che sta fuori dal tempo e che ha i caratteri del mython e non del krònos.  Una storia dunque non fatta di avvenimenti e di cronaca ma di visioni fuggevoli che a rigore sono fuori dal tempo e dallo spazio, come a dire che l'umanità che egli cerca e trova nel suo peregrinare interiore, è questa del nostro tempo, ma è anche l'umanità di ogni tempo che si esprime come carattere antropologico in gesti che incarnano poesia.

 

Passi e liriche tratti dalla raccolta Da una quiete immota

 

6 - Sdraiato sulla panchina guardo verso l'alto. Le Meteore sono tutto il mio orizzonte. Liscia roccia scura, inviolabile. I pochi colatoi dell'acque e quelle cavità di teschio, come fori di palle da "bowoling". Il sentiero parte dalle ultime case e ti butta nel bosco. Sei solo e mi cammino, come dovrebbe essere la vita di un uomo. Un sibilo d'arie, gli strenui pinnacoli. Il verde che s'aggroviglia, si dirada. Nella macchia ciclamini a migliaia, fra le pietre e gli scalini di sasso. Lacrime di Demetra, simbolo del suo perdono. La terra fiorisce sempre, ne la deturpa alcun delitto. A noi giocare con le ombre, trafficare in fango, posticipare il "bingo". Le arcuate volte si aprono su spiazzi di sole, costellati di sassi inclinati. L'acciottolato è serpentiforme, ti porta su, ti avvicina allo spigolo della Meteora. Una gola fra due speroni, una ripida scala. Un aggetto sul vuoto, un terrazzo. La postazione di un fromboliere pazzo. E il monastero, incredibile luogo dove il vento che grida sa farsi luce.

 

7 - Mille anni. E tutto è diverso, tutto è uguale. I chiodi, gli otri. La veduta del fiume con le sue ghiaie. Le stanze e i portali. Il leggio e l'altare. Non può la donna entrare se non indossa un grembiule di tela grezza. Non è impuro il fiore, impuro è che incoroni il Minuscolo. E che chiami amore la cornice dello specchio, la sua immagine riflessa.  Fuori gli ulivi non hanno frutto, ma tintinnano come campane i ferri sulla sommità del masso. Da qui si vede il paese, la valle, il sole ruggente in mezzo al cielo. Non so esattamente chi sono ma so che sono di casa.  Qui la nozione del vuoto è più vera che altrove. Un vuoto che tutto contiene: e l'ultimo peccato e il fermarsi delle vene. Nella chiesa ammutolita due donne tedesche, gli occhi chiusi e come in coma. Qui per voto o solo per caso? La luce le rasa, ne fa belli i contorni. Le spalle pesanti, pudicamente chiuse le gambe. Inconscio è l'atto, l'atto e rivelante. È ancora il Dio Padre che ci dilania il cuore. Se creatore, non vivremmo di questo malore.

 

 

Che abbia fine la notte è cosa certa. Io l'aspetto.

Così da me tu verrai decisa un giorno a esigere amore,

(tu correndo più lieve, io a vita risorto più lieta)

come amante chiamata accorre se scioltosi il nodo.

 

Davanti apparirmi ti vedrò, o tu lungamente attesa.

Di tè stupito, quasi scordato avessi le tue fattezze,

caldo berrò ogni succo, frugandoti non più furtivo.

E tu corpo mi darai! di gioia armandomi, di luce.

 

Dall'angoscia sanati, come dalle fauci di un dio,

ora sulla terra scatenato bassa semenza a spargere,

di amati non essere sotto lo sciame delle stelle,

più non ci cureremo, o nume desueto, anima mia.

 

 

 

O voi nuvole corsare, galeoni voi dell'impossibile,

d'oro stracolmi forse a noi invisibile, fermo un cenno,

un cenno solo, qui fatto ceppo domandarvi ardisco,

e quale è bene quale è male, o voi nuvole corsare.

 

Un cenno solo domandarvi oso, ne evasivo ne umano

affinché possa venerare tutto. Non duplice io domando,

(e tu vattene Serpente) se uno e sacro è il corso,

qui sotteso all'equivoco del sangue, delle attese,

 

o solo è flatus vocis, limaccioso dedalo.

 

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