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Giuliano Rinaldini

Sequenza del fico

 Joker editore, Novi Ligure, 2008

 

 

 

Questa, del ventinovenne poeta reggino (Reggio Emilia) irrequieta opera seconda, è un lungo e diradato poemetto sull'estate, nel quale sono collocati due intermezzi  - "diradato" nel senso che l'autore usa lo spazio fisico della pagina e la distribuzione del testo nel bianco (accecante) della pagina, con un evidente intento significante.  Lo spazio infatti - e ce lo insegna la psicologia del segno grafico - è anche codice linguistico che riporta a una precisa intenzione (anche, ma non sempre, inconscia) comunicativa. E qui l'intenzione ci pare conscia.

Il bianco infatti è il colore dell'indecisione, della sospensione, dell'immobilità.  E' un colore che tutti li contiene e tutti li respinge.  Sequenza del fico dunque è la vicenda di un nervoso peregrinare in questo vuoto pieno di cose vuote che baluginano al sole, un sole rovente di pianura che arroventa e acceca, che impedisce quasi di pensare, di differenziare e riconoscere le sensazioni e rende il piatto della pianura ancora più opprimente.  Viene in mente il frenetico peregrinare di Mister Blum nelle vie di Dublino, non certo per la rassomiglianza del paesaggio ma per la rassomiglianza di quel nervoso scandagliare il mondo circostante trasportato dentro il proprio mondo interiore, col disappunto di trovarlo vuoto e insignificante, un abisso bianco dove la mente risucchiata precipita con la sensazione di non potersi mai fermare.  Il ritmo si fa incalzante, per brevi frammenti dispersi nel vuoto, come spari, come apparizioni improvvise e ostili, così come appaiono improvvisamente diversi e connotati di bagliori estranei gli oggetti e i paesaggi di sempre.

Unica presenza umana nella sua concretezza vegetale è quella di un fico (verso la fine del poemetto) che nasce dalle crepe di un muro e sembra la sola cosa capace di un sentimento umano in questo deserto di luce.  Ed è ovviamente una metafora, la metafora di un centro, della necessità di avere un centro e fermarsi per evitare questo continuo precipitare nel niente che è un po' una storia sociale, più che una storia di individualità particolari.

 

 

Da: La sequenza del fico

 

la memoria somiglia a un rumore, di molte cicale,

 

che consuma o lentamente sgretola

sé stesso.

 

(invisibile sopra i pini

marittimi)

 

così, come credo, niente è più asciutto di questo greto

di torrente.

 

 

 

(memoria)

guardo i rovesci marci della terra.

 

campagna aprente il mio orecchio.

 

nell'erba secca appare un sussulto:

una fuga     di lucertola.

 

 

 

è forse il velo dell'aria densa e un poco impura: più [guardo

e meno credo a ciò che vedo, non ne sono certo.

 

 

 

(aperta la portiera, il suono delle cicale era come un [forte agguato)

 

(il mio cuore ne era tutto pieno)

 

 

 

(erba sui maggesi, sole)

 

per il solito, al finire dell'estate io guardo

 

la campagna premuta

da lunghe afe:

 

una terra boccheggiante

si nasconde nel suo stesso biancore.

 

 

 

giorno in cui si può vedere un trattore, che volta la terra.

capovolge le ghiove.

 

 

 

un campo di stoppie acute sparisce

nel terreno everso.

 

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