Gianmario Lucini
Civiltà antiestetica

Da quando esiste, Poiein ha cercato di non colludere con
l’esercizio preferito dai commentatori politici italiani, ossia quello di
centrare il senso della politica sulla figura di un terribile ometto,
dall’eloquio nasale e lamentoso e dalla visione del mondo che non va oltre
la prospettiva ideale del Bar Sport di qualsiasi città in qualsiasi lunedì
mattina italiano (sì, perché lui li incarna tutti nella sua mediocrità, e
quando diventa ideale e stile di vita, la mediocrità si trasforma nel più
terribile degli estremismi).
Tirare bordate o difendere col pugnale fra i denti il
terribile ometto infatti, aiuta a dimenticare gli altri mediocri ometti,
molto più perniciosi, che usano e amplificano la sua metafora per farne il
luogo del nascondimento e della distrazione, il
ricettacolo-voragine-senza-fine capace di nientificare ogni autentica
proposta politica (nel bene e nel male, a prescindere da ogni
considerazione valoriale o di parte) per lasciare spazio alla speculazione
privata, alla rapina del più forte. Il dibattito-cagnara della politica ci fa credere che l’ometto
sia il principio e quasi l’essenza di ogni bene o di ogni male (a seconda
dei punti di vista), ma a me sembra soltanto un osso che i cani si
contendono a ringhi e morsi, un osso dotato di uno straordinario istinto
di conservazione e di anima tutta sua (per sé) che disperatamente cerca di
galleggiare e per far questo (non per altro) mostra doti straordinarie di
intelligenza e prontezza di riflessi nel navigare a vista. Con una
spregiudicatezza che non gli impedisce di passare al di sopra di qualsiasi
cadavere ideale, a partire dalla Costituzione, con qualsiasi mezzo, lecito
o illecito, sollevando sentimenti alienanti, sentimenti proiettivi, e –
sotto sotto – una generalizzata invidia di non riuscire ad essergli pari,
nel male più che nel bene. Infatti, la malignità emergente è solo la
punta dell’iceberg della malignità più sostanziosa che l’ometto non ha
ancora tirato fuori, e che tira fuori man mano che si sente così forte da
poterlo fare. La sua forza infatti viene dalla cagnara, dalla bagarre,
dal disordine semantico e valoriale che ha consegnato il nostro Paese alla
confusione mentale. Ossia la bruttezza reificata, l'antiestetica.
Ma se l’ometto si muove per i suoi interessi, altri non
stanno fermi per i loro. Sotto sotto, nel silenzio delle acque morte
infatti, stanno passando provvedimenti terribili per il nostro Paese.
E se si guarda le cose da questo punto di vista, l'ometto non è che un
banale strumento da scassinatore, un grimaldello.
Il problema delle acque
La carenza d'acqua e la difficoltà nello smaltire i rifiuti
saranno i maggiori problemi del secolo appena iniziato. Lasciamo da
par
te in questo contesto il secondo (che è ben lungi dall'essere risolto,
checché ne dica il Governo) e concentriamoci sul primo, considerandolo nei
suoi aspetti numerici (vedi
questa pagina).
Se le cose stanno come dicono i "numeri delle acque", ogni
persona sensata avrebbe molto di che preoccuparsi, almeno per i suoi
figli. Intorno all'acqua infatti si stanno muovendo enormi interessi
speculativi e mafiosi e le decisioni politiche, prese nella più assoluta
disinformazione dell'opinione pubblica, rischiano di produrre enormi danni
alla popolazione. La politica (nel senso di casta) vede infatti di
buon occhio che qualcuno risolva, non importa a quale prezzo, il problema
della cattiva gestione delle acque, specie quelle potabili, che la
politica stessa non ha saputo risolvere mai (per negligenza, per
incapacità, per leggerezza, per interesse privato, per corruzione, per
mafia, per mille motivi). Non importa se il costo ti tutto questo
viene spaventosamente aumentato a scapito dell'efficienza: l'importante è
levare dai piedi un problema che spesso determina perdita di voti e
insuccesso elettorale. Pagano sempre i poveri ma intanto la faccia
di lorsignori è sempre pulita. Ma se la politica non è capace di
risolvere problemi ordinari come questo, che è uno dei primi problemi sul
quale si misura la capacità di amministrare, che ci sta a fare la
politica? Si consegni tutti i servizi in mano ai privati ne così
avremo risolto tutti i problemi della politica, ma allora non ci sarà più
una politica. Fatto sta che l'incapacità e la malafede di queste
persone sta consegnando un bene inalienabile, perché è un bene senza il
quale non è possibile la sopravvivenza fisica delle persone, in mano ai
privati. Che è come consegnare tutte le persone fisiche alla
dipendenza di alcuni (te li raccomando poi, specie là dov'è la mafia a
dettare legge - e la mafia, si sa, ormai è fortissima in tutto il Paese -
la padanissima Lombardia è al 4° posto in Italia per infiltrazioni mafiose
- e ha messo l'occhio sull'acqua con investimenti massicci e manovre di
prestanome, fortemente legati alla politica). Il problema in Italia
è destinato a trasformarsi da una semplice (per così dire)
"privatizzazione" alla consegna dell'acqua alla Mafia: se infatti non si
riesce a contrastare la penetrazione mafiosa neppure nella efficientissima
Lombardia, che speranza abbiamo che la Mafia non si accaparri il business
dell'acqua?
Gli OGM, frontiera dell'ingiustizia e della dipendenza
Quando la multinazionale delle sementi Monsanto inventò gli
OGM (Organismi geneticamente modificati), magnificò la sua scoperta con
motivazioni ridicole - se non fossero tragiche. Secondo questa
azienda infatti, garantendo un prodotto per lungo tempo inattaccabile da
parassiti, avrebbe liberato il mondo dai pesticidi e dagli insetticidi,
avrebbe consentito di evitare gli sprechi alimentari e la deprecabile
distruzione di prodotti invenduti che vanno in deperimento. Avrebbe
garantito prodotti di gran lunga più voluminosi e addirittura avrebbe
consentito una volta per tutte di debellare la fame nel mondo.
Perché aumenterebbe la produzione e calerebbe il costo dei generi
alimentari. E via dicendo. In realtà, l'invenzione della
Monsanto è tutelata da brevetto e nessun seme OGM può essere prodotto
senza questo brevetto. In pratica, se si seminasse grano OGM per
farne il pane, per ogni boccone di pane dovremmo pagare un "tot" alla
Monsanto. Questo è il vero obiettivo. E se vi possono essere
degli ipotetici benefici nella coltivazione OGM, di gran lunga sono più
quelli malefici (a parte la dipendenza alimentare, di fatto, da una
azienda, che è moralmente impensabile anche ai più cinici), ad esempio la
condanna all'estinzione di intere specie vegetali, perché dove cresce OGM
il resto non cresce più (ossia, anche il grano non OGM diventa OGM) e di
fatto l'introduzione anche di piccolissime quantità di queste sementi in
un Paese qualsiasi, determina un punto di non ritorno. Di fatto, già
da ora, gli OGM sono lo strumento di morte per fame e di aumento della
povertà in molti Paesi perché, dove sono stati introdotti, le coltivazioni
non OGM soccombono e i contadini non hanno i soldi per acquistare le
sementi OGM e poter ancora lavorare. Questa è la più subdola e
atroce delle violenze, contro l'uomo, contro la natura (della quale l'uomo
fa parte, non dimentichiamolo).
L'Europa, sotto le pressioni americane, ha sbracato e ha
consentito agli Stati membri di introdurre le coltivazioni OGM.
Abbiamo trovato sul blog di Beppe Grillo una
sintesi di questa vicenda:
"La UE, sotto la spinta delle multinazionali ha approvato
da tempo la direttiva europea che autorizza i brevetti sulla materia
vivente (98/44),
e quindi la diffusione degli Ogm, nella totale disinformazione dei
cittadini europei. Una materia per la quale sarebbe necessario un
referendum. La UE ha poi ammesso, contraddicendo sé stessa, che la
coesistenza con gli Ogm è impossibile e lasciato ai
singoli Stati la decisione su come introdurre l'Ogm. L'Italia ha
trasferito la decisione alle aree regionali che non hanno trovato una
soluzione (del resto inesistente) bloccando di fatto il processo di
diffusione dell'Ogm.
Ora, senza discussioni pubbliche, senza darne informazione, come uno sparo
nel buio, si è concluso un fantomatico accordo tra
Regioni (attraverso quali rappresentanti?) e Governo per la diffusione
dell'Ogm. Una decisione presa in totale spregio delle parti interessate,
consumatori, agricoltori, distributori, ecc.) violando la Convenzione
internazionale di
AARHUS a cui l'Italia aderisce".
Perché la nostra libertà di decisione per cosa mangiare e
cosa bere è calpestata in questo modo, proprio da coloro che dovrebbero
difendere i nostri interessi? Perché non posso decidere, con la mia
scelta alimentare, di voler conservare la biodiversità ma sono costretto a
pagare col mio bisogno chi la vuole distruggere? Questa è una
violenza estrema che si fa alle persone, in nome di business, per favorire
interessi particolari. Sono queste lobbies che nel silenzio complice
delle Istituzioni, della Politica, dei Mass Media (che manovrano a
piacimento), di fatto scelgono per noi e ci obbligano alle loro scelte,
come popolo bue e decerebrato, come schiavi.
I nostri politici (TUTTI) sono responsabili di questo
disastro, i cui danni sono infinitamente maggiori di tutte le tangentopoli
di questi anni.
Le grandi opere: freno allo sviluppo
L'attuale Governo (ma anche il precedente) ritiene che,
essendo l'Italia un grande Paese, deve dotarsi di grandi opere in
previsione di uno sviluppo (sempre vecchio stile), in particolare le
infrastrutture per i trasporti. Ed ecco arrivare i faraonici piani
TAV, il ponte sullo stretto di Messina ed altre assurdità.
Si consideri ad esempio il ponte: un'opera che già costa
troppo e, a parere di molti analisti, nel tempo raddoppierà le spese di
costruzione. Di fatto non potrà mai essere ammortizzata se non a
costi esorbitanti per i pedaggi. Tale opera viene collocata in un
contesto viario che è fra i più malfunzionanti d'Europa (la Salerno -
Reggio Calabria è peraltro l'immagine dell'inefficienza storica dello
Stato Italiano in materia). Viene collocata alla fine di un percorso
che rischia di franare ad ogni acquazzone e soltanto metterlo in sicurezza
probabilmente viene a costare molto di più del ponte stesso. Senza
calcolare che l'alto rischio sismico dello stretto di Messina non rende
consigliabile (a detta di molti analisti internazionali) investire un così
alto capitale perché i rischi sono sproporzionati. In pratica il
ponte farà risparmiare la mezz'oretta delle operazioni di imbarco, ma se
le strade per giungervi non vengono modernizzate, sarà comunque il caos.
Senza calcolare poi i rischi di infiltrazione mafiosa, anche se la
sicurezza tronfia di un ministro lo porta a dire che sarà messa in atto
l'opportuna vigilanza e che i tentativi di infiltrazione saranno bloccati
sul nascere (tenero...). E via dicendo.
E poi la grande TAV, quintessenza dello scempio del
territorio, per portare il culo più velocemente (e le merci soprattutto)
da un posto all'altro, in un'Italia che soffre un degrado e una decadenza
delle linee ferroviarie da far spavento ai paesi del terzo mondo.
Fuori dalla grande TAV il deserto, treni perennemente in ritardo,
insicuri, fatiscenti, freddi d'inverno e insopportabilmente caldi in
estate, sporchi, dove ci si può beccare i pidocchi e le zecche.
Rimpiango le vecchie carrozze coi sedili in legno di tanti anni fa,
scomode ma pulite, senza aria condizionata ma vivibili. Sembra che
l'Italia si sposti in TAV, il resto non conta più. E la TAV assorbe
come un grande buco nero il danaro che serve ad ammodernare gli altri
treni, i binari, le stazioni, i sistemi di sicurezza, ecc. Tutto per
la TAV, questo dio inutile alla gente e utile forse a qualche merce, ai
soliti.
Ma per quale ragione uno dovrebbe sentirsi soddisfatto per
un intero anno recarsi al lavoro in treni da terzo mondo ma quell'unica
volta che viaggia da Milano a Firenze ci arriva in due ore anziché in
quattro? Che qualità della vita è codesta? Che senso ha
sacrificare tutto allo sviluppo (di che cosa?). E poi ci sono i
danni ambientali, ma meglio di me lo sanno i piemontesi che non ne possono
più di questa vicenda e vedono il loro territorio sfasciato dalla
costruzione di questo Moloch inutile. Ma i danni ambientali non sono
antieconomici, quelli no, perché i danni ambientali li paga la
collettività, in forma di danni da riparare, o l'individuo che soffre e si
ammala di inquinamento (e la sanità pubblica).
L'energia: l'ingordigia dello sviluppo
Vi sono poi le scelte energetiche dell'attuale Governo, in
spregio a qualsiasi dibattito nel merito. Ma non voglio soffermarmi
sull'energia nucleare che non ha nessuna ragione logica ed economica
valida a sostegno, tant'è che nessuno più la vuole (solo l'Italia).
Ci dicano che serve a scopi militari e la smettano di prenderci in giro. E
allora la usino per quegli scopi, senza mettere a rischio l'intero Paese e
senza riempirci di veleni.
Voglio soffermarmi invece sulle cosiddette energie
alternative o pulite. L'eolico non si fa, perché è ad "alto impatto
ambientale" (il nucleare ovviamente no, le dighe no, i canali di condotta
dell'acqua no, le centrali a petrolio o carbone no...). Solo NIcky
Vendola lo fa, e pare che vada benissimo. Il solare viene poco
incentivato, incuranti che nel giro di un decennio la tecnologia del
solare ha fatto enormi balzi avanti ed ora i pannelli solari cominciano
dare ottimi risultati anche in termini di bilancio energetico (e ci si è
arrivati senza quasi investimenti pubblici...). Non si parla di
geotermico (la terra, a qualche metro di profondità, genera calore e
particolari tecnologie lo sanno catturare e impiegarlo nel riscaldamento).
Non si parla di biomasse e di biogas: si preferisce litigare e usare la
forza pubblica per mettere la merda sotto il davanzale della gente che
vive vicina alle discariche o appestare di profumo di maiali l'autostrada
Brescia-Piacenza. Crepiamo di biogas, invece di bruciarlo e paghiamo
per crepare (tumori, costi sanitari, ecc. ecc.). Non si parla di
combustibili alternativi meno inquinandi tipo l'alcol (che si può usare
per i motori). La sola energia pulita che viene vista di buon occhio
sembra essere l'energia elettrica. In Lombardia (ignoro altrove) si
stanziano delle somme a fondo perduto per incentivare chi vuole investire
nei "piccoli salti", ossia nelle piccole quantità d'acqua che ancora non
sono sfruttate dalle grandi dighe. Qualcuno ha fiutato l'affare e
spinge per avere concessioni, ben sapendo che l'energia "pulita" è a sua
volta incentivata e chi la vende riceve ogni Kilowattore molto di più
dell'energia elettrica generata col petrolio. Piccole quantità che sempre
(non "spesso") sono fondamentali per l'equilibrio del territorio: deviarne
il corso infatti significa danneggiare la vegetazione spontanea, creare
condizioni per smottamenti e frane, cementificare boschi e pascoli alpini.
Qualcuno ha fiutato l'affare e spinge per avere concessioni (e incentivi a
fondo perduto), ben sapendo che l'energia "pulita" è a sua volta
incentivata e chi la vende riceve ogni Kilowattore molto di più
dell'energia elettrica generata col petrolio. in pochi anni
l'impianto si remunera e per gli anni a venire è tutto grasso che cola.
Significa però cementificazione, costruzione di piste per fare i lavori,
le gallerie, gli sbarramenti e quindi significa devastare il territorio
(ho personalmente visto e documentato alcuni casi terrificanti di questi
scempi). Ma che vuol dire "pulita"? Il cemento in alta
montagna (o a mezza montagna, per i piccoli salti) è cosa "pulita"?
e tutto l'indotto di devastazione e destabilizzazione del territorio, è
cosa pulita? E il pericolo che sovrasta le popolazioni di
fondovalle, è "pulito"?. Qualcuno ha calcolato che se le dighe di
Cancano, in Alta Valtellina, per qualche fatalità (e visto che siamo in
anni di attentati terroristici...) dovessero cedere, tutta la Valle
sarebbe spazzata via e il lago di Como aumenterebbe di non poco, con danni
enormi e altissimo numero di vittime. Dunque, l'energia
idroelettrica sarebbe pulita? Oddio, ormai quello che c'è, esiste e
facciamocene una ragione, conserviamo bene le dighe che non crollino, ma
da qui a parlare di "incentivi" per energia "pulita" il discorso cambia:
non quadra più nulla in quel concetto di "pulizia". Non c'è nulla di
razionale, ma solo la fame di alcuni pescicani (mafiosi in primis, come in
tutti i business di questo tipo) che vogliono investire danaro che poi,
nel giro di 5 / 6 anni rende capitali enormi, in proporzione
all'investimento. Con gli aiuti a fondo perduto e la benedizione
delle Istituzioni, dei Partiti, della politica.
Crisi dell'etica, non crisi economica
Di fronte a queste scelte (ma a innumerevoli altre scelte),
verrebbe da dire che c'è una qualche strategia sottostante per superare in
qualche modo, stimolando l'economia, l'attuale crisi economica. Ma
io non credo si tratti di questo. Ha ragione don Ciotti quando dice
che la nostra non è una crisi economica, ma una crisi dell'etica. E'
la crisi dell'etica che ha causato la crisi economica e a sua volta la
crisi economica sta peggiorando la crisi dell'etica, innescando una
regressione che si auto-alimenta e che potrebbe avere esiti biblici.
Se il mercato avesse un'etica e si comportasse davvero con razionalità,
non ci sarebbe stata questa crisi, perché le scelte sarebbero a misura
d'uomo, le regole non aggirabili da nessuna lobbies, gli scambi equi.
E credo che staremmo tutti un po' meglio, poveri e ricchi - perché non è
disonorevole essere ricchi, oddio, chi ha la sfortuna di esserlo va
aiutato a farsene una ragione, ma soltanto se si persegue un'etica, allora
è facile convincerlo che anche se per sua sfortuna è ricco, non c'è nulla
di male. Ma in queste condizioni, no.
L'etica che giustifica le aberranti scelte dell'economia
tuttavia esiste: solo che non è più orientata da una religione, da una
filosofia, da una convenzione, ma soltanto dal profitto. Siamo
nell'era dell'etica del profitto, teorizzato dalla (cosiddetta) filosofia
neoliberista, o meglio, dalla cinica interpretazione che ne fanno i veri
attori dell'economia: le multinazionali, le lobbies, le mafie.
L'etica del profitto giustifica se stessa in ogni caso e l'uomo, nel senso
pieno, non è che un termine qualsiasi, non il perno del sistema (e tanto
meno lo è Dio). Il profitto ha per obiettivo il profitto, non
l'uomo. Come un dio (del quale ha usurpato il ruolo), si pone al
centro di questo sistema e tutto deve convergere nella logica del suo
volere-potere, che non ha soggetto personale ma assomiglia più a un
fantasma, una potenza oscura creata dall'avidità del potere. "Il
lato oscuro della forza", per parafrasare il ciclo di Guerre stellari.
E gli intellettuali, gli artisti?
Bisogna dunque risvegliarsi da questo cattivo sogno,
cessare di dar credito alla politica ma obbligare la politica a ritrovare
se stessa e la sua dignità (c'è appunto un fortissimo legame fra la
Politica, nel senso classico del termine, e l'etica). Bisogna
cambiare il centro dell'etica: togliere il profitto e mettervi
qualcos'altro, ad esempio l'uomo-parte-della-natura e a quel centro
mettere in relazione tutto. Sarebbe una convenzione, una soluzione
di razionalità pratica come suggeriva Habermas, ma almeno sarebbe una
soluzione razionale e non presunta tale. Oggi infatti non si può più
parlare di etica, perché non si sa bene cosa c'è al centro di questo
concetto. Già molti anni fa il filosofo Wittgenstein scriveva (cito
a memoria): se qualcuno scrivesse un libro di etica, che fosse davvero
un libro di etica, questo libro farebbe esplodere il mondo. Ma ai
tempi del grande filosofo noi eravamo appena agli inizi della crisi
dell'etica (che è conseguenza della crisi della metafisica), che ha
travolto l'umanità intera e la sua cultura specie dopo la seconda guerra
mondiale.
E gli intellettuali, che cosa fanno? Sarebbe loro
questo compito, perché la politica è la più fine delle attività
intellettuali, è l'applicazione concreta della cultura di un popolo.
I nostri intellettuali però scrivono romanzi ambientati in
un mondo che non esiste, fanno film per divertire i gonzi, scrivono poesie
per vincere concorsi, fanno libri e poesie per soddisfare quello che i
lettori vogliono leggere, fanno dipinti che si vendono a centimetro
quadrato (non: vendono dipinti perché hanno fatto un'opera d'arte)
e per soddisfare gli investimenti dei ricchi, scrivono musica per vendere
dischi (non: vendono dischi perché hanno scritto musica), scrivono
libri e riempiono giornali di ogni più morboso pettegolezzo (pur di
vendere), hanno ridotto la televisione pubblica a ricettacolo di ogni
spazzatura.
Una civiltà che non ha etica non ha più neppure un'estetica
(e ce ne accorgiamo! Qualcosa dovrà ben significare, nella mente di
chi l'ha coniato, il termine "postmoderno"). L'etica e l'estetica
infatti vanno a braccetto e, a rigore, sono la stessa cosa. Come
intellettuali, se vogliamo tornare ad occuparci del bello, dobbiamo
occuparci del buono, dobbiamo lottare, come tutti lo dovrebbero fare, per
cambiare la politica, ossia per cambiare la sensibilità e la cultura del
nostro Paese.
Credo che bisogna cominciare dalla cultura e dall'arte
(come sempre nella storia) per cambiare le cose e non, come pretende
qualcuno, cambiare le cose perché l'arte e la cultura abbiano la
considerazione degna di un popolo civile.